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Professione
avvoltoio |
Quello che non è andato giù nella vicenda Strada è appunto
il successo di un uomo di pace e di un "apparato di pace" al
posto dell'apparto di guerra.
Forse questo dimostra che il dialogo, la solidarietà, la "buona
politica" risolvono i conflitti molto più della guerra. Questo
non è tollerabile per chi ha tutti l'interesse al dominio, al
potere, al controllo. E' sotto gli occhi di tutti il fallimento
della politica americana. Non ha portato stabilità, non ha
portato democrazia, non ha portato sicurezza ed il terrorismo è
dilagato.
I successi di uno come Gino Strada contrario alla guerra, senza
se e senza ma, fa crollare il castello di menzogne degli
americani e dei suoi ciechi alleati.
Questo non è tollerabile per la destra italiana che ha
sposato acriticamente le ragioni degli USA.
Sia come sia è davvero ributtante l'atteggiamento
dell'opposizione italiana nella questione Mastrogiacomo.
g.g 14/4/07
Gianfranco Fini: Professione Avvoltoio
Furio Colombo dall'
Unità
Il violento attacco a Gino
Strada era già pronto. Se salva tutti è un fiancheggiatore. Se
non salva nessuno è un incapace e un dilettante che ha rubato il
gioco agli esperti. È andata male ma per la professione
avvoltoio non tutto è perduto. Il progetto è di sostenere
l´azione di guerriglia antigoverno buttando avanti due cadaveri
l´autista e l´interprete di Mastrogiacomo. Qui il rito ricorda
l´antica cerimonia Parsi praticata un tempo a Bombay: esporre i
cadaveri su una griglia in cima a una altura fino a che saranno
stati del tutto sbranati dai lugubri uccelli addetti alla
funzione.
Nella nostra disgraziata
repubblica il compito di nutrire con i cadaveri l´assalto al
governo se lo sono assunti deputati e senatori della diroccata
casa delle libertà guidati, questa volta, da Gianfranco Fini.Gianfranco
Fini ha fatto così il suo debutto con tre caratteri distintivi
che - se esistesse un sistema giornalistico normale - dovrebbero
identificarlo per sempre.
I tre caratteri sono il furore per aver salvato la vita di
Mastrogiacomo, l´uso di falsa citazione presentata come fonte
esclusiva («Io so quello che dico» significa possesso di
informazione o documento) e l´impetuoso schierarsi con altro
governo (sceglie Karzai contro Prodi, fatto raro per un ex
ministro degli Esteri) nel momento in cui descrive, come se vi
avesse assistito, un conflitto fra il primo ministro afghano,
detto anche «il sindaco di Kabul» per la modesta area afghana
che riesce a governare, e il presidente del Consiglio italiano.
Il leader di Alleanza Nazionale
sembra ora la voce-guida di un partito transnazionale
italo-afghano, forse copiando inconsciamente il modello assai
più nobile dei radicali di Pannella. Infatti nel discorso
accusatorio di Fini, l´uomo delle Seychelles (è appena tornato,
molto abbronzato da una sua spensierata vacanza) si fa portavoce
di altro governo. Anzi, più che del primo ministro Karzai, Fini
parla a nome del capo dei Servizi segreti afghani quando grida,
con un linguaggio da processo di Verona «so quel che dico!» e
agitando fogli di carta intestata della Camera, come se fossero
documenti riservati. Saetta nell´aula del Parlamento italiano la
parola «ricatto». È il modo in cui lo statista Fini definisce e
descrive l´impegno del governo italiano, e in particolare di
Prodi e D´Alema per salvare un cittadino italiano. «Ricatto»,
parola estrema per significare il livore seguito all´avvenuto
salvataggio - mentre tutti i bipartisan aspettavano la salma - è
nel retro pensiero oscuro e incattivito di Fini, una serratura a
due scatti. Prima si apre, perché Karzai, pressato, si convince
a liberare cinque detenuti di seconda fila della guerra locale
(nessuno, fra gli influenti alleati, gli permetterebbe di tenere
a Kabul personaggi-chiave del terrorismo internazionale). E quei
cinque detenuti sono la vita di Mastrogiacomo.
Poi la serratura ha un secondo
scatto e si chiude quando, anche a nome di altri paesi ma certo
non dell´Italia, i deputati e senatori di Berlusconi e di Fini
fanno una tale canea sul salvataggio di Mastrogiacomo, da
suggerire un tradimento italiano. Viene detto e ripetuto alla
Camera e al Senato italiano che - con i buoni uffici del
pro-talebano Gino Strada - i cinque liberati sono la punta di
diamante del conflitto che spacca il mondo. Vengono usate e
agitate voci di burocrati americani e inglesi anonimi e di
quarto livello per screditare ogni sforzo del governo italiano
per l´altro ostaggio, Adjmal, che durante le manifestazioni
dell´opposizione italiana contro il governo di questo paese è
ancora vivo, ancora salvabile.
Ma tramite l´euforica intesa
scattata tra parlamentari italiani, ora guidati da Fini, e i
Servizi segreti afghani, Karzai riceve il messaggio. Il
messaggio, urlato nelle due aule parlamentari italiane era: mai
più aprire le carceri di Kabul. L´hanno avuta vinta, nessuno è
uscito e Adjmal è morto.
È una vicenda che non toglie
nulla all´orrore del comportamento talebano. Ma ridistribuisce i
pesi della tragedia, qualcuno salva e qualcuno condanna a morte.
Come ha detto a Santoro la sera di giovedì in tv un soldato
israeliano «la nostra posizione è trattare sempre, trattare con
tutti. In un paese in cui tutti sono soldati, ogni soldato deve
sapere che non sarà abbandonato». E infatti, alcuni nostri
colleghi dell´opposizione erano presenti quando padri, madri e
sorelle dei soldati israeliani tenuti in ostaggio da Hamas e da
Hezbollah sono venuti a Roma, alla commissione esteri del
Senato, per dirci «aprite qualunque canale, con chiunque, noi
tratteremo».
Vivono in un Paese in cui non
si pratica il gioco della salma e l´aggressione più violenta a
chi si permette di salvare gli ostaggi.
E qui ci confrontiamo con il più vile dei comportamenti di cui
mai si sia macchiata la parte detta "Opposizione" di un
Parlamento democratico: la stretta alleanza fra certi deputati e
senatori italiani da un lato e Servizi segreti afghani
dall´altro per la denigrazione del chirurgo italiano Gino Strada
e la espulsione della sua organizzazione Emergency (quasi due
milioni di vite salvate). E´ lo stesso Gino Strada, descritto
come un fuorilegge allo sbando su tutti i giornali di Berlusconi
e nel Parlamento italiano, a cui l´altra settimana la cantante
americana Joan Baez, arrivata bene informata dal suo paese, ha
dedicato il concerto di Roma. Contro Gino Strada sono state
tentate due strade di attacco. La prima di essere un
incompetente e un dilettante che si impiccia di compiti che
spettano alle istituzioni. Ma le istituzioni, saggiamente, hanno
chiesto aiuto al solo personaggio credibile ed estraneo alla
guerra in tutta quella parte del mondo. E Mastrogiacomo è
tornato a casa vivo.
Allora il patto d´acciaio fra opposizione della Repubblica
italiana e servizi segreti afghani ha tentato la seconda strada:
Gino Strada è un fiancheggiatore. L´offesa è grande, perché
investe non solo una persona coinvolta su vasta scala e da molti
anni in una missione umanitaria celebre, rispettata, onorata nel
mondo, ma l´intero governo italiano e tutte le sue istituzioni
che hanno chiesto a Gino Strada di addossarsi la missione di
salvezza.
Ma - come si è detto - la violenza dell´accusa cala come un
macigno sulla speranza di salvezza dell´ostaggio afghano Ajmal.
La mano assassina dei talebani e la fiera fermezza che
finalmente ha preso il sopravvento contro i piagnoni del salvare
le vite hanno la responsabilità congiunta del delitto.
Naturalmente l´accusa a Gino Strada, espressa con una sola voce
da deputati e senatori italiani e da Servizi segreti talebani è
il ricatto finale. Impedisce la liberazione di Ramatullah Hanefi,
l´uomo che ha agito su incarico e per conto del governo italiano
e ha salvato il giornalista italiano. Ma in Italia c´è chi lo
accusa perché lo aspettava in compagnia della salma per dire:
«Vedete? Dovevano pensarci i Servizi...». E c´è - spiace dirlo -
chi non si indigna al punto di esigere la liberazione immediata
di Ramatullah Hanefi per l´onore del governo italiano, che
Hanefi ha rappresentato e che per questo è detenuto. Chiedo, da
senatore, con una lettera inviata oggi al mio gruppo e al
presidente Marini, di incontrarlo al più presto a Kabul per
verificare le sue condizioni.
furiocolombo@unita.it
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