Il patrimonio della Chiesa
da Il Mondo del 16 maggio 2007
tratto da sito dei
Radicali di Sandro Orlando
L'ultimo a essere venduto è stato un immenso complesso monastico
sulla Camilluccia, alle spalle di Monte Mario. Nella stessa arteria
a nord est della Capitale, zona Trionfale, un tempo tappezzata
di rifugi per pellegrini e lazzaretti, l'immobiliarista casertano
Giuseppe Statuto si è portato via un ex convento del XVIII secolo di
importante valenza storica, con una superficie di quasi 5 mila metri
quadri, ed inserito in un'area naturale tre volte più grande.
Ma Statuto, l'enfant prodige dei nuovi palazzinari romani, l'unico
ad non essere sfiorato dalle disavventure giudiziarie dei «furbetti
del quartierino», in arte Stefano Ricucci e Danilo Coppola, deve
avere buoni santi in Paradiso. Davvero: anche perché è uno dei rari
operatori del settore ad avere accesso agli affari immobiliari della
Chiesa. E così con la sua Michele Amari e le altre controllate
attive nella Capitale (Bixio 15, Diemme Immobiliare, Derilca, Egis)
in questi anni è andato collezionando immobiili di pregio dismessi
da congregazioni religiose, ordini e confraternite.
La svolta è arrivata alla fine del 2002, con la nomina del cardinale
Attilio Nicora alla presidenza dell'Amministrazione del patrimonio
della sede apostolica (Apsa), uno dei due pilastri economici del
Vaticano, insieme all'Istituto per le Opere di religione (Ior), la
banca pontificia.
Una holding, l'Apsa, che a Roma risulta proprietaria di beni per
pochi milioni, perché iscritti a bilancio al costo storico, e
accatastati sempre come popolari o ultrapopolari, pur situandosi in
pieno centro. Attraverso società come la Sirea, che ha intestati due
palazzi in piazza Cola di Rienzo, valutati neanche
3 milioni e dati in affitto alla Direzione investigativa antimafia;
la Edile Leonina, con locali per altri 3 milioni, occupati dal
Viminale; e la Nicoloso da Recco, titolare di quattro appartamenti,
dal valore nominale di appena 50 mila euro.
Ma che invece ha un potere di indirizzo enorme sull'immenso
patrimonio che fa capo alla Chiesa e agli oltre 30 mila enti
religiosi che operano sul territorio.
Un patrimonio sfuggito a ogni censimento, nei quasi ottant'anni
seguiti al Concordato che dal 1929 regola i rapporti tra Stato e
Vaticano. Come aveva sottolineato anche Francesco Rutelli,
all'indomani della revisione dei Patti lateranensi. In un acceso
dibattito parlamentare dell'aprile 1985 sulla legge che istituiva il
Fondo edifici di culto, l'allora deputato radicale aveva fatto
mettere agli atti l'interminabile elenco dei palazzi posseduti dagli
enti ecclesiatici nella sola città di Roma per dare la consistenza
reale dei beni della Curia. E rovesciare così quella visione di una
confessione «poverella» che aveva spinto la Dc ad accollare allo
Stato mille miliardi di lire (dell'epoca) di spese.
Poi Rutelli è diventato sindaco, e con la pioggia di finanziamenti
pubblici arrivata con il Giubileo del 2000, 3.500 miliardi di lire
per parcheggi e sottopassi, restauri di cappelle e palazzi,
ristrutturazioni edilizie e nuovi alloggi per pellegrini, ha dato il
suo contributo all'ulteriore espansione terrena della Chiesa.
Quattrocento istituti di suore, 300 parrocchie, 250 scuole
cattoliche, 200 chiese non parrocchiali, 200 case generalizie, 90
istituti religiosi, 65 case di cura, 50 missioni, 43 collegi, 30
monasteri, 20 case di riposo, altrettanti seminari, 18 ospedali, 16
conventi, 13 oratori, 10 confraternite, sei ospizi.
Sono quasi 2 mila gli enti religiosi residenti nella Capitale, e
risultano proprietari di circa 20 mila terreni e fabbricati,
suddivisi tra città e provincia. Un quarto di Roma, a spanne, è
della Curia.
Partendo dalla fine di via Nomentana, all'altezza dell'Aniene, dove
le Orsoline possiedono un palazzo di sei piani da oltre 50 mila
metri quadri di superficie, mentre le suore di Maria Ripatrarice si
accontentano di un convento di tre piani; e scendendo a sud est per
le centralissime via Sistina e via dei Condotti, fino al Pantheon e
a piazza Navona, dove edifici barocchi e isolati di proprietà di
confraternite e congregazioni si alternano a istituzioni come la
Pontificia università della Santa Croce.E ancora, continuando giù
per il lungotevere e l'isola Tiberina, che appartiene interamente
all'ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio. E poi su di nuovo per
il Gianicolo, costeggiando il Vaticano fino sull'Aurelia Antica dove
si innalza l'imponente Villa Aurelia, un residence con 160 posti
letto, con tanto di cappella privata e terrazza con vista su San
Pietro, che fa capo alla casa generalizia del Sacro Cuore. È tutto
di enti religiosi. Un tesoro immenso che si è accumulato nei decenni
grazie a lasciti e donazioni: più di 8 mila l'anno scorso nella sola
area di Roma città.
Ma non c’è solo la Capitale. La Curia vanta possedimenti cospicui
anche nelle roccaforti bianche del Triveneto e della Lombardia: a
Verona, Padova,Trento. Oppure a Bergamo e Brescia, dove gli stessi
nipoti di Paolo VI, i Montini, di mestiere fanno gli immobiliaristi.
«Il 20-22% del patrimonio immobiliare nazionale è della Chiesa»,
stima Franco Alemani del gruppo Re, che da sempre assiste suore e
frati nel business del mattone. Senza contare le proprietà
all’estero. «A metà degli anni ‘90 i beni delle missioni si
aggiravano intorno ai 800-900 miliardi di vecchie lire, oggi
dovrebbero valere dieci volte di più», osserva l’immobiliarista
Vittorio Casale, massone conclamato che all’epoca era stato chiamato
dal cardinale Jozef Tomko a partecipare ad un progetto di
ristrutturazione del patrimonio di Propaganda Fide, il ministero
degli Esteri del Vaticano.
Dicevamo del cardinale Nicora. Legatissimo ad Angelo Caloia, il
banchiere del Mediocredito centrale che si è fatto interprete del
rinnovamento dello Ior dopo il crack dell'Ambrosiano, Nicora è stato
per tutti gli anni '90 «assistente spirituale e stimolatore» di un
ristretto cenacolo milanese, il gruppo Cultura Etica e Finanza, nato
per «porre a confronto il cattolicesimo col travolgente imporsi del
primato economico-finanziario », come ha scritto Giancarlo Galli nel
suo informatissimo libro sulla Chiesa e il capitalismo (Finanza
bianca, 2004).Arrivato al vertice dell'Apsa, Nicora ha cercato di
fare ordine nel portafoglio immobiliare della Santa Sede, con le
stesse logiche dei banchieri da lui frequentati. E così all'interno
di quella Sezione straordinaria che ha la delega sugli immobili ed è
guidata da Paolo Mennini (figlio di quel Luigi, consigliere dello
Ior, già inseguito da un mandato di cattura per lo scandalo
Ambrosiano) e Piero Menchini, hanno cominciato a diffondersi parole
un tempo bandite come ristrutturare, razionalizzare, mettere a
reddito.
Con il cambio di mentalità sono arrivate anche le sanatorie, i cambi
di destinazione d’uso, gli sfratti e le cause con enti e inquilini.
Al punto che anche la Pontificia Accademia Ecclesiastica di piazza
Minerva ha aderito al condono per modificare la destinazione d’uso
di una parte del palazzo (intestata all’immobiliare Atrium) e
riconvertirla ad uso ufficio. Ma con la scoperta del trading
immobiliare i bilanci del Vaticano almeno hanno ripreso a sorridere:
con i 47 milioni incassati tra il 2004 e il 2005 dalle vendite di
palazzi, appartamenti e conventi, la Santa Sede ha ampiamente
coperto le perdite della Radio e dell'Osservatore Romano, da sempre
in deficit, mettendo da parte pure un discreto utile.
È una conversione che non è piaciuta però ai vecchi inquilini delle
case di enti religiosi, che improvvisamente si sono visti alzare i
canoni di locazione da nuovi proprietari schermati dietro misteriose
sigle offshore. Come è capitato agli abitanti di alcuni stabili
della periferia nordest di Roma, zona Pineta Sacchetti-Trionfale,
apparentemente venduti dallo Ior alla Marine Investimenti Sud, una
piccola Srl controllata dalla lussemburghese Longueville che a sua
volta fa capo alla Neldom Company di Montevideo, Uruguay. Gli
affitti, però, continuano ad essere versati sugli stessi conti della
banca del Vaticano.
Ma c'è anche chi ha ricevuto direttamente la lettera di sfratto per
finita locazione, come hanno sperimentato gli inquilini di via
Benedetto XIV, via Niccolò V, via di Porta Cavalleggeri, viale
Vaticano e via di Porta Portusa, tutti alloggiati in appartamenti
dell'Apsa. Stesso destino per i vecchi inquilini di una palazzina di
via Giulia, tutti ultrasessantenni, alcuni dei quali residenti da
prima della guerra. Ma l'immobile, situato nel cuore del ghetto, è
di pregio, e accanto è stato già tirato su un albergo a cinque
stelle, il St George. Mentre nell’adiacente via del Gonfalone la
signora Anna La Vista, che da quindici anni occupa un locale del
Reverendisssimo Capitolo di San Pietro, si è pure dovuta far carico
delle spese di ristrutturazione dell’immobile prima di ricevere lo
sgombero. Neanche l'associazione Anticaja e Petrella che si occupa
del reinserimento dei detenuti è stata risparmiata dal nuovo corso.
Storie individuali che un consigliere comunale della circoscrizione
I di Roma, il radicale Mario Staderini, raccoglie caparbiamente da
tempo. «Gli esponenti del Vaticano sono liberissimi di rivendicare
il loro interesse speculativo per un immobile del centro storico,
anche se a pagarne il prezzo saranno persone disagiate », osserva,
«ma l'amministrazione comunale non può venir meno alla sua funzione
di governo del territorio». Già l'estate scorsa Staderini aveva
chiesto alla giunta Veltroni di fare un censimento delle proprietà
religiose, senza ricevere fino ad oggi alcuna risposta.
«Sarebbe stato opportuno conoscere i dati», aggiunge, «prima di
donare 30 terreni per l'edificazione di nuove chiese, e annessi
ostelli, come ha fatto il Comune l'anno scorso». E così è inutile
cercare dati sul patrimonio ecclesiastico negli uffici competenti.
L'unica stima, che riguarda le imposte comunali sugli immobili di
proprietà versate dalla Curia, la fornisce l'assessore al Bilancio,
Marco Causi: con l'entrata in vigore dell'esenzione totale varata
dal governo Berlusconi nel dicembre 2005 (anche sui beni ad uso
commerciale), il gettito Ici annuo generato da terreni e fabbricati
religiosi è crollato da 32 a circa 7 milioni. Con una perdita secca
vicina all'80% che all'epoca aveva spinto i sindaci di San Giovanni
Rotondo e Assisi, le due principali mete di pellegrinaggio dopo
Roma, a venire nella Capitale a manifestare. È un regime agevolato
che sulla carta doveva essere cancellato dal decreto Bersani
dell'agosto scorso, ma in seguito a «difficoltà interpretative e
applicative» (sul trattamento da riservare a scuole e case di cura
religiose, per esempio) la maggioranza di centrosinistra ha
preferito istituire una commissione cui non sono stati dati limiti
di tempo per sciogliere l’arcano.
E dire che la riforma Bersani era stata sollecitata da un intervento
della Commissione europea, dopo che alcuni operatori alberghieri
della Capitale, sempre per iniziativa dei radicali, avevano
presentato un esposto a Bruxelles per violazione della direttiva Ue
sulla concorrenza. Gli enti religiosi non godono infatti solo
infatti del privilegio di essere esentati dall'Ici anche in caso di
attività commerciali, ma beneficiano anche di uno sconto del 50%
sull'Ires: in pratica pagano la metà delle tasse sui redditi
generati dall'affitto di camere e appartamenti.
Scoperto con il Giubileo, il fenomeno del turismo religioso si è
conquistato l’attenzione crescente delle alte sfere della Chiesa.
Intorno a questo nuovo business si è sviluppata l’Opera romana
pellegrinaggi di monsignor Liberio Andreatta, cui fa capo l’agenzia
viaggi Quo Vadis. Insieme al gruppo Cit la Santa Sede aveva anche
messo a punto un progetto molto ambizioso per creare a Pietrelcina,
il luogo natio di Padre Pio, un polo turistico religioso, con 76
milioni di investimenti: poi la crisi dell’operatore viaggi ha
fermato tutto.
Ma che il settore sia in crescita lo dicono le cifre: in tutto il
paese si contano circa 3.300 case per ferie gestite da enti
religiosi, con un giro d'affari annuo stimato in 4,5 miliardi, e 200
mila posti letto. Di questi 5 mila sono a Roma, città che solo a
Pasqua registra più di 600 mila pellegrini. Oltretutto il calo delle
vocazioni ha svuotato abbazie e monasteri, che sono più di 2 mila in
tutta Italia, e questo proprio mentre gli ordini venivano chiamati a
rispondere ad una nuova razionalità economica.
È un boom che ha moltiplicato i cantieri per trasformare antichi
conventi e collegi religiosi in case di accoglienza e veri e propri
alberghi, soprattutto nella Capitale. E così un palazzo del
Borromini di proprietà delle suore Oblate di Santa Maria dei Sette
dolori in Trastevere si avvia a diventare un hotel con 62 camere.
Sempre a Trastevere è già in funzione il San Giuseppe di vicolo
Moroni, mentre il Collegio gregoriano di via San Teodoro, che
s'affaccia sul Palatino, verrà dato in gestione a terzi dopo la
riconversione.
È una febbre edilizia che finora è stata gestita con riservatezza da
pochi intermediari di fiducia, primo tra tutti il gruppo Re,
Religiosi ed ecclesiastici, di Vincenzo Pugliesi e Franco Alemani.
Una realtà nata più di vent'anni fa, con lo slogan «non dannatevi
per vendere un convento », che si è specializzata nella
compravendita e ristrutturazione di beni ecclesiastici e oggi ricava
dall'attività con ordini e congregazioni una trentina di milioni
l'anno (su un fatturato complessivo di 55 milioni).
«La prima richiesta che ci arriva», spiega il vicepresidente Alemani,
«è vendere sempre dando la prelazione alla Chiesa». È per questo che
sono bandite le aste mentre a dirigere la controllata cui fa capo il
business religioso, la Re spa, è stato chiamato di recente l'erede
di una delle famiglie che contano in Spagna, Antonio Fraga Sanchez.
I primi acquirenti di beni della Curia sono proprio loro, il
Santander e il Bilbao, da sempre a braccetto con il potentissimo
Opus Dei.
Leggi anche :
http://www.disinformazione.it/costovaticano.htm
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