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Articolo di
Cancrini apparso sull'Unità del 19/2/07 in risposta ad una
lettera di critica per i privilegi degli onorevoli.
"Vi sembra giusto che milioni di persone, tra anzianî
con pensioni insufficienti, disoccupati, precari e lavoratori
dipendenti che ormai stentano ad arrivare alla fine del mese,
debbano sopportare la loro condizione, oltretutto invitati da Voi a
sostenere sacrifici, stante la Vostra posizione di privilegiati? Mi
riferisco all'articolo dell'Espresso che parla ancora una volta dei
vostri stipendi e delle vostre pensioni garantite dopo pochi anni di
Parlamento. Forse una iniziativa che consideri, prima degli aumenti
di 10 euro per ogni ricetta medica, prima della riforma delle
pensioni e di qualsiasi altro provvedimento a sfavore dei «soliti
tartassati», una seria Riforma dei privilegi servirebbe a ricreare
almeno un clima di sopportazione nonostante tutto. Ma forse questo
non è poi tanto necessario per chi siede sugli scanni di velluto".
Lettera firmata
Il problema degli emolumenti di
cui godono i parlamentari non dovrebbe essere affrontato, a mio
avviso, in un modo così sommario. Parlare seriamente di un problema
come questo chiede di riflettere prima di tutto sulle funzioni che i
parlamentari dovrebbero svolgere e sulle condizioni reali in cui
dovrebbero organizzare la loro vita per svolgerle in modo adeguato.
Rispettoso dei cittadini che li hanno eletti. Il principio per cui i
rappresentanti eletti nelle Camere o nelle Assemblee devono essere
pagati, era, nel tempo in cui si cominciò a parlare di democrazia
parlamentare, un principio affermato soprattutto dalle forze di
sinistra, quelle che rappresentano il movimento dei lavoratori.
Nelle società in cui il potere era tutta nelle mani della nobiltà,
pagare le persone che svolgevano funzioni di governo non era
necessario.
Così come non era necessario, ovviamente, pagare i deputati quando
all'elettorato attivo e passivo (al diritto di voto, cioè, e a
quello di essere eletti) si accedeva per censo; in base, cioè, al
reddito. La lunga fase di scontro fra borghesia e proletariato che
caratterizza la storia politica e sociale di tutti i paesi
occidentali negli ultimi due secoli si è articolata concretamente
proprio su questo punto. Si sostiene, da parte di una sinistra che
veniva anche allora come oggi chiamata radicale e tacciata di
vicinanze eccessive con gli estremisti e con gli anarchici, l'idea
per cui una democrazia compiuta deve permettere il voto a tutti i
cittadini, indipendentemente dal loro censo e, più tardi,
indipendentemente dal loro sesso. Ricordare ai nostri figli che il
suffragio universale che sembra a tutti oggi così naturale è il
frutto di una lunga battaglia politica portata avanti soprattutto
dalle forze rappresentative del movimento operaio li aiuterebbe a
riflettere meglio, forse, sul senso e sulla funzione delle
istituzioni in cui si compiono i riti della democrazia.
Li aiuterebbe a capire, soprattutto, perchè il momento in cui venne
stabilito che i rappresentanti del popolo dovevano ricevere delle
indennità fu considerato (e dovrebbe essere considerato ancora oggi)
come un passaggio importante di crescita della democrazia. Quello
che si permetteva in questo modo era, infatti, l'accesso a
responsabilità politiche di rilievo da parte di persone non
abbienti. Operai e artigiani. Persone socialmente umili che non
venivano da famiglie ricche e potenti. Persone che dovevano essere
in grado di sentirsi libere dal bisogno per poter svolgere in modo
serio il loro mandato.
Qualcuno potrebbe dire che molti anni sono passati da allora e che
molte cose da allora sono cambiate. Il problema è, tuttavia, che
basta guardarsi intorno per capire che la tendenza attuale è, in
gran parte dei paesi occidentali, quella di favorire sempre di più
l'accesso alla politica di persone dotate di grandi quantità di
denaro. Loro personale o di famiglia o fornito loro da sponsor che
rappresentano corposi interessi economici. Le lobbies rappresentano
di fatto una realtà sempre più significativa della politica moderna
e creano un rischio di evidente subalternità per quei politici e per
quei partiti che rappresentano interessi deboli dal punto di vista
economico.
Assicurare ai parlamentari in quanto tali indennità che li mettono
in grado tutti, e soprattutto quelli che non hanno alle loro spalle
ricchezze di qualsiasi tipo, di vivere dignitosamente portando
avanti una attività che è complessa e, glielo posso assicurare,
assai impegnativa e faticosa è in effetti un modo di garantire la
loro autonomia e la loro possibilità di lavorare in modo corretto.
Tenendo presente in particolare che le battute qualunquistiche sui
cosiddetti «portaborse» ignorano nei fatti quanto sia importante
ricevere degli aiuti concreti da persone che lavorano con te quando
sei costretto a prendere posizione e a dare pareri su questioni che
debbono essere di continuo valutate ed approfondite. Ma tenendo
presente ugualmente che i parlamentari della sinistra utilizzano
abitualmente una parte consistente delle loro indennità per tenere
in vita organizzazioni di partito che, non avendo alle spalle dei
potentati economici, possono permettersi solo in questo modo di
esistere e di esercitare la loro funzione di difesa degli interessi
economicamente più deboli.
Lo stesso discorso va fatto, a mio avviso, per quello che riguarda i
vitalizi dei Deputati e dei Senatori. Chiarito che si tratta di
denaro detratto dalle loro indennità che torna loro successivamente,
garantendoli economicamente se non vengono rieletti, infatti, il
problema è, ancora una volta, quello di valutare i danni arrecati
ad una qualsiasi attività di lavoro da un lungo periodo di assenza.
Progressione di carriera nel caso del lavoro dipendente e rapporti
con la propria clientela in quello del lavoro autonomo risultano
fortemente intaccati da dieci anni passati in una assemblea
legislativa.
Una certa sicurezza economica assicurata a chi lascia la carica
parlamentare favorisce, d'altra parte, quel ricambio di persone
necessario per una attività politica all'altezza delle
responsabilità. Vivo e mi guardo intorno da un numero di anni
sufficiente ormai per poter rispondere con una certa serenità ad una
lettera come la sua dicendo che parlare di «privilegi» dei
parlamentari oggi mi sembra molto demagogico ed assai poco
realistico.
Duro e non sempre ricco di soddisfazioni, il lavoro del parlamentare
è pagato, a mio avviso, in modo sostanzialmente corretto. I
privilegi, che sono ancora tanti, stanno altrove ed è al servizio di
chi li ha, purtroppo, che un certo numero di parlamentari accetta di
svolgere il suo mandato. Facendo una politica di destra perché la
differenza fra destra e sinistra in politica dipende solo da questo:
dalla parte con cui ci si schiera nell'ambito del conflitto
d'interessi che inevitabilmente percorre una società come la
nostra.
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