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Era l’alba del 1°
agosto dell’anno 1861. A Pontelandolfo si avvertiva nell’aria odore
di fermento. I poveri raccolti non bastavano più a pagare le tasse
ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi. I contadini avevano
assistito increduli alle gesta del generale Garibaldi. Ben presto si
erano resi conto che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei
signorotti. Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano
detta lunga sulla sua appartenenza di classe a da che parte stava.
I pontelandolfesi
erano stanchi delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei
loro notabili. Le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la
coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I
giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese,
preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Il popolo rimpiangeva
i tempi in cui governavano i
Borbone
(vedi foto) e non aspettava altro che il momento in cui la
rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
L’arciprete Don
Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti
borbonici manteneva i contatti con i contadini, sapeva infondere
loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo
ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine.
Finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che
stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese
e saccheggiatori di beni.
Nonostante il
servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il giorno 2
agosto, il partigiano Gennaro Rinadi detto Sticco, si
presentò al sindaco Melchiorre consegnandogli una missiva su cui
c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante della
brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al primo cittadino
8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti
avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale
somma doveva essere consegnata al latore del biglietto.
Chiamato dal
sindaco, il 3 agosto giunse in paese il colonnello della Guardia
Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari. Una
cinquantina di guardie chiusero l’entrata della piazza mentre gli
altri cominciarono a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era
rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata. Venne
saccheggiata anche la chiesa di San Rocco dove De Marco e i suoi
mercenari avevano preso alloggio.
Durante la notte
tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo
brulicavano di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano
coraggio alla popolazione, scoramento e paura ai liberali.

Il colonnello
garibaldino De Marco inquieto diede ordine alla sua colonna di
prepararsi ad abbandonare il paese.
Il 6 agosto
emissari di Don Epifanio raggiunsero al galoppo l’accampamento di
Cosimo Giordano per invitare i partigiani regi in chiesa a
ringraziare il Signore.
La brigata Frà
Diavolo composta da circa trenta partigiani, dopo l’azione di
guerriglia di San Lupo si diresse verso Pontelandolfo. Il paese era
in festa per la fiera di San Donato in pieno svolgimento. Tutti
aspettavano con impazienza l’arrivo dei loro eroi, l’arrivo dei
partigiani regi comandati da
Cosimo Giordano (vedi foto)
che stava combattendo la guerra santa contro gli infedeli
piemontesi.
Il 7 agosto mentre
il campanile rintoccava la quinta ora pomeridiana, la brigata d’eroi
giunse in paese tra ali di folla in festa. L’arciprete Don Epifanio
de Gregorio cominciò a lodare il signore con il Te Deum per
ringraziare Francesco II. I guerriglieri, seguiti da oltre tremila
popolani, si diressero verso il Corpo di Guardia, disarmarono i
pochi ufficiali rimasti e lo devastarono. I quadri di
Vittorio Emanuele
II e di Garibaldi furono ridotti in mille pezzi, le suppellettili
furono messe sottosopra. La bandiera tricolore fu staccata e dal
panno bianco si strappò lo stemma sabaudo. Il popolo eccitato, come
ubriacato dall’avvenuta libertà, urlava, gridava la propria gioia.
Angelo Tedeschi da
San Lupo, ritenuto essere la spia dei piemontesi, fu scovato
rannicchiato nella sua stalla, sotto il fieno, e freddato con un
colpo di fucile da Saverio Di Rubbo. Nella bolgia, un colpo vagante
colpì, ferendolo, Pellegrino Patrocco, eremita di Sassinoro, ed un
altro colpì in casa sua, uccidendolo, Agostino Vitale. L’esattore
Michelangelo Perugini, liberal massone e reo di aver spremuto e
ricattato i contadini, fu ammazzato e la sua casa bruciata. Il
popolo poteva sfogare la propria rabbia repressa da un anno di
sudditanza totale, di dittatura, di terrore, di ruberie, di violenze
subite e mal celate. Cosimo Giordano ed il suo vice, seguiti dal
popolo, si diressero verso la casa Comunale, ove distrussero i
registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani di
Pontelandolfo in caso che i piemontesi avessero rimesso i piedi nel
paese. La bandiera tricolore fu bruciata sul balcone e al suo posto
venne issata quella borbonica. I prigionieri furono liberati dal
carcere. Venne istituito un governo provvisorio. Pontelandolfo,
dunque, era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio.
Guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e
di Campolattaro, erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per
tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II.
Il 9 agosto,
trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale
che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche
passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli
impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino
esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa
tassa di guerra. Non vi fu alcuna azione cruenta, a tutti i
passeggeri furono rubati solo i soldi ed i loro preziosi. Intanto
Cosimo Giordano fece fucilare Libero D’Occhio dopo un processo
sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della
patria.
La bandiera
gigliata sventolava sui pennoni più alti. Con i soldi sequestrati
dai partigiani furono sfamate le famiglie che più avevano bisogno.
Al Comune si distribuiva il pane, i muri delle case erano tappezzati
di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le
strade piene di volontari. I manifesti affissi durante la notte dai
partigiani della banda Giordano riportavano il proclama del
Comandante in Capo
Chiavone (vedi foto) che
operava tra la Ciociaria e gli Ausoni.
Su ordine del
Generale Cialdini il 13 agosto partì da Benevento una colonna di
bersaglieri, tutti tiratori scelti, comandata dal Generale Maurizio
De Sonnaz detto Requiescant per le fucilazioni facili
da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad
abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento
bersaglieri assassini e criminali di guerra. Il colonnello Negri
procedeva a cavallo, con al suo fianco il garibaldino del luogo de
Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento
bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava
dirigendosi verso Pontelandolfo. Un’altra colonna di quattrocento
bersaglieri si stava portando verso Casalduni.
Era l’alba del 14
agosto. Gli ordini di Cialdini erano precisi: Pontelandolfo doveva
pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
La banda di Cosimo
Giordano bivaccava a circa un chilometro dal paese, nella selva, tra
i monti presso la località Marziello. I partigiani avvertiti
dai pastori, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi,
ma erano solo cinquanta. Una scarica di pallottole colse di sorpresa
i bersaglieri. Tutti scesero da cavallo, qualcuno cadde morto, altri
furono feriti, altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e
la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali
continuavano a sparare sul mucchio, alla cieca, non potendo mirare
giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò pochi minuti, ma fu
feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati
dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione
di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze
in campo, si diedero alla fuga. I bersaglieri contarono venticinque
morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di
Giordano, diede ordine al plotone di comporre le salme dei caduti e
di proseguire la marcia verso Pontelandolfo. L’esercito piemontese
circondò il paese, fucile alla mano, pronto a far fuoco. Un plotone,
con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le
case dei settari massoni da salvare. Portata a termine l’operazione
salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri
si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo.
Erano le quattro del mattino quando ebbe inizio l’eccidio. Le case
furono incendiate. Gli abitanti, armati di roncole e forche,
tentarono una sterile difesa, ma i fucili dei piemontesi ebbero
inesorabilmente la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella
propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto, altri mentre
fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma
veniva abbattuto sull’uscio senza pietà. Grida, urla, gemiti dei
feriti, pianti dei bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e fuoco.
Tutto il paese bruciava. Nicola Biondi, contadino sessantenne, fu
legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali
denudarono la figlia Concettina, di sedici anni, e tentarono di
violentarla. Ma la ragazza difese strenuamente l’onore. Dopo
un’aspra colluttazione, sanguinante cadde a terra esanime. Una
scarica micidiale di pallottole abbatté il padre Nicola. Decine e
decine erano i cadaveri disseminati nei vicoli, nelle strade, nelle
piazze. Alle ore sei metà paese era in fiamme, mentre i bersaglieri
continuavano la mattanza
Ancora uccisioni,
stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e
così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Dopo aver
ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro,
argento, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi,
pentole e piatti. Il sangue scorreva a fiumi per le strade di
Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San
Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti,
persino le statue dei santi furono trafugate. Il saccheggio e
l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861. Donne
seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma,
se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti,
venivano violentate e poi uccise. I morti venivano accatastati l’uno
sull’altro. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare
la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con
legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia
delle baionette.

Dopo ore di
stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz
fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame. Al suono
del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati sull’attenti al
cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri, si diressero
verso Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti,
mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato. Il laconico
messaggio del colonello Negri, di passaggio da Fragneto Monforte,
recitavaL’ennesimo truculento eccidio era stato portato a compimento
con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione
inerme, fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera
della sua libertà, fiera della sua storia ultrasecolare, fiera di
essere italiana, fiera della sua religione.
di Gabriele
Palladino
tratto da
"L'Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni" di Antonio Ciano
http://www.comune.pontelandolfo.bn.it/brigantaggio.htm
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anche : Dati storici del
meridione
Meridione e floklore
Il briganataggio |