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Prima una premessa. secondo me
bisognerebbe del tutto uscire dalle logiche dei consumi, del
mercato, della produttività. ma rimanendo in questo contesto almeno
si facciano analisi corrette e si propongano soluzioni adeguate.
detto questo vi propongo un ottimo articolo di Furio Colombo.
Quello che stupisce dell'articolo
sotto è che a firmarlo non è un comunista, ma un liberale vero,
autentico.
La
riduzione del salario a variabile assolutamente ininfluente non è un
problema solo italiano. Cosi come la sperequazione
tra ricchi e poveri è un problema globale. In Italia è
maggiormente avvertita perchè i salari sono tra i più bassi del
mondo occidentale e il passaggio all'Euro(1)
ha portato drammaticamente alla luce le difficoltà. Con un costo
della vita che si è adeguato a quello Europeo (ma spesso è
anche aumentato) ma con salari rimasti invariati.
La
riduzione del costo del lavoro e la massimizzazione dei profitti gli
unici obbiettivi dell'imprese, delle multinazionali. Si "esternalizza"
il lavoro, la produzione, portandoli in zone ( Cina, India) in cui i
salari sono da fame perchè le garanzie sul lavoro inesistenti.
Questo
comporta l'impoverimento di intere fasce sociali nei paesi
occidentali. Allora, a me che non sono un economista, qualcuno dei
tanti imprenditori italiani mi spieghi che senso ha aumentare
la produttività e la produzione se poi non c'è chi compra quel
prodotto?
Ford diceva che un suo operaio doveva
essere in grado di comprare l'auto che la sua azienda produceva.
Oggi non frega più niente a nessuno
La crisi di consumi deriva non dalla scarsa produttività, ma
dai salari da fame, con il costante aumento di fasce della
popolazione che non arrivano a fine mese ed inevitabilmente
riducono i consumi. Quindi la risposta dovrebbe essere aumentare i
salari e mettere questa gente in grado di consumare ciò che produce.
Invece l'arroganza degli industriali
Italiani ancora una volta reclama a se l'intera posta del surplus di
entrate.
Il capitalismo parassita e straccione
Italiano, cresciuto sempre all'ombra degli aiuti e delle commesse di
Stato, incapace della minima autocritica, arrogantemente si
attribuisce tutti i meriti.
Scordando ad esempio di avere
sostenuto apertamente, fino all'appiattimento assoluto di
confindustria, un governo mafioso piduista che ha portato il paese
sull'orlo del baratro economico-finaziario. Non si ode una voce di
autocritica..
Shit!!
Sulle scelte in merito valuteremo il
comportamento di questo governo. Cioè se agirà nel senso di una
ridistribuzione vera o se accontenterà ancora una volta i poteri
forti. E qui varrà la pena inchiodarlo per aprire una stagione di
conflitto vero, duro.
giuseppe galluccio 1/4/07
Diciamo la verità, la sorpresa è grande. l salari italiani sono i
più bassi in Europa, e negli ultimi cinque anni sono cresciuti la
metà che nella virtuosa Inghilterra. L'avevate mai sentito dire nei
mega-convegni di Cernobbio e nelle varie assise dei vecchi e dei
giovani Confindustria, dove molti, se le circostanze lo permettono,
sono pronti a dedicare una ovazione a Tremonti?
La fonte non è la Cgil, è l'Eurispes, in uno studio pubblicato
il 28 marzo e basato su dati Eurostat e Ocse aggiornati al 2006.
Avrete notato che non ho scritto "la fonte - come è noto - è l'Eurispes".
Perché non è noto. Non voglio dire che si dà poco spazio e scarse
notizie sull'attività dell'Eurispes in generale. Se lo studio fosse
stato dedicato ai fannulloni, agli assenteisti, ai lavoratori
distratti e poco affezionati ai tempi e ai ritmi della fabbrica, il
boom della notizia sarebbe stato assicurato.
Ma questa volta l'Eurispes ha invertito l'autostrada dei luoghi
comuni contromano. La corsia è occupata da bolidi che sfrecciano
assecondati da tutto il rilievo necessario, con le piazzole di sosta
dei mega-convegni e la volenterosa partecipazione di buoni nomi
della sinistra. E dicono:
- che adesso basta, la festa è finita e il costo del lavoro deve
diminuire;
- che il vero problema è la produttività, e la produttività è
bassa:
- dunque bisogna tenere d'occhio il "clup" che è il costo del
lavoro per unità di prodotto. Alto, troppo alto.
- e infatti: è vero che c'è la svolta e che c'è la crescita. Ma la
redditività (che vuole dire cosa ne viene all'impresa) continua a
calare.
Non uso questi argomenti per effervescenza polemica. È cronaca.
Appena conosciuti i dati Eurispes sui salari italiani (media 16.242
curo annui) “la Commissione Europea ha invitato Italia, Spagna,
Grecia e Portogallo (gli altri fanalini di coda) a ridurre il costo
del lavoro. Un messaggio a prima vista incomprensibile” (Il Corriere
della Sera, 30 marzo).
Il fatto è che l'estroso messaggio della Commissione Europea, che
non si è mai occupata dei compensi immensi dei manager, suona bene,
è di moda. E non è affatto isolato. Per esempio la notizia a cui
sto dedicando questa riflessione “I salari italiani sono i più
bassi d'Europa” non è apparsa sulla prima pagina di alcun grande
quotidiano italiano (Corriere della Sera pag. 28, Repubblica pag.
11). Era la quinta o la sesta dei migliori telegiornali e dei più
ascoltati giornali radio, e non una voce per commentare. Perché
no? Perché è una contro-notizia, che rompe da sola alcuni luoghi
comuni e alcune fedi radicate, toglie spazio alla tonanti
ammonizioni del Prof. Piero Ichino sui fannulloni (ogni
fannullone inglese guadagna esattamente il doppio del fannullone
italiano), ad alcuni punti smaglianti della supercelebrata "agenda
Giavazzi", e praticamente a tutti i convegni dei grandi economisti
e della Confindustria in cui di tutto si parla meno che della paga
degli operai, che non è ferma dov'era, ma scivola in basso tra
la disattenzione generale. È una variabile irrilevante? E come si
spiega che, anche adesso, quando se ne parla, in convegni, interventi,
articoli e nella Commissione Europea, la richiesta è sempre la
stessa : "Ridurre il costo del lavoro"?
Poiché vengo da esperienze nel mondo del lavoro iniziate negli anni
Cinquanta accanto ad Adriano Olivetti, non posso dimenticare alcune
sue persuasioni di imprenditore intelligente di una azienda che era
allora al colmo del successo, della produttività, della
redditività, che aveva accanto alla fabbrica la più grande
biblioteca privata del Piemonte, una scuola materna che figurava su
tutte le riviste di architettura del mondo, e alcuni fra gli
intellettuali più importanti e innovatori del Paese di quegli anni.
Diceva: "Non vi dimenticate del buio del lunedì, quando un operaio
torna alle presse" e chiedeva a noi giovani dirigenti di passare
qualche mese alle presse prima di sederci dietro una scrivania a
giudicare il lavoro degli altri. Diceva: "Non siamo soli a fare
l'impresa. Ci siamo noi e ci sono gli operai. Qui si lavora
insieme". Non era bontà, era intelligenza e realismo. Con qualche
convenienza per il padrone: non ricordo scioperi. Ma il padrone
aveva alcune ossessioni sul mondo fuori della fabbrica (che "doveva
essere bella"), soprattutto le case. "Dove vanno ad abitare i nuovi
operai che arrivano da fuori?". E la terra. Ammoniva Paolo
Volponi, Ottiero Ottieri e me che (con gli ingegneri Nicola
Tufarelli e Riccardo Berla lavoravamo nei rapporti col personale):
"I contadini che diventano operai non devono vendere il pezzo di
terra che hanno. Dobbiamo aiutarli a tenere le radici. Noi gli
offriamo un lavoro. Ma fuori hanno una vita che non si
deve cancellare". E anche: "Nessun dirigente, neanche il più alto,
deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minimo".
Sentite adesso alcuni voci del nostro tempo. Ci aiutano a misurare
la distanza, che è siderale.
"Siamo noi il motore della ripresa".
"La ripresa c'è ma non è il frutto di chissà quale miracolo esterno.
Il merito è tutto di un ampio processo di ristrutturazione
industriale. Ma i margini della redditività continuano a calare.
Aumenta il costo del lavoro per unità prodotta".
Cito un articolo dedicato al convegno di Genova-imprese,
presenti i personaggi chiave dell'industria italiana e una platea di
ministri (Corriere
della Sera, 30
marzo). Come
si vede c'è l'impegno di non concedere niente al governo ("se c'è
un successo è soltanto nostro") bilanciato dalla consueta e un
po' sgradevole tendenza a chiedere, che è ormai tipica di tutti
i protagonisti della vita pubblica italiana che sono in grado di
farlo. Ma come vedete, secondo una tendenza ormai accettata e
radicata, il lavoro compare solo come circostanza
avversa, come palla al piede.
Proviamo a
isolare alcuni concetti di questa interessante dichiarazione (che
la giornalista Polato del Corriere attribuisce a Giuseppe Morandini,
presidente delle piccole e medie imprese, a Sandro Trento,
direttore del Centro Studi e a Luca Cordero di Montezemolo).
"Siamo noi il
motore della ripresa". È una orgogliosa rivendicazione che denota
un curioso senso di solitudine in un paesaggio - europeo e
americano - che da tempo ha abbandonato il lavoro e si occupa solo
di tutelare le imprese. Certo la frase vuol dire: non
dobbiamo nulla al governo. Suggerisce alme nola domanda":
come mai la crescita del Paese, con un altro governo, era zero? Come
mai Emma Bonino in quel convegno può dire che "finalmente si rivede
la capacità di esportare"?
"Il merito è
tutto della nostra ristrutturazione". Leviamoci il cappello. Ma
perché, quando le cose vanno male non si dice mai "la responsabilità
è tutta della nostra incapacità organizzativa"? Possibile che le
imprese abbiano solo meriti, e da un solo lato, quello
dell'imprenditore? Senza il lavoro?
Al costo del
lavoro per unità di prodotto continua a crescere per effetto della
bassa produttività". Vuol dire che gli operai sono pigri o che il
lavoro è male organizzato? E se lo è, come comporre questa immagine
di scarsa efficienza con l'autopromozione appena celebrata di una
"straordinaria ristrutturazione"? Chiunque sa e capisce che la
produttività è il capolavoro dei manager e non può essere (si
diceva solo nella Cina di Mao) lo slancio incontenibile dei
lavoratori.
Dunque manca
qualcosa a questo quadro, una sorta di cecità selettiva che sembra
attraversare la cultura d'impresa del mondo e spinge anche sui
governi e sulla Commissione Europea. Manca il lavoro, la sua
dignità, l'attenzione necessaria (se non altro per abilità
imprenditoriale), la chiamata dei lavoratori alla ribalta per
gli applausi, quando le cose vanno bene, come fa anche il più
vanesio direttore d'orchestra quando, nello scroscio di applausi e
di "bravo", invita gli esecutori ad alzarsi in piedi.
Mancano veri
dibattiti sul compenso. Ricordate? Un Papa di due secoli fa
ammoniva "Dare la giusta mercede agli operai". "Giusto" è una parola
grossa. Ma è anche un impegno di civiltà e un programma di governo.
Un Paese, nella vita internazionale, si imbatte spesso in cliché
negativi ed è giusto che reagisca con orgoglio. Possiamo accettare
che si dica: "L'Italia è il Paese che compensa meno di tutti il
lavoro" anche quando il lavoro porta al successo? La risposta è no.
Furio Colombo dall
'Unità del 1/4/07
(1) Sia chiaro che il problema non è
l'euro, ma il modo in cui è stata gestita la fase di passaggio dal
governo berlusconi, perchè negli altri paesi europei, per esperienza
diretta, non ci sono stati gli aumenti ingiustificati avvenuti in
Italia. |