| Non solo archiviazioni - Le guerre di Woodcock
da
La Stampa Uno con quel nome non può certo passare
inosservato se poi si mette a rimestare nell’informe acquario che
accoglie il variegato mondo dei vip, delle star che compensano
carenze artistiche con buone amicizie anche politiche, se pretende
di mantenere il suo aplomb di «cinico capace di coltivare
illusioni», allora è facile intuire il perchè della sua eccessiva
esposizione mediatica. Che è - la prima pagina - la croce e delizia
di Henry John Woodcock, il pm oggi più famoso e controverso
d’Italia.
La grancassa
Una prima pagina a volte strenuamente difesa anche contro il
buonsenso che negherebbe a Potenza la competenza territoriale (ha
aperto persino una «Somaliagate») e che invece il pm sembra aver
fatto diventare l’ombelico della «cattiva Italia» o la capitale del
riscatto morale. Già, perchè può accadere che, da un lato, il
magistrato - un tantino compenetrato nel ruolo - possa sentirsi
gratificato dalla grancassa e, dall’altro, si ritrovi obbligato a
far fronte alle enormi aspettative generate.
Prendiamo le indagini precedenti a Vallettopoli. Come il Savoiagate
con la caduta del re e tutto il contorno, non meno incandescente, di
politici accusati di concussione sessuale (quanto dista da un
«discutibile comportamento»?), corruzione, associazione per
delinquere e giornalisti eticamente sospettabili. Dopo l’exploit
iniziale si è pian piano arrivati alla conclusione che l’inchiesta,
stringi stringi, non è approdata a nulla. La procura di Como ha
chiesto l’archiviazione, il portavoce di Fini, Salvo Sottile, è
stato prosciolto. Insomma, una tempesta in un bicchier d’acqua.
Le conferme
Ma è davvero così? La generalizzazione mediatica, il salotto del
talk-show, l’autodifesa della politica fanno passare questo
messaggio. Che non è proprio esatto. Sottile, per esempio, è stato
liberato dall’accusa di concussione sessuale nei confronti della
Gregoraci ma resta indagato a Roma per corruzione, rispetto alla
vicenda delle autorizzazioni per le slot-machine. E’ indagato anche
di peculato, per aver fatto prelevare la Gregoraci con un’auto del
ministero degli Esteri che la portò nel suo ufficio, alla Farnesina.
Anche Vittorio Emanuele rimane indagato a Roma per corruzione,
insieme con Sottile, Francesco Proietti, segretario particolare di
Fini, e Achille De Luca. La richiesta di archiviazione di Como -
fanno osservare i supporter di Woodcock - arrivava nello stesso
giorno in cui la sesta sezione della Cassazione respingeva il
ricorso di due imputati, dando ragione all’operato del pm.
E l’inchiesta del 2002, quella che fece esplodere mediaticamente il
personaggio Woodcock? Partiva da una tangente Inail e finiva all’Eni-Agip.
Un terremoto che coinvolgeva gruppi imprenditoriali e un gruppo
trasversale di politici: i deputati Angelo Sanza (Fi) e Antonio
Luongo (Ds), il vicepresidente della giunta della Basilicata, Vito
De Filippo (Ppi-Margherita). Non mancavano esponenti della Finanza e
il generale dei carabinieri, approdato al Sisde, Stefano Orlando, ex
responsabile per la sicurezza di Cossiga che non nascose
l’irritazione nei confronti del pm insolente. Contemporaneamente,
però, gli imprenditori De Sio ammettevano di «pagare regolarmente
tutti i partiti».
Dopo un mese il tribunale del Riesame confermava il quadro generale
dell’inchiesta, annullando però il provvedimento cautelare per il
generale Orlando e per De Filippo, nei confronti del quale rimaneva
l’interdizione dai pubblici uffici per due mesi. In seguito
l’inchiesta si allargherà e produrrà altri arresti, sempre
contestati, fino a un primo approdo: il patteggiamento (20 e 8 mesi)
di Emidio Luciani ed Enrico Fede (beneficiari di mazzette) e la
restituzione di più di 250 mila euro alle casse dell’Inail.
Poca sobrietà
Certo, la scarcerazione e il proscioglimento di persone in
precedenza arrestate, con gran clamore, è naturale che possa
offuscare il resto dell’andamento dell’inchiesta. In questo senso,
forse, sarebbe giusto auspicare una maggiore sobrietà e minore
attenzione mediatica. Woodcock, invece, finisce sempre in prima
pagina. Quando, per esempio, la giornalista della Rai, Anna La Rosa,
viene risparmiata dall’accusa di corruzione per aver accettato un
gioiello da un imprenditore della sanità che avrebbe dovuto
intervistare. Stessa graticola per Cesara Bonamici (Tg5), finita
nelle intercettazioni sul Savoiagate ma «condannata» (con la La
Rosa) solo dall’Ordine dei giornalisti. Woodcock non ha sempre
ragione, o torto. Il Csm si è interessato alle sue gesta: non è
stato mai preso in castagna. Neppure dagli ispettori guidati da quel
Miller maestro di un Woodcock alle prime armi. |