Intervista a Matteo
Scanni
In
questi giorni è uscito nelle librerie "'O Sistema" - Un'indagine
senza censure sulla camorra. Il documentario/inchiesta edito da
Rizzoli è stato realizzato da Ruben H. Oliva e Matteo Scanni.
Il documentario "O Sistema"
è stato il vincitore del Premio Produzione della XXII edizione del
Premio Ilaria Alpi.
Ho avuto il piacere di intervistare
per inPolitica Matteo Scanni, coautore del documentario nonchè
docente alla scuola di giornalismo dell'Università Cattolica di
Milano. Di seguito le domande con le relative risposte:
Come mai ha deciso di
pubblicare un documentario sul Sistema Camorra? A che pubblico è
rivolto il vostro documentario?
"'O Sistema" è un documentario che
non si rivolge necessariamente a un pubblico di specialisti. Anzi,
abbiamo fatto il film che anche noi avremmo voluto vedere sulla
camorra, qualcosa che resistesse al tempo.
E’ per questo che abbiamo evitato di
perderci dietro le ricostruzioni dei singoli omicidi, nel dedalo
delle parentele, dei nomi e dei soprannomi. Questo lavoro è iniziato
con dei numeri, analizzando delle statistiche. E i numeri dicevano
che ogni anno a Napoli ci sono 100 morti ammazzati di camorra. Sono
cifre che non hanno paragone in Europa, nessuna altra grande
metropoli europea vive la drammatica realtà di Napoli. La
spiegazione a questi morti, dunque, non può essere univoca, non è
semplice.
A tal proposito, reputa
sufficienti le misure intraprese dal governo attraverso il piano
Amato?
La camorra non è un problema
esclusivamente militare, di controllo del territorio. Ci sono
ragioni che vanno cercate più nel profondo. Ma Napoli non è Baghdad,
non è una città persa. Il dibattito sull’ esercito è stato
pretestuoso, comodo, ha focalizzato l’attenzione sulla questione
militare. Pochi invece hanno fatto notare che per sconfiggere la
camorra occorre colpirla nei suoi interessi economici.
Secondo Lei come mai non si
colpiscono gli interessi economici della camorra?
Per ricostruire canali di
riciclaggio, forme di reinvestimento, appalti, traffici e quant’altro,
servono indagini lunghe, continuative e costose. Indagini che solo i
magistrati possono fare. Peccato che la Dia di Napoli possa contare
su un organico di appena 25 persone. Invece di pensare all’esercito,
si dovrebbe pensare a sostenere il lavoro di questi magistrati che
conoscono a fondo le strategie economiche dei clan camorristici, in
città e in provincia, dove la situazione è ancora più grave. Dove un
clan, quello dei Casalesi, gestisce da monopolista alcuni settori
delicatissimi: appalti, rifiuti…
Come mai allora lo stato
non interviene?
La verità probabilmente è che la
camorra è un’organizzazione funzionale allo Stato. Se si considera
che il Pil delle organizzazioni campane è di 16,5 miliardi di euro,
e si rapporta questa cifra al Pil del Paese, si possono trarre
conclusioni interessanti. La più ovvia è che senza la camorra interi
comparti del sistema produttivo Italia entrerebbero in crisi. Ecco
perché non si combatte la camorra con decisione.
Sta implicitamente
affermando che non ci libereremo mai della camorra.
Per liberarsi dalla camorra bisogna
colpirla là dove stanno i suoi interessi economici. Indagare e
chiudere il rubinetto che porta miliardi di euro nelle casse dei
clan. Ma le indagini sulla finanza criminale sono sempre difficili,
perché i capitali, una volta ripuliti, entrano nel circuito
dell’economia e dellafinanza legale. Indagini recenti hanno provato
che i clan investono in borsa, in società quotate. Il livello di cui
stiamo parlando è questo. Inoltre si è allargata quella zona grigia
in cui la camorra pesca risorse,uomini, soluzioni avanzate per
portare a termine i propri affari. I colletti bianchi al servizio
della criminalità organizzata, non solo campana, sono migliaia.
In "'O Sistema" è analizzato il forte radicamento sociale
della Camorra, secondo Lei a cosa è dovuto ciò?
Il problema economico è
fondamentale. La camorra offre lavoro, stipendi,assistenza. Sono
guadagni immediati, quelli criminali. Lo Stato, posto che questo sia
il suo compito, non è in grado di fare altrettanto. Il
sottoproletariato di Scampia e Secondigliano, della Sanità, di Barra
o Forcella non ha grandi alternative davanti. Entra nel giro
criminale per necessità. Non che il fattore culturale non conti, ma
le condizioni materiali di vita a Napoli sono un elemento
determinante.
Dedicate un intero capitolo
del libro al problema dei rifiuti e delle discariche abusive nate
tra Giugliano e Aversa e colme di rifiuti speciali. Qual'è la sua
opinione sull'emergenza rifiuti?
Il problema dei
rifiuti è antico. Inizia a porsi seriamente quando Cosa Nostra
concede in appalto ai Casalesi l’intero settore. Accade subito dopo
l’omicidio del giudice Imposimato, che la camorra elimina su ordine
della mafia siciliana. Negli anni Ottanta i Casalesi fanno un salto
di qualità e trasformano questo business in una miniera d’oro. I
verbali dei processi documentano che gli uomini del clan iniziano a
frequentare Villa Wanda, la residenza aretina dove Licio Gelli
organizza incontri d’affari tra gli imprenditori del nord che hanno
il problema di disfarsi di scorie tossiche e i rappresentanti dei
boss casertani. Nel giro di qualche anno si organizza su tutto il
territorio nazionale, ma soprattutto nel centro nord, una rete di
intermediari che, lavorando col cellulare, gestisce questo traffico.
Basta una telefonata per ricevere davanti ai cancelli dell’azienda
una colonna di tir sui quali i rifiuti vengono caricati e fatti
sparire lontano da occhi indiscreti.
Come può un
clan di una zona della Campania ottenere il controllo del traffico
dei rifiuti?
E’ un sistema che
funziona, perché i clan casertani praticano prezzi molti più bassi
di quelli delle discariche legali. Qualche cifra: in Italia ogni
anno vengono prodotte 100 milioni di tonnellate di rifiuti: 60
milioni finiscono nelle discariche legali, altri 20 milioni
finiscono nelle eiscariche francesi e tedesche, con cui lo stato
italiano ha stipulato appostite convenzioni. Restano altri 20
milioni di tonnellate, e sono i rifiuti più pericolosi: finiscono
tutti nelle discariche clandestine, sepolti nelle viscere della
terra dell’Agro aversano, affondati al largo delle coste del
Mediterraneo, oppure vengono spediti in Africa, Cina, ecc.
E lo stato?
Su questi rifiuti
lo Stato chiude un occhio. Che senso ha che i magistrati della dia
di Napoli abbiano disposto il sequestro di decine e decine di
discariche prive del certificato antimafia o addirittura
direttamente collegate alla camorra e che queste stesse discariche,
nelle scorse settimane, mentre i sacchi di spazzatura si
accumulavano per le vie di Napoli e della provincia, siano state
dissequestrate?
E' quello che ci chiediamo
un po' tutti, grazie mille per l'intervista
tratta da:
http://www.inpolitica.net/index.php?option=com_content&task=view&id=177&Itemid=9
Per maggiori informazioni Vi
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