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La finanza islamica ed il banchiere dei poveri
Mentre
lo statalismo socialista è miseramente crollato ed il liberismo
capitalista, divenuto selvaggio, sta dimostrando tutti i suoi
limiti, all’orizzonte si profila un terzo progetto, costituito dalla
finanza islamica, sconosciuto agli stessi specialisti, che potrebbe
costituire il modello vincente nel XXI secolo.
Nel 1982 le istituzioni finanziarie islamiche
possedevano un capitale
che oggi è cresciuto più di cinquanta volte e si
avvia, grazie agli introiti del petrolio, a superare i trecento
miliardi dollari, con un tasso di crescita superiore al 15% annuo.
Una liquidità smisurata che può fare da ago della bilancia
nell’economia mondiale.
Essa è fondata su regole apparentemente poco
competitive, rispettose dell’ortodossia coranica ed è presente in
oltre quaranta nazioni con centinaia di banche, che possono contare
sul fiume in piena dei capitali provenienti dal mercato dell’oro
nero.
Il Corano considera l’usura (riba) uno dei peccati
più gravi che si possano commettere e ritiene vietato (haram)
qualsiasi tasso di interesse, un paradigma agli antipodi del
concetto di banca occidentale. Non per questo nell’islam i capitali
non hanno alcun costo. La religione proibisce la determinazione a
priori della loro remunerazione, ma stabilisce che ai proprietari
del capitale vada una quota del denaro prodotto dal suo impiego,
percentuale che non si può conoscere in anticipo. Al prestatore
viene richiesto di condividere i rischi dell’investimento. Questa
circostanza fa si che la banca partecipi in prima persona alle
attività produttive e commerciali e sia molto attenta che vadano a
buon fine e siano in linea con i principi islamici, una banca etica
attenta sia alla corretta utilizzazione del capitale che ai
risultati economici.
Una conduzione che sorprende i banchieri occidentali,
abituati a lucrare sui capitali e a disinteressarsi completamente a
come, da chi e per quale scopo vengano utilizzati.
I principi sui quali si basa la finanza islamica sono
semplici e possono riassumersi in poche regole:
1) Qualsiasi pagamento predeterminato oltre e in
aggiunta all’importo di denaro prestato è vietato.
2) Colui che presta deve dividere i profitti o le
perdite derivanti dall’impresa commerciale nella quale viene
investito il denaro.
3) Lucrare denaro dal denaro è contrario agli
insegnamenti del Corano.
4) Qualsiasi operazione finanziaria in cui
incertezza, rischio o speculazione sono presenti è proibita
5) Gli investimenti devono favorire esclusivamente
pratiche e prodotti che non siano contrari agli insegnamenti
islamici.
Nella civiltà islamica alle attività meramente
lucrative viene contrapposta la solidarietà, al tornaconto
individuale il benessere sociale.
Una differenza planetaria rispetto alla finanza
occidentale, impegnata a perseguire unicamente l’arricchimento
individuale e dominata dall’egoismo e dalla ricerca spasmodica del
profitto.
Soltanto l’attività dell’uomo, secondo Maometto, il
biblico sudore della fronte può eticamente e giuridicamente
giustificare l’arricchimento. Con queste coordinate e con il rifiuto
dell’usura nel senso più ampio del termine si sono affermate forme
di investimento nelle quali l’utile, quale risultato di un’attività
d’impresa, è ripartito tra i soci che dividono anche il rischio
imprenditoriale.
La finanza islamica presenta certamente dei punti
deboli tra cui l’esclusione dal mercato secondario, infatti il
divieto di contrattare e concludere investimenti con le banche che
praticano tassi di interesse non permette operazioni economiche con
il mercato occidentale. Sono altresì ai margini del mercato delle
carte di credito.
Sul mercato azionario i petrol dollari scelgono
investimenti unicamente su società conformi ai dettati della
dottrina, in base ad un listino di titoli (molto ampio in verità)
approvato da un comitato di saggi. Non saranno acquistati di
conseguenza azioni di aziende che commercializzano carne di maiale o
che vogliano produrre bevande alcoliche o costruire una rete di
casinò.
A fronte di queste limitazioni alcuni vantaggi sono
innegabili come la riduzione dell’inflazione dovuta ad un uso
produttivo della moneta ed un attento controllo da parte della banca
sugli investimenti.
Un approccio al denaro poco noto agli occidentali,
che ha avuto un sorprendente riconoscimento con l’assegnazione nel
2006 del premio Nobel per la pace al banchiere bengalese Muhammad
Yunus.
Un alloro che dimostra lo stretto legame tra pace ed
economia, perché una pace duratura nel mondo potrà essere conseguita
soltanto quando si sarà riusciti a superare la povertà, che colpisce
ancora ampi strati di popolazione e quando sarà vicino a realizzarsi
l’auspicio di Yunus: ”Un giorno i nostri nipoti dovranno andare nei
musei per vedere cosa fosse la povertà”.
Nato nel Bengala, una delle regioni più derelitte del
Bangladesh, Yunus consegue negli Stati Uniti importanti titoli
accademici, ma rinuncia ad una brillante carriera di professore
universitario in America per tornare nel suo paese e dedicarsi ad
aiutare una delle popolazioni più povere del mondo.
Immerso nella realtà del suo paese scoprì come le
teorie economiche che egli insegnava fossero lontane dalla cruda
vita economica del mondo rurale. Si convinse che l’estrema povertà
della popolazione non dipendeva tanto dall’ignoranza o dalla
pigrizia, quanto dall’inesistente sostegno finanziario. Volle
mettere la scienza economica al servizio degli ultimi della terra ed
ideò una nuova formula finanziaria: il microcredito.
Cominciò a girare a piedi con i suoi collaboratori il
paese villaggio per villaggio, concedendo alla comunità il prestito
di pochi quanto indispensabili dollari, per favorire piccole
iniziative imprenditoriali. Lentamente si venne a creare un circolo
virtuoso con vistose ricadute sull’emancipazione delle donne,
invogliate ad unirsi in cooperative che coinvolgessero ampi strati
della popolazione.
Il suo primo prestito fu di appena 27 dollari ad un
gruppo di lavoratrici di un villaggio che producevano mobili di
bambù. Esse producevano per chi prestava loro denaro e ciò riduceva
il loro margine di guadagno obbligandole alla miseria.
Nessuna banca tradizionale concedeva prestiti a chi
non offrisse garanzie, né vi era interesse per il finanziamento di
piccoli progetti con basso profitto ed un rischio potenziale molto
alto.
Nel 1976 Yunus fondò la Grameen Bank, per fornire
prestiti ai poveri, basandosi sulla fiducia e non sulla solvibilità.
Per garantire il rimborso si prestava denaro a più persone, ognuna
delle quali era obbligata in solido alla restituzione. Con tale
sistema, oltre ad un diffuso microcredito, si sono potuti realizzare
moderni sistema di irrigazione e di pesca e soprattutto finanziare
piccole imprenditrici donne, sviluppando l’emancipazione femminile
in una nazione islamica che riserva al gentil sesso una posizione
assolutamente subalterna e dove una vedova o anche una separata sono
veramente gli ultimi della terra.
La Grameen ha prodotto una benefica ventata
rivoluzionaria nell’interno della stessa Banca mondiale, che ha
cominciato ad avviare progetti simili, trasformando l’idea del
microcredito in un potente strumento di sviluppo finanziario ed
economico in oltre 100 nazioni dall’Uganda agli stessi Stati Uniti,
dove viene incontro alle esigenze creditizie delle cospicue fette di
povertà prodotte da un sistema capitalistico spietato.
In trenta anni la Grameen Bank ha erogato prestiti a
oltre 5 milioni di persone per un totale di 5 miliardi di dollari,
con un tasso di restituzione superiore a quello delle banche
occidentali.
Il fondamentalismo religioso, contrario all’obiettivo
di migliorare lo status delle donne, ha cercato nei primi anni di
boicottare l’iniziativa, ma ha poi rinunciato davanti ai benefici a
pioggia su tutta la popolazione ed ha fatto in modo che nel
Bangladesh, dove non funziona niente, i meccanismi di restituzione
della banca di Yunus funzionassero come un orologio svizzero.
Il potente messaggio di pace che ci viene da questo
straordinario personaggio non può lasciarci indifferenti: la finanza
è stata sempre vista col parametro del rendimento, mentre è
necessario che una quota delle risorse venga destinata ad iniziative
di primaria utilità sociale.
La finanza etica è oggi una finalità da raggiungere,
sia in Oriente che in Occidente, un sistema che pur rispettando i
principi essenziali del credito (trasparenza e vitalità economica)
non si renda complice di tutte quelle attività che ostacolano la
pace e violano i diritti e le aspettative dell’umanità, quali il
commercio delle armi, le produzioni gravemente lesive ella salute e
dell’ambiente, le attività fondate sullo sfruttamento dei minori e
sulla repressione delle libertà civili.
Achille della Ragione 2/4/07 |