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IL TIGER TEAM -
Gli uomini sbagliati al posto sbagliato
Le
ultime notizie che si hanno di Fabio Ghioni non sono buone, si legge
sul settimanale Panorama del 13 aprile 2007. Il suo avvocato,
Pilerio Plastina, fa sapere di essere molto preoccupato per le sue
condizioni di salute. Arrestato nel luglio del 2006, detenuto nel
carcere di Busto Arsizio (Varese), dal 18 gennaio scorso "la
quantità di psicofarmaci che assume, come conferma il diario
clinico, è altissima".
Fabio Ghioni è entrato in carcere accusato di hackeraggio nella
vicenda dello spionaggio Telecom, ma ora la sua posizione si è
aggravata. I magistrati di Milano che conducono l'inchiesta, secondo
l'avvocato, hanno cambiato la sua posizione: "Per loro non è più uno
dei partecipanti all'associazione per delinquere, ma la mente". Il
settimanale pubblica anche una foto di Fabio Ghioni. Un uomo
giovane, magrissimo, con gli occhiali, che indossa una T-shirt
scura, intento a lavorare sulla tastiera di un computer. Ma, vi
chiederete, chi è 'sto Fabio Ghioni? Perché sta in carcere? Perché è
così depresso? Perché il suo avvocato è così preoccupato? Gli stanno
forse costruendo addosso delle accuse terribili da cui non si può
difendere? Dobbiamo scendere in piazza per lui? Dobbiamo raccogliere
firme? Di quale "associazione per delinquere" stiamo parlando?
Ci sono dei terribili segreti che i carcerieri di Busto Arsizio
stanno cercando di estorcergli? Fabio Ghioni deve resistere o deve
parlare?
Tutte le vostre domande sono assolutamente legittime. Fabio Ghioni,
per il grande pubblico, è un perfetto sconosciuto e se della mamma
di Cogne conosciamo anche i disegni che aveva sul pigiama, di questa
«associazione a delinquere» di cui Ghioni sarebbe la mente, non
sappiamo assolutamente nulla. Ma non è colpa nostra. Praticamente
non ci hanno mai detto nulla. Né i magistrati, né l'avvocato. Fabio
Ghioni è un esperto informatico, considerato uno dei migliori nel
suo campo, se non il migliore.
Ha cominciato giovanissimo a smanettare sui computer dimostrando un
grande talento, tanto che ad appena 18 anni è stato notato da una
"agenzia di sicurezza americana" che gli ha offerto un contratto di
collaboratore. Non è però il modello di secchione. Ghioni è al
contrario un temperamento artistico, che si veste in modo vistoso -
impermeabili e stivali pitonati - e che coltiva un sacco di
interessi: ama la musica, i fumetti, il cinema, il disegno, l'arte
drammatica. Nella vita sente, soffre, succhia appassionatamente
l'amicizia, l'avventura, il rischio e il potere che dà il maneggio
della tecnologia.
Prendete un film di quarant'anni fa, Il laureato. C'era il giovane
Dustin Hoffman, appena uscito dall'università, che doveva decidere
della propria vita e sull'amore. Un amico di famiglia lo
consigliava: "Ragazzo, tieni bene a mente: l'avvenire è nella
plastica!". Quelli erano i tempi. Se vorrete fare un film basato
sulla vita di Fabio Ghioni - e lo merita - lasciate perdere la
plastica. La parola chiave dei nostri tempi è "security".
Data di ingresso del termine nel mercato: 11 settembre 2001, New
York, quando crollarono le Twin Towers sotto l'attacco di Osama Uin
Laden, un miliardario saudita che si era vendicato dei suoi ex amici
americani. Da allora il denaro e il potere politico si sono spostati
sulla security. "Forget plastic. Security is the best busines".
Questa dovrebbe essere la battuta del remake de Il laureato.
La carriera di Fabio Ghioni è notevole; dopo aver lavorato come
consulente antiterrorismo per diverse procure, approda alla security
della Telecom, dove viene nominato responsabile di tutto il settore
informatico. Il suo compito è quello di carpire tutti i segreti che
la rete nasconde, di scoprire i suoi punti deboli e di usarli a
vantaggio dell'azienda. È spericolato, ama esporsi: un video lo
ritrae in Malesia mentre dà lezione di hackeraggio con il piglio di
un grande gangster a una classe di aspiranti; il suo sito ospita
fotografie e storie a fumetti in cui compaiono donne affascinanti e
pericolose, radicali islamici che fanno una brutta fine, sparatorie
e bella vita.
Oggi è in carcere (con troppi psicofarmaci) perché è accusato di far
parte di una banda che ha realizzato il furto informatico dei
programmi riservati dell'amministratore delegato della Rizzoli,
Vittorio Colao. Era il 2004 e fu un'operazione notevole: con una
e-mail civetta spedita dal suo ufficio al computer di Colao, Ghioni
entrò dentro il sistema della Rcs, gli risucchiò tutte le notizie
che Colaci avrebbe sicuramente preferito tenere per sé, le girò a un
server in Svizzera e le riversò alla sede centrale della Telecom a
Roma. Lui stesso lo considera un colpo magistrale.
Giuliano Tavaroli è il suo capo alla Telecom, fu a cui Ghioni deve
molto. Anche Tavaroli è un uomo fuori dal comune, protagonista di
una carriera notevoli carabiniere dell'Antiterrorismo, ha condotto
nume inchieste prima di approdare, nel 1996, al servizio sicurezza
della Pirelli. Di qui poi, con la nuova gestione Marco Tronchetti
Provera, è diventato capo della security della Telecom.
Uomo energico e affabile, padre di famiglia premuroso e
frugale, di idee aperte e progressiste, Tavaroli una grande quantità
di conoscenze che gli derivano suo lavoro passato e da quello
presente. La security Telecom infatti non è certo un piccolo affare;
è la più grande compagnia telefonica nazionale e una delle più
grande mondo, si amministra come un piccolo Stato. Insieme a Eni,
che però è pubblica, la privata Telecom è al centro della vita
istituzionale italiana. Le sue reti telefoniche uniscono il Paese,
il suo è il più grande azionariato popolare, i suoi telefonini
alimentano il principale mercato pubblicitario. Telecom ha anche una
serie di doveri pubblici tra cui quello di assicurare il
funzionamento delle intercettazioni telefoniche richieste dalla
magistratura (settore sempre più vasto e delicato) e
l'archivio di tutto il traffico telefonico.
Giuliano Tavaroli soprintende a una quantità d necessità e dispone
di un budget di centinaia di milioni di euro l'anno. Non sempre le
richieste che gli vengono fatte sono limpide, non sempre i suoi
metodi sono del tutto legali. Ma è un uomo molto, molto
potente. Così, quando nel marzo del 2oo6 viene indagato per
spionaggio, l'azienda non lo licenzia, ma lo mantiene come dirigente
della Pirelli Bucarest e permette che la sua struttura mantenga la
propria attività. Ma presto le dimensioni dello spionaggio
organizzato da Tavaroli rese note dai magistrati appaiono
gigantesche. La security Telecom ha spiato concorrenti, dipendenti,
ha organizzato dossieraggi, è intervenuta nello scandalo del calcio,
si è interfacciata con i servizi segreti italiani e francesi, ha
ricattato, controllato, spiato, ha alimentato una serie notevole di
società di consulenza che in realtà erano di spionaggio.
Ma la punta di diamante dell'organizzazione Tavaroli è il Tiger
Team, di cui l'animatore è Fabio Ghioni. Un gruppo di giovani
informatici animati da forte cameratismo con un curioso
atteggiamento nei confronti della vita. Prendono il nome dai reparti
speciali dei marines durante la guerra di Corea, si offrono
come "risolutori di problemi", delle zone di guerra. Del Tiger Team
fanno parte diverse persone; oltre a Ghioni, Rocco Lucia,
Andrea Pompili Alfredo Melloni, Roberto Preatoni.
Il 5 luglio del 2006 Giuliano Tavaroli viene arrestato. Insieme a
lui Marco Mancini, un altro carabiniere c)' diventato il numero due
del Sismi di Nicolò Pollari. accusati di spionaggio e Mancini anche
di aver contribuito al rapimento a Milano dell'ex imam Abu Omar, reali da
uomini Cia il 17 febbraio 2003. A conoscere molti segreti del Tiger
Team è Adamo Bove, responsabile della security della Tim. Collabora
con i magistrati di Milano che conducono l'inchiesta, aiutando
l'individuazione dei telefoni degli agenti del Sismi. Precipita da
un viadotto sulla tangenziale di Napoli il 21 luglio 2006.
Aveva lasciato la sua auto le sulla corsia di emergenza con i
lampeggianti accesi.
A otto mesi di distanza Tavaroli, Ghioni e Mancini sono ancora in
carcere e stranamente questa storia cosi clamorosa è circondata da
molta, fin troppa, riservatezza. Se ne sono occupati con
approfondite inchieste diversi giornalisti (Carlo Bonini e Giuseppe
D'Avanzo, Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Paolo Biondani, Milena
Gabanelli, un giornalista - Renato Farina - è stato radiato perché
al soldo del Sismi, il presidente della Telecom, Marco Tronchetti
Provera, si è dimesso e ha venduto la sua quota, ma la cosa più
inquietante è passata quasi inosservata: sia il governo Berlusconi
che il governo Prodi hanno posto il segreto di Stato sulla vicenda
del Sismi e del suo direttore Nicolò Pollari; Pollari è stato
rimosso dal vertice Sismi solo molti mesi dopo il suo coinvolgimento
nell'indagine giudiziaria; il governo Prodi lo ha messo a
disposizione della presidenza del Consiglio e lo ha poi nominato
consigliere di Stato; infine, con una scelta mai fatta prima nella
storia della Repubblica, il governo ha chiesto alla corte
costituzionale di dichiarare illegittima l'inchiesta della procura
di Milano. Appare evidente la gravità della situazione.
Per sommi capi: i nostri servizi segreti avevano uomini di vertice
(Marco Mancini) che erano coinvolti, secondo l'accusa, con i
dossieraggi realizzati dagli spioni Telecom; intanto collaboravano
con la Cia, alla vigilia dell'invasione dell'Iraq, nel sequestrare
un predicatore islamico radicale (nello stesso periodo i nostri
servizi segreti avevano aiutato la macchina di preparazione della
guerra fabbricando la falsa prova dell'uranio arricchito comprato in
Niger da Saddam Hussein, la principale argomentazione che Colin
Powell portò all'Onu per spiegare l'urgenza della guerra). Se Bush
avesse vinto la guerra, probabilmente la cosa sarebbe stata
addirittura un vanto per la nostra intelligence, ma le cose sono
andate diversamente.
I nostri servizi segreti sono stati protagonisti della liberazione
della giornalista Giuliana Sgrena a Baghdad nel 2005, un'operazione
svolta sul campo dal numero due del Sismi Nicola Calipari e
organizzata per la prima volta con riunioni quasi pubbliche da
Pollari, Gianni Letta, Silvio Berlusconi e la direzione del
Manifesto, che da Roma davano indicazioni a Calipari su che cosa
fare a Bagdad. Come tutti ricordano, però, i nostri buoni rapporti
con la Cia, in particolare di Marco Mancini, non sono serviti a
evitare l'uccisione di Nicola Calipari e il grave ferimento di
Giuliana Sgrena.
La security Telecom, in tandem con i vertici dei servizi segreti, ha
conquistato un potere spropositato. Forte di un budget
enorme, si è
comportata come una centrale in grado di fornire enormi servigi.
Dall'intrusione nei segreti informatici, al dossieraggio politico,
fino allo spionaggio internazionale. Giuliano Tavaroli è diventato
il depositario di fin troppi segreti. Non si sa però se abbia avuto
un solo padrone (la Telecom da cui prendeva lo stipendio) o se fosse
in grado di condizionare egli stesso il suo datore di lavoro.
Tronchetti Provera su questo punto è sempre stato molto elusivo.
Qualche volta spaventato.
Nell'aprile del 2006 Tavaroli, Mancini, Ghioni e Pollari sapevano -
e se no che spioni sarebbero - che si stava indagando su di loro per
reati molto gravi. Se gli italiani erano tutti molto interessati ai
risultati elettorali, alcuni gentiluomini lo erano di più, e avevano
anche il potere di cambiare l'esito del voto. Per quanto riguardava
invece la proprietà Telecom, questo era un fascicolo ben presente e
da risolvere con urgenza per chiunque fosse diventato presidente del
Consiglio.
Perché racconto tutta questa storia? Perchè è curioso che uomini
del Tiger Team capitanato da Fabio Ghioni siano stati coinvolti dal
Viminale per curare la sicurezza delle operazioni elettorali del
2006 e in particolare impedire intrusioni di hacker: così
entrarono al Viminale, realizzano un lungo e dettagliato
sopralluogo, fecero un'ispezione delle macchine, simulazioni di
attacchi, verifica di password e meccanismi antintrusione.
Più strano è che, dopo che alcuni di questi personaggi sono finiti
in galera, al Viminale non si siano ricordati di quei grandi esperti
di sicurezza chiamati a vigilare sulla correttezza delle operazioni
di voto. D'altra parte, quella notte al Viminale, non successe nulla
di strano, vero?
COME NON PERDERE LE ELEZIONI
- Tempo, sondaggi e denaro per il gran giorno
La prima volta che i computer vennero usati per exit poll fu nel
1952 in America per le elezioni presidenziali che vedevano la sfida
tra Adllai Stevenson (democratico, liberal, intellettuale) e Dwight
Eisenhower (il generale che sette anni prima aveva sconfitto Hitler,
Mussolini e l'imperatore del Giappone, si era proposto ai
democratici, ma questi lo avevano rifiutato e quindi era diventato
il candidato dei repubblicani). I soloni di Washington avevano
previsto la vittoria di Stevenson, ma i primi risultati veri (gli
exit poll facevano semplicemente ripetere a un campione di elettori
l'operazione che avevano compiuto al seggio) vennero trasmessi a una
enorme macchina per contare (questo significa computer), un
mastodontico Univac, e il responso fu: Eisenhower.
Isaac Asimov, il maestro della science fiction, intravede
nell'episodio l'avvento di computer assisted elections. Nel
1955 scrisse un breve racconto, Franchise (Diritto di Voto) che
portava le nuove possibilità della tecnologia alla loro logica
conclusione. Rifletteva Asimov: se una macchina che conta è
abbastanza potente da estrapolare risultati accurati da un piccolo
numero di voti, forse...
Il racconto è splendido. Asimov si immagina che nelle elezioni del
2008 (sic!) in America non si voti più. Voterà un solo cittadino che
il grande calcolatore Multivac ha scelto come «rappresentativo»[...]
In Italia, Paese molto più arretrato, non ci fu nulla di simile. I
nostri scrittori del sud, specie quelli siciliani, non confidavano
troppo nella regolarità del responso delle urne; l'unico slogan,
molto popolare, che anticipava í tempi e si spingeva oltre il
dibattito americano, era quello della Democrazia cristiana: "In
cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no". Una leggenda voleva che
il voto del referendum monarchia - repubblica fosse stato truccato
dalle "calcolatrici del ministro Romíta". che erano in realtà solo
il primissimo tentativo di meccanizzazione del calcolo.[...]
Il corpo elettorale cominciò a essere
studiato, controllato da un ceto politico sempre più vasto:i
sondaggisti, ì politologi eccetera. Il voto venne a essere calcolato
con i criteri del marketing e l'elettore venne considerato come un
normale consumatore. Se la catena di supermercati tratteggia
l'identikit del consumatore da quello che compra, lo stesso metodo
si attua per la politica. Nell'analísí del voto, poi, la filogenesi
prende il suo potere sull'ontogenesí perché il risultato del voto è
in grado di spiegare le ragioni profonde della vittoria o della
sconfitta. Nasce così una categoria da conquistare: gli indecisi. E
ì candidati modificano il loro programma (quando ci riescono) sul
miraggio della conquista decisi. Il risultato è che alla fine le due
campagne tendono a somigliarsi. L'altro dato è che, alla fine
l'elettorato si divide più o meno alla pari. A quel punto, se sei un
partito ambientalista, se i tuoi vanno in bicicletta chiudono il
rubinetto dopo che si sono messi il dentifricio e lo aprono solo
quando si devono sciacquare, quelli già li hai. Se però ti dicono
che ci sono alcune centinaia di migliaia di italiani che muoiono
dalla voglia di fare qualunque cosa pur di comprarsi un Suv o anche
solo un elettrostimolatore per gli addominali, quelli lasciali
perdere: non li avrai comunque. Ultimamente hanno messo dentro
la lista delle domande i "valori morali". E questi non sono consumi,
sono un 'altra cosa. Ogni candidato sarà chiamato a esprimersi su
questo. Dio è oggi un mercato valutato il 5 per cento.
Il gioco è questo. È il più bel gioco del mondo perfido. Chi vince
piglia tutto. Quelli che la sannc lunga saranno in grado di darti
buoni consigli.
• Ci sono dei posti e degli argomenti su cui non potrai mai vincere.
Non metterci né soldi né tempo sopra
• Gli indecisi hanno bisogno di un
sacco c' tempo per essere convinti a votarti. Metti soldi e tempo
lì.
Ma sappi che ce ne vogliono molti, e gli ultimi sono più
importanti dei primi. Gli ultimi tienili tanti, per il giorno
finale.
• C'è molto lavoro sporco da fare. Fallo fare fingendo di non
saperlo.
• Fai tutte queste cose, ricordati però che c'è un vento della
storia. Nel 1948 Palmiro Togliatti sapeva benissimo che non poteva
vincere (e lo sperava lui stesso). Nel 1994 Berlusconi sapeva
benissimo che avrebbe vinto. Come nel mercato, così nella politica,
c'è una mano invisibile che guida il gioco. Vedi che ti dia una
carezza e non un pugno.
• Se poi hai il potere di cambiare i voti finali, allora sei a
posto. Se sei come Stalin, Fidel Castro, Salinas de Gortari,Bush ti
prendi tutta la posta. Se sei più democratico, dividi la posta.
In Italia la previsione di come sarebbero andate a finire le
elezioni del 9/10 aprile 2006 cominciò un annetto prima. Il governo
Berlusconi era in carica da quattro anni e si apprestava a finire la
legislatura. Era stata una assoluta novità politica per l'Italia, la
vera prima novità politica italiana dai tempi di Benito Mussolini.
Ricco industriale milanese, su cui aveva investito la mafia
siciliana (almeno secondo la ,sentenza di primo grado che ha
condannato a Palermo Marcello Dell' Utri), Berlusconi nel 1993 si
era accorto che le sue fortune economiche sarebbero state messe in
pericolo dalla presedibile vittoria delle sinistre. L'ineffabile
avvocato Gianni Aanelli, dalla aristocratica Torino, gli diede la
benedizione: "Se perde. perde lui. Se vince, vinciamo tutti".
Vinse, poi cadde subito. Fu sul punto di essere arrestato. Ma di
mano in mano che venivano fuori le sue malefatte, incredibilmente
aumentavano il suo potere e il suo carisma. Perse le elezioni del
1996 contro Romano Prodi, ma si ritrovò piu forte di prima,
addirittura invitato a riscrivere la Costituzione.
Stravinse nel 2001, dopo l'11 settembre fu uno dei più fedeli
alleati di Bush, ma la storia non era dalla sua parte. È vero, la
politica lo aveva arricchito a dismisura, ma l'Italia non aveva
avuto niente. Il malcontento era visibile nelle piazze, nei media,
persino di molti centri di potere. Ma erano soprattutto i verdetti
delle urne a essere inequivocabili: ogni elezione, fosse essa
parziale, suppletiva, comunale, regionale lo aveva visto
soccombere.
Il centrosinistra sembrava aver capito la lezione e non sembrava
disposto a ripetere il suicidio della tornata precedente. Questa
volta aveva riunito tutti in un unico cartello elettorale,
operazione che valeva un milione e mezzo di voti in più. Era
sicuramente un raggruppamento temporaneo, ma un fatto imprevisto
diede un'idea degli umori del Paese: le "primarie" nazionali per
eleggere il candidato del centrosinistra. A dispetto di qualsiasi
previsione, si recarono in decine di migliaia di seggi improvvisati,
più di quattro milioni di italiani che dichiararono il loro nome e
versarono anche un cospicuo contributo finanziario.
Per Silvio Berlusconi, ancora dopo 13 anni, il rischio era di nuovo
presente: la vittoria del centrosinistra avrebbe provocato un grave
danno ai suoi affari. Uomo molto pratico oltre che spregiudicato,
fece quello che un politico di mestiere non avrebbe mai osato: se la
legge elettorale in vigore lo dava perdente, cambiò la legge
elettorale a soli quattro mesi dalle elezioni. Con il nuovo sistema
proporzionale tornato improvvisamente in vigore dopo 13 anni
di voto uninominale, la legge avrebbe dato un premio cospicuo (una
maggioranza di 350 deputati) alla coalizione che avesse vinto anche
di un solo voto la competizione alla Camera; al Senato invece il
premio sarebbe stato regionale, sulla base del numero degli
elettori. E siccome le tre regioni più popolose (Lombardia, Sicilia
e Veneto) erano saldamente in mano al centrodestra, questo partiva
con un bonus iniziale piuttosto forte e sarebbe bastato conquistare
due o tre regioni cosiddette in bilico per avere comunque un Senato
assicurato al centrodestra. Nella peggiore delle ipotesi, si sarebbe
creata una situazione di stallo politico.
Francamente non si capisce se i politici del centrosinistra si
rendessero conto di quanto stava succedendo. Certo, non avevano i
numeri in Parlamento per opporsi alla nuova legge, ma certo non
combatterono, non gridarono, non denunciarono. La nuova legge
elettorale venne approvata con un record di velocità.
Nella nuova legge elettorale c'era di più, e sconosciuto ai più.
Venivano cambiate le disposizioni per la nomina degli scrutatori,
per esempio, e veniva cancellata una buona fetta della volontà degli
elettori. Le liste per candidati e senatori, infatti, erano sbarrate
e decise unicamente dalle segreterie politiche. Calcolando il
prevedibile risultato, una decina di persone in tutta Italia stilava
la propria lista, naturalmente privilegiando chi dava assicurazione
di fedeltà.
La norma era una forma di Medioevo moderno, ma ai vertici del
centrosinistra non dispiacque.
Per gli strateghi elettorali, l'unico elemento che - in mancanza di
campagna elettorale - avrebbe potuto spostare voti, era la
televisione: Romano Prodi era considerato un pessimo comunicatore e
Berlusconi un personaggio capace di infinite trouvailles
televisive. Lo sforzo maggiore dello staff dell'Unione fu quello di
fissare regole molto fiscali nei dibattiti tra i due leader.
I sondaggi erano concordi: per tutti il centrosinistra era avanti.
Sensibilmente. E sarebbe dovuta accadere una «sorpresa» per
modificare una tendenza che il tempo ormai aveva scavato
profondamente. Così passarono sotto traccia due avvenimenti che, con
il senno di poi, avrebbero potuto e dovuto suscitare maggiore
attenzione.
Il primo era avvenuto nella primavera 2005, in occasione delle
elezioni regionali del Lazio ed era stato riportato alla luce dalla
procura di Milano proprio alla vigilia delle elezioni politiche.
C'era stato un tentativo di escludere dalle elezioni una lista di
estrema destra, Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini, che era
in grado di togliere voti a Francesco Storace e quindi di far
eleggere il candidato del centrosinistra, il giornalista televisivo
Piero Marrazzo. Il colpo però non era riuscito, Storace aveva perso
e Marrazzo era diventato il governatore del Lazio.
Sembrava un caso locale di colpi bassi elettorali (si scoprì che i
candidati del centrosinistra erano spiati, pedinati, fotografati -
per esempio, per inguaiare Pietro Marrazzo era stato assoldato un
transessuale, aprendo un filone), ma il Laziogate assomigliava di
più a una versione casereccia del famoso Watergate.
A poche settimane dalle elezioni politiche, però, venivano resi noti
alcuni particolari sul metodo seguito dagli spioni. E questi erano
una novità. Si era trattato di una incursione nell'anagrafe
informatica della regione Lazio. Usando le password ufficiali,
uomini di Storace avevano manipolato l'elenco delle firme a favore
della presentazione della Mussolini, ne avevano aggiunte di
grossolanamente false e poi avevano denunciato che le liste della
Mussolini erano false. Semplice, ma era la prima volta che accadeva
in Italia. Il digitale contro lo stranoto manuale. Si scoprì poi
che, tra gli indagati di alcune inchieste milanesi sullo spionaggio
illegale, c'erano anche uomini della guardia di finanza che poi sono
entrati nel Sismi del generale Niccolò Pollari. Si arrivò al punto
che Pollari - il primo capo dei servizi segreti italiani a diventare
simpatico, umano e popolare per le tragiche vicende della
liberazione della giornalista Giuliana Sgrena a Baghdad - giunse
fino a dare le dimissioni, proprio per il Laziogate. Berlusconi le
rifiutò.
In un'intervista televisiva a Lucia Annunziata, che gli chiedeva se
il nostro sistema elettorale avesse garanzie contro l'evidente
vulnerabilità mostrata in quell'occasione, rispose (molto stizzito)
che Pollari era uno splendido generale e che i brogli erano una
specialità dei comunisti. Come aveva già fatto altre volte, anche
questa volta si disse sicuro che i comunisti avrebbero cercato di
manipolare il voto. Dopo pochi minuti, visibilmente contrariato,
abbandonò la trasmissione e, da buon padrone delle ferriere, promise
alla giornalista che quella macchia - aver osato fargli delle
domande scomode - sarebbe rimasta sul suo curriculum.
La storia perse di interesse, e ne suscita poco anche ora che
Francesco Storace e il suo staff sono stati rinviati a giudizio.
Ma, se uno si segna sul taccuino date, fatti e circostanze, a
proposito trova:
• Alla vigilia delle elezioni politiche, viene portato alla luce il
primo caso di intrusione informatica nel meccanismo elettorale
italiano.
• Indicato come mandante dell'operazione è Francesco Storace, un
importante uomo politico, ma il centrosinistra non sfrutta la palla.
• Difesa, invece, senza mezzi termini, degli accusati da parte di
Berlusconi.
• A poche settimane dalle elezioni, il primo ministro annuncia in
televisione che i comunisti faranno brogli cambiare il risultato. Di
nuovo, il centrosinistra non sponde.
• Telecom, il big spender della pubblicità italiana, compra pagine
di quotidiani per spiegare che l'azienda non è coinvolta in
intercettazioni telefoniche abusive.
Il secondo avvenimento si scoprirà che era legato al primo, ma anche
questo non trovò particolare spazio nelle ultime settimane di
campagna elettorale. Fu il settimanale Diario a sollevarlo e
riguardava la sperimentazione del conteggio elettronico del voto in
quattro regioni. Era il 24 marzo 2006, mancavano appena 16 giorni
alle elezioni. I giornale sollevava degli interrogativi gravissimi
su un vicenda di cui, apparentemente, nessuno aveva sentito parlare.
L'inchiesta di Gianni Barbacetto e Mario Portanova suscitò parecchie
reazioni, cui il governo diede rassicurazione con la convocazione di
un comitato parlamentare bipartisan. In realtà gli interrogativi
rimanevano sempre senza sposta o al massimo si rispondeva con il
linguaggio burocratese. "In caso di contestazioni varrà il conteggio
cartaceo"; "è solo una sperimentazione"; "le chiavette Usb sono
assolutamente a prova di qualsiasi intrusione". Di più si riusciva a
sapere perché il contratto era "riservato".
Certo, non c'era stato un regolare appalto, ma si è dovuto procedere
rapidamente perché era cambiata la legge elettorale. Non venne data
particolare risposta a una ditta informatica sarda, la Ales, che
aveva condotto precedenti sperimentazioni con un proprio software
brevettato e cl vedeva scippata della sua invenzione. Della serietà
della società che si erano unite per assicurarsi l'appalto di 32
milioni di euro, poi, non si poteva dubitare. La Telecom era la
Telecom, e già era impegnata nei servizi elettorali per ciò
che riguardava la telefonia; la Accenture (l'ex Arthur Andersen
travolta dallo scandalo Enron) era di nuovo sul mercato con 150 mila
dipendenti e vantava da parecchi anni un profondo rapporto con
l'amministrazione pubblica italiana. La Eds, fondata dal
miliardario americano Ross Perot, era un altrettanto grande
solido e moderno colosso.
Il contratto, che non era visibile, non dipendeva dal
ministero dell'interno, ma dal dipartimento per l'Innvazione e della
tecnologia, diretto da Lucio Stanca. Un dipartimento che fa parte
della presidenza del Consiglio. La considerevole somma stanziata non
era stata notata nelle pieghe di un decreto legge del 3 gennaio.
In mezzo a tante rassicurazioni e minimizzazioni le agenzie stampa
riportarono di telefonate con richieste chiarimento tra il candidato
dell'Unione Romano Prodi ministro dell'Interno Pisanu - la questione
scivolò in secondo piano. La voce più ripetuta riportava tutta la
vicenda al «carattere italiano»: un regalo pre-elettorale, per
distribuire un po' di soldi a fine legislatura e forse anche la
possibilità per qualche partito di distribuire un paio di assunzioni
temporanee a dei ragazzi che li avrebbero compensati con il voto.
Nulla più.
In realtà era molto di più. Per la prima volta nel nostro sistema
elettorale - disegnato dalla Costituzione a metà del secolo scorso e
ancora funzionante con matite copiativa , bolli e ceralacche, messi
comunali in bicicletta entravano tre colossi privati a gestire il
conteggio di un
quinto dei voti, con la tacita promessa che in futuro avrebbero
gestito tutti i software delle elezioni italiane. Tre colossi, di
cui due americani. Decisamente, le elezioni, senza che nessuno se ne
accorgesse, stavano cambiando volto. Diventavano un fatto privato,
molto privato. L'ultimo avvenimento che passò del tutto inosservato,
fu la rotazione di dodici prefetti a pochissimi giorni dalle
elezioni. Un fatto che però suscitò la protesta proprio
dell'associazione dei prefetti, il Sínpre. Il suo presidente,
Claudio Palomba, quando la voce cominciò a circolare nel suo
ambiente, mandò al ministro dell'Interno una accorata missiva, che
sembra provenire dai tempi del Risorgimento. "Signor ministro, la
scongiuriamo, non lo faccia...Non rovini la sua immagine.. Nessun
ministro, dal 1948 ha osato tanto...". Ma il ministro Pisanu restò
insensibile a quel grido di dolore.
Così andammo alle elezioni. Con una legge fatta apposta per limitare
la prevedibile vittoria della sinistra, con candidati che non si
scaldavano più di tanto perché avevano l'elezione assicurata o
sapevano fin dall'inizio che sarebbero stati esclusi. Se non fosse
stato che Berlusconi adottò un linguaggio da trivio e si lasciò andare
sovente all'ira, sarebbero state elezioni molto noiose. E con esito
scontato.
A meno che ci fosse stata una sorpresa dell'ultimo minuto. Quella
che gli americani, dato che si votava ad aprile, avrebbero chiamato
April Surprise. All'epoca nessuno ne parlava, ma io mi stupii
molto quando, a Casalecchio di Reno, nel novembre del 2006, sentii
il vicedirettore di un grande settimanale romano dichiarare
candidamente a un folto pubblico che il suo giornale era pronto per
un' edizione straordinaria sull'arresto in diretta di Bernardo
Provezano che sarebbe avvenuto il venerdì prima del voto. E invece,
come tutti sanno, avvenne solo il martedì mattina dopo le elezioni.
Binnu di Corleone entrava anche lui campo dopo 43 anni di latitanza,
ma a tempo scaduto.
QUATTRO RIGHE SOTTOLINEATE
- Come gli hacker Telecom entrarono al Viminale
Ad essere assolutamente sinceri, nel gennaio scorso Beppe e io
eravamo davvero a un punto morto. La grande sfuriata sembrava
terminata, tutti aspettavano ancora il famoso riconteggio che era
stato garantito in tempi rapidi e nessuna grande novità di rilievo
era avvenuta. Si accumulavano stranezze, fogli, tabula percentuali,
ma era difficilissimo ottenere qualche altra notizia. Bocche
cucite, perlomeno per noi. In più eravamo stati rinviati a giudizio
per "diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose, atte a
turbare l'ordine pubblico", un reato lieve per cui nessuno era stato
più accusato in Italia da e oltre vent'anni, ma comunque qualcosa di
cui ci saremmo dovuti difendere.
Ma, inaspettatamente, fu proprio la procura di Roma a venirci in
aiuto. L' inchiesta era stata rapidissima. Convocati come persone
informate dei fatti dai pubblici ministeri Salvatore Vitello e
Francesca Loi, avevamo appreso do una decina di minuti che í
magistrati non erano tanto interessati a sentire e a vagliare le
notizie che avevamo raccolto, quanto a rassicurare l'Italia sul
fatto che le elezioni non potessero essere truccate. Fu una cosa
molto breve Che sarebbe finita così, la stampa se ne era accorta già
da alcuni giorni. Il vento, infatti, era cambiato velocemente. Una
settimana prima il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, aveva
fatto una dichiarazione impensabile. Parlando a nome del suo
ufficio, aveva preannunciato la conta di tutti i voti bianchi e
nulli, un'iniziativa che sarebbe rimasta storica e che sarebbe stata
affidata alla magistratura di Cassazione.
Ma la Cassazione, con un immediato comunicato suo presidente
aggiunto, Vincenzo Carbone, aveva immediatamente fatto sapere che la
Suprema corte rifiutava del tutto la possibilità che le era stata
indicata. Si dichiarava incompetente a valutare schede bianche,
nulle e quant'altro, perché la loro verifica dei voti non
poteva riguardare tutti questi dati. Per legge essa agiva solo sui
grandi aggregati dei numeri dei soli voti validi che venivano
inviati dai vari uffici elettorali circoscrizionali. La sola idea
che un'inchiesta giudiziaria potesse intromettersi nei risultati
delle elezioni, un'inchiesta che tecnicamente avrebbe potuto
cambiarne l'esito, non era proprio da prendere in considerazione.
La pratica del film-denuncia diventò quindi semplicemente un
imbarazzo da risolvere al più presto. E così fu. Nell'ufficio,
durante il collooquio squillò il telefono. "È il
procuratore", disse la dottoressa Loi passando la cornetta al suo
collega. "Sì, signor procuratore, abbiamo quasi finito", disse il
dottor Vitello e riagganciò.
Dopodiché mi informò, con un certo sussiego - spiccava in quel
momento, nell'ufficietto, il suo pregevole gilet prugna - che la mia
posizione era cambiata e che da quel momento ero un indagato.
Io pensai che la remota possibilità che un pubblico ministero
potesse agire di testa propria, casomai cercando di andare più a
fondo, casomai cercando di sapere di più su un'inchiesta che faceva
parlare tutta Italia, non era evidentemente più da considerarsi.
D'altra parte mi hanno poi spiegato che le nuove leggi che
amministrano gli uffici giudiziari rendono più forte l'indirizzo del
procuratore capo sui possibili dissensi dei suoi sottoposti.
Ma ora, a gennaio, dopo che l'inchiesta era stata rapidamente chiusa
e in attesa di un nostro rinvio a giudizio, ci arrivò un plico che
conteneva tutti gli atti dell'inchiesta, perché naturalmente così
vuole la procedura. Non era certo un faldone molto spesso. Tolte le
50 pagine della relazione del'Ocse (l'organismo internazionale che,
con quattro funzionari presenti nei giorni delle elezioni, aveva
certificato che tutto era stato regolare), i fogli erano pochi.
Venimmo però a sapere che l'inchiesta era partita dalla segnalazione
del dottor Franco Corbelli, coordinatore del Movimento diritti
civili, con sede a Sartano, in provincia di Cosenza, che, in base a
notizie di stampa che annunciavano i contenuti e la prima del film,
aveva chiesto il riconteggio di tutte le schede elettorali. Toh! E
dire che qualcuno ogni tanto si lamenta della lentezza della
giustizia, dell'apatia della burocrazia!
Per il resto, erano interrogatori apparentemente di routine,
formalità. Uno no, però. Si trattava della deposizione del dottor
Roberto Andracchio, dirigente dell'Area 1, capoufficio staff
dell'Ufficio dei Servizi informatici elettorali. In realtà non
era nella lista degli interrogandi, ma i magistrati avevano
stabilito di acquisire la sommarie informazioni e notizie
"sull'andamento dei flussi di trasmissione dei dati la notte delle
elezioni". Si rivolsero - anzi delegarono il primo dirigente della
polizia di Stato, ufficiale di polizia giudiziaria, dottor Lamberto Giannini, a farlo - al capoufficio stampa del Viminale, dottor
Giacomo Barbato, viceprefetto. Ma il dottor Barbato disse che di
flussi informatici lui non sapeva niente, perché stava in sala
stampa. E indicò il nome del dottor Andracchio. Il quale fu meno
laconico.
Riporto qui la parte per noi più interessante della sua risposta del
4 dicembre 2006.
A domanda risponde. "Per quello che riguarda l'andamento dei
flussi elettorali e, in particolare, i ritardi, voglio dire che la
sera delle elezioni, intorno alle ore 20 circa, anche se non ricordo
con precisione l'orario, ci siamo accorti di rallentamenti,
all'inizio minimi, ma che andavano crescendo. Vale a dire i dati che
arrivavano dalle prefetture non erano diffusi istantaneamente ma si
mettevano in coda provocando ritardi. Abbiamo verificato il corretto
funzionamento dei nostri sistemi del Centro informatico e poi,
attraverso uno scambio di informazioni con il Dipartimento
della pubblica sicurezza, ci è stato segnalato il malfunzionamento
di una macchina di sicurezza "anti-intrusione" interna alla rete del
Centro informatico. ossia un apparato di rete a salvaguardia degli
apparati-interni al Centro tecnico. Abbiamo risolto il problema
baipassando (sic!!) questa macchina e adottando altre misure
di sicurezza e in tempi piuttosto rapidi, circa 20 mìnuti,-dopo aver
focalizzato il problema, la situazione si è normalizzata. Diciamo
che il "blocco" è durato circa 30 minuti e nei 15 o 20 minuti
successivi - abbiamo risolto il problema, tutto l'arretrato,
ovvero i dati che erano stati messi in coda, sono stati
regolarmente diffusi. Non ci sono stati ritardi nel completamento
delle operazioni di diffusione dei dati".
Interessante. Alla fine della deposizione il dottor Roberto
Andracchio spiegava poi che si sarebbe potuto andare a vedere
tutte le tracce, ma per una mole immensa di dati e comunque i
risultati del ministero erano provvisori. Ma la cosa veramente
singolare era che la deposizione del dottor Andracchio era stata
sottolineata a matita nelle parti che abbiamo riprodotto qui
sopra. I magistrati avevano capito che era importante: ma perché non
gli avevano dato seguito? Per esempio, richiamando lo stesso
Andracchio? Il funzionario infatti, tradotto in lingua, aveva
detto che il sistema di trasmissione dei dati elettorali,
intorno alle 20 di lunedì, era stato bloccato.
Che non si riusciva a risolvere la situazione e che. quindi,
per impedire che andasse in tilt tutto il sistema era stato
abolito un sistema di sicurezza. Abolito il quale i dati erano
ripresi a fluire.
L'altra cosa abbastanza curiosa é che avessero delegato e a
raccogliere notizie un alto dirigente della polizia di Stato, che in
pratica si trovava a indagare sull'amministrazione da cui dipendeva
e che era stato, vivacemente, presente alla nostra
deposizione. Se avete delle pendenze con la giustizia e ricevete un
faldone giudiziario che vi riguarda, lo leggerete attentamente e
maniacalmente tutto. Cercherete di trovare qualcosa che possa essere
utile per la difesa. Le carte parlano sempre, le carte
respirano, hanno espressioni e sentimenti. Lo sfoglio delle
carte a vedere le uniche, poche, righe sottolineate. Erano seducenti
come sirene. Sussurravano: "Leggimi". Non erano la famosa "pistola
fumante", ma certo una bella zaffata di polvere da sparo la
mandava. Grazie. con ogni probabilità, se quella
sottolineatura fosse stata cancellata, non ci saremmo arrivati.
Dunque, dunque. Alle 20 di quel lunedì, il sistema del Viminale si
bloccò per almeno mezz'ora. Era la prima volta che si sentiva
dire e lo si veniva a sapere inaspettatamente da un atto riservato,
quale può essere una comunicazione di garanzia a due indagati per
un'inchiesta archiviata. Eppure noi, nella preparazione del film,
avevamo fatto all'ufficio stampa del Viminale (ormai era la nuova
gestione, ministro Giuliano Amato) una serie di domande scritte.
Questo era avvenuto dopo che Marco Minniti, all'epoca dirigente dei
Ds e ora viceministro dell'Interno, ci aveva cortesemente fatto
sapere di non aver intenzione di intervenire sul suo ruolo in quella
notte, che lo aveva visto protagonista e fin troppo "esposto".
Alla domanda specifica: ci furono blocchi di trasmissione dati
quella notte, il Viminale aveva risposto: ci fu un solo blocco per
il malfunzionamento di una macchina, avvenne a mezzanotte.
Abbiamo rivolto la stessa domanda nel marzo scorso, dopo aver
appreso che il sistema si era bloccato anche alle 20: siete proprio
sicuri che il sistema si bloccò una sola volta? E di nuovo ci hanno
risposto che per loro esisteva un solo blocco, a mezzanotte.
C'era poi stata un'audizione alla giunta delle elezioni della Camera
dei deputati del prefetto Adriana Fabbretti, direttore dei servizi
elettorali del Viminale (una fresca nomina la sua, che nella sua
carriera non si era occupata prima degli aspetti informatici della
notte delle elezioni). Alla domanda dell'onorevole Donata Lenzi, il
prefetto Fabbretti aveva risposto che c'era stato prima un
rallentamento e poi una interruzione alle 16. Lenzi aveva domandato
la ragione e Fabretti le aveva risposto "cause tecniche".
Dunque, dunque. A seconda di chi veniva interpellato sui blocchi
che avevano tenuto in ansia l'Italia nella notte delle elezioni, le
risposte erano diverse. Ogni risposta era ufficiale e competente,
però. Mettendole in fila si ottenevano almeno tre blocchi, o
malfunzionamenti, o tentativi di intrusione. Il quadro non era
esaltante, il sistema di raccolta dati si dimostrava perlomeno
«poroso» e «vulnerabile».
Ma, come spesso accade, c'era dell'altro. Quelle cose dimenticate
che ti fanno dare una sberla sul cranio ed esclamare: "Ma come ho
fatto a non ricordarmelo?!".
Era un articolo di giornale e l'aveva ritrovato Stefano Bellentani
(se la tenacia e l'intelligenza del ricercatore hanno un nome,
questo è per me Stefano Bellentani). Non era un giornale da poco,
era un giornale importante. sto era l'aspetto più importante.
L'articolo uscì tre giorni prima delle elezioni.
La Repubblica, giovedì 6 aprile 2006, pagina 11. "L' allarme".
Titolo: "Falle nel sistema di voto elettronico". Sommario:
"Rapporto al Viminale: rischio di attacchi, intrusioni e
blocchi". Autore: Luca Fazzo. Articolo inviato da Milano. Eccone
alcuni passi:
"Secondo un rapporto pervenuto nei giorni scorsi, i
responsabili del ministero degli Interni, il sistema di "voto
elettronico" appaltato dal Viminale a tre società private è
esposto ad attacchi, incursioni e blocchi. Inoltre il rapporto
segnala l'individuazione all'interno del ministero degli Interni di
postazioni in grado di entrare nel sistema senza motivo apparente
(...) Ad allarmare i tecnici sono stati a varchi nel sistema di
sicurezza che protegge il sistema potrebbero essere utilizzati da
hacker - cioè da vandali informatici - per alterare il flusso dei
dati o per paralizzarlo con quella che in gergo si
chiama Dos, un sovraccarico di dati tale da mandare in tilt il
servizio. Ma allarmante è stata anche l'individuazione di due utenze
telefoniche interne del ministero in grado di agire come "roots"
che dovrebbero essere riservate agli operatori di sistema".
Giratelo e rigiratelo tra le mani, considerate tutto lo che è
successo dopo, e avrete tra le mani uno scoop. Un vero scoop
dimenticato delle elezioni dell'aprile 2oo6.
"Un rapporto rapporto
pervenuto...". Dunque si cita un rapporto ufficiale, di cui non
si era mai sentito parlare.
"Quella che in gergo si chiama Dos,
un sovraccarico di dati tale da mandare in tilt il servizio".
Ovvero, quello poi si verificò davvero, come spiegò nove mesi dopo
il dottor Roberto Andracchio.
"Due utenze telefoniche interne al ministero". Dunque,
qualcuno aveva avuto tempo e modo di modificare o installare delle
linee telefoniche che erano state scoperte. Dunque, il ladro era già
entrato nella villa per scoprire i sofisticati sistemi elettronici
che il padrone di casa aveva installato per proteggere il suo Van
Gogh..
E poi c'era quella frase finale che fa riferimento a un non
meglio specificato "servizio 24 ore su 24" per raccogliere
denunce. Che cos'era: un numero verde? Un allarme interno diramato
dalla polizia postale? Ebbero dei risultati ? E quali erano le due
importanti aziende di comunicazione che avevano avuto nei giorni
precedenti i due siti paralizzati dagli hacker? Quelle due linee
telefoniche malandrine vennero disattivate? Si scoprì chi le aveva
messe?
Altre stranezze. L'articolo non ebbe seguito, né su Repubblica, né
su altri media. Né nell'immediatezza, ma neppure quando, mesi dopo,
si ipotizzò un broglio informatico. Totale il silenzio del
mondo politico.
Altre stranezze. Il ministero non commentò, non smentì, non
rassicurò, non minimizzò. Non ci fu, nel circuito degli hacker,
nessuno che si sia mai vantato di essere entrato nel sistema del
Viminale.
L'autore dell'articolo è Luca Fazzo, uno dei più noti cronisti di
Repubblica a Milano. Da decenni segue la cronaca giudiziaria e non
solo, memoria di ferro, fonti di livello, profonde convinzioni
democratiche in sintonia con la linea editoriale del giornale.
Ma Luca Fazzo non fa più il giornalista a Repubblica.
Il giornale lo ha licenziato nel dicembre del 2006 dopo che il suo
nome era emerso come legato al capo della sicurezza Telecom,
Giuliano Tavaroli, e al numero due del Sismi, Marco Mancini, in
carcere per spionaggio e sequestro di persona. Accusato di aver
agito contro gli interessi del giornale, di aver spiato due suoi
colleghi, di essere stato manovrato dal Sismi, Fazzo ha difeso la
sua condotta e ha rivendicato tutto quello che nella sua carriera ha
fatto per il giornale. Comprese le sue fonti nei servizi segreti che
hanno permesso al giornale di avere molte notizie esclusive. Ha
definito Marco Mancini "un eroe, un patriota" e non ha avuto
problemi a rivendicare con Giuliano Tavaroli un 'amicizia
importante. Oggi non scrive più e lavora in un ristorante.
L'articolo che abbiamo citato è stato forse il suo ultimo scoop. Ma
non è mai stato citato nell'istruttoria contro di lui, né lui lo ha
rivendicato. Era stato dimenticato, dall'accusa e dalla difesa.
Le notizie che Luca Fazzo ebbe per lo scoop sull'allarme al Viminale
venivano da Fabio Ghioni, il capo del Tiger Team della Telecom, alle
dirette dipendenze di Giuliano Tavaroli. Era stato Ghioni, il
migliore esperto di trucchi informatici esistente sulla piazza, a
prendere possesso dell'impianto informatico del Viminale. Aveva
lavorato con la sua squadra per settimane, visionando tutto,
controllando lo stato degli impianti, simulando attacchi di hacker.
Il tutto con regolare contratto firmato e onorato dal ministero
dell' Interno. Alla fine del lavoro non aveva resistito alla voglia
di rendere pubblico quello che aveva scoperto. E c'era riuscito.
Oggi Ghioni è in carcere a Busto Arsizio, accusato di associazione
per delinquere per spionaggio informatico, per essersi introdotto
nel computer e aver risucchiato, nel 2004, l'archivio riservato
dell'allora amministratore del Corriere della sera, Vittorio Colao.
Che il Tiger Team fosse presente come squadra di esperti Telecom
contro gli attacchi hacker ce lo ha poi confermato il Viminale nel
marzo del 2007. In due forme: la prima è una risposta scritta alle
nostre domande; la seconda è la risposta a un'interrogazione
parlamentare presentata dall'onorevole Orazio Licandro dei Comunisti
italiani e firmata dal sottosegretario all'interno Francesco Bonato.
Era il 1 marzo 2007 e non se ne era accorto nessuno. Ma se
n'era accorta la nostra Dolores Alvarez che aveva avuto la santa
pazienza di andare fino in fondo alle pagine di Google riguardanti
Rocco Lucia, uno degli hacker. Lì, tra Rocco e Antonia e Lucia
Mondella, aveva trovato la risposta ufficiale del governo su un caso
molto delicato, e proprio nei giorni in cui della Telecom si parlava
molto.
C'erano dunque molti occhi, molta tecnologia, molte paure, molti
interessi a seguire la notte dello spoglio dei voti alle elezioni
politiche del 9 e 10 aprile 2006. Si decideva se sarebbe finito il
periodo Berlusconiano. A esprimersi, gli italiani: una testa, un
voto.
È la democrazia. Che in quella notte fu fatta a polpete. Scusatemi
se faccio il finto ingenuo: ma perché, in quella vigilia, c'era così
tanta agitazione al Viminale? Che cosa mai sarebbe potuto succedere?

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