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Legalizzare la mafia sarà la regola del 2000

                                                                                     

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IL TIGER TEAM   -   Gli uomini sbagliati al posto sbagliato

Le ultime notizie che si hanno di Fabio Ghioni non sono buone, si legge sul settimanale Panorama del 13 aprile 2007. Il suo avvocato, Pilerio Plastina, fa sapere di essere molto preoccupato per le sue condizioni di salute. Arrestato nel luglio del 2006, detenuto nel carcere di Busto Arsizio (Varese), dal 18 gennaio scorso "la quantità di psicofarmaci che assume, come conferma il diario clinico, è altissima".
Fabio Ghioni è entrato in carcere accusato di hackeraggio nella vicenda dello spionaggio Telecom, ma ora la sua posizione si è aggravata. I magistrati di Milano che conducono l'inchiesta, secondo l'avvocato, hanno cambiato la sua posizione: "Per loro non è più uno dei partecipanti all'associazione per delinquere, ma la mente". Il settimanale pubblica anche una foto di Fabio Ghioni. Un uomo giovane, magrissimo, con gli occhiali, che indossa una T-shirt scura, intento a lavorare sulla tastiera di un computer. Ma, vi chiederete, chi è 'sto Fabio Ghioni? Perché sta in carcere? Perché è così depresso? Perché il suo avvocato è così preoccupato? Gli stanno forse costruendo addosso delle accuse terribili da cui non si può difendere? Dobbiamo scendere in piazza per lui? Dobbiamo raccogliere firme? Di quale "associazione per delinquere" stiamo parlando?
Ci sono dei terribili segreti che i carcerieri di Busto Arsizio stanno cercando di estorcergli? Fabio Ghioni deve resistere o deve parlare?
Tutte le vostre domande sono assolutamente legittime. Fabio Ghioni, per il grande pubblico, è un perfetto sco­nosciuto e se della mamma di Cogne conosciamo anche i disegni che aveva sul pigiama, di questa «associazione a de­linquere» di cui Ghioni sarebbe la mente, non sappiamo as­solutamente nulla. Ma non è colpa nostra. Praticamente non ci hanno mai detto nulla. Né i magistrati, né l'avvocato. Fabio Ghioni è un esperto informatico, considerato uno dei migliori nel suo campo, se non il migliore.
Ha cominciato giovanissimo a smanettare sui computer dimostrando un grande talento, tanto che ad appena 18 anni è stato notato da una "agenzia di sicurezza americana" che gli ha offerto un contratto di collaboratore. Non è però il modello di secchione. Ghioni è al contrario un temperamento artistico, che si veste in modo vistoso - impermeabili e stivali pitonati - e che coltiva un sacco di interessi: ama la musica, i fumetti, il cinema, il disegno, l'arte drammatica. Nella vita sente, soffre, succhia appassionatamente l'amicizia, l'avventura, il rischio e il potere che dà il maneggio della tecnologia.
Prendete un film di quarant'anni fa, Il laureato. C'era il giovane Dustin Hoffman, appena uscito dall'università, che doveva decidere della propria vita e sull'amore. Un amico di famiglia lo consigliava: "Ragazzo, tieni bene a mente: l'avvenire è nella plastica!". Quelli erano i tempi. Se vorrete fare un film basato sulla vita di Fabio Ghioni - e lo merita - lasciate perdere la plastica. La parola chiave dei nostri tempi è "security".
Data di ingresso del termine nel mercato: 11 settembre 2001, New York, quando crollarono le Twin Towers sotto l'attacco di Osama Uin Laden, un miliardario saudita che si era vendicato dei suoi ex amici americani. Da allora il denaro e il potere politico si sono spostati sulla security. "Forget plastic. Security is the best busines". Questa dovrebbe essere la battuta del remake de Il laureato.
La carriera di Fabio Ghioni è notevole; dopo aver lavorato come consulente antiterrorismo per diverse procure, approda alla security della Telecom, dove viene nominato responsabile di tutto il settore informatico. Il suo compito è quello di carpire tutti i segreti che la rete nasconde, di scoprire i suoi punti deboli e di usarli a vantaggio dell'azienda. È spericolato, ama esporsi: un video lo ritrae in Malesia mentre dà lezione di hackeraggio con il piglio di un grande gangster a una classe di aspiranti; il suo sito ospita fotografie e storie a fumetti in cui compaiono donne affascinanti e pericolose, radicali islamici che fanno una brutta fine, sparatorie e bella vita.

Oggi è in carcere (con troppi psicofarmaci) perché è accusato di far parte di una banda che ha realizzato il furto informatico dei programmi riservati dell'amministratore delegato della Rizzoli, Vittorio Colao. Era il 2004 e fu un'operazione notevole: con una e-mail civetta spedita dal suo uf­ficio al computer di Colao, Ghioni entrò dentro il sistema della Rcs, gli risucchiò tutte le notizie che Colaci avrebbe sicuramente preferito tenere per sé, le girò a un server in Svizzera e le riversò alla sede centrale della Telecom a Roma. Lui stesso lo considera un colpo magistrale.
Giuliano Tavaroli è il suo capo alla Telecom, fu a cui Ghioni deve molto. Anche Tavaroli è un uomo fuori dal comune, protagonista di una carriera notevoli carabiniere dell'Antiterrorismo, ha condotto nume inchieste prima di approdare, nel 1996, al servizio sicurezza della Pirelli. Di qui poi, con la nuova gestione Marco Tronchetti Provera, è diventato capo della security della Telecom.
Uomo energico e affabile, padre di famiglia premuroso  e frugale, di idee aperte e progressiste, Tavaroli una grande quantità di conoscenze che gli derivano suo lavoro passato e da quello presente. La security Telecom infatti non è certo un piccolo affare; è la più grande compagnia telefonica nazionale e una delle più grande mondo, si amministra come un piccolo Stato. Insieme a Eni, che però è pubblica, la privata Telecom è al centro della vita istituzionale italiana. Le sue reti telefoniche uniscono il Paese, il suo è il più grande azionariato popolare, i suoi telefonini alimentano il principale mercato pubblicitario. Telecom ha anche una serie di doveri pubblici tra  cui quello di assicurare il funzionamento delle intercettazioni telefoniche richieste dalla magistratura (settore  sempre più vasto e delicato) e l'archivio di tutto il traffico telefonico.
Giuliano Tavaroli soprintende a una quantità d necessità e dispone di un budget di centinaia di milioni di euro l'anno. Non sempre le richieste che gli vengono fatte sono limpide, non sempre i suoi metodi sono del tutto legali.  Ma è un uomo molto, molto potente. Così, quando nel marzo del 2oo6 viene indagato per spionaggio, l'azienda non lo licenzia, ma lo mantiene come dirigente della Pirelli Bucarest e permette che la sua struttura mantenga la propria attività. Ma presto le dimensioni dello spionaggio organizzato da Tavaroli rese note dai magistrati appaiono gigantesche. La security Telecom ha spiato concorrenti, dipendenti, ha organizzato dossieraggi, è intervenuta nello scandalo del calcio, si è interfacciata con i servizi segreti italiani e francesi, ha ricattato, controllato, spiato, ha alimentato una serie notevole di società di consulenza che in realtà erano di spionaggio.
Ma la punta di diamante dell'organizzazione Tavaroli è il Tiger Team, di cui l'animatore è Fabio Ghioni. Un gruppo di giovani informatici animati da forte cameratismo con un curioso atteggiamento nei confronti della vita. Prendono il nome dai reparti speciali dei marines durante la  guerra di Corea, si offrono come "risolutori di problemi", delle zone di guerra. Del Tiger Team fanno parte diverse  persone; oltre a Ghioni, Rocco Lucia, Andrea Pompili  Alfredo Melloni, Roberto Preatoni.
Il 5 luglio del 2006 Giuliano Tavaroli viene arrestato. Insieme a lui Marco Mancini, un altro carabiniere c)' diventato il numero due del Sismi di Nicolò Pollari. accusati di spionaggio e Mancini anche di aver contribuito al rapimento a Milano dell'ex imam Abu Omar, reali da uomini Cia il 17 febbraio 2003. A conoscere molti segreti del Tiger Team è Adamo Bove, responsabile della security della Tim. Collabora con i magistrati di Milano che conducono l'inchiesta, aiutando l'individuazione dei telefoni degli agenti del Sismi. Precipita da un viadotto sulla tangenziale  di Napoli il 21 luglio 2006. Aveva lasciato la sua auto le sulla corsia di emergenza con i lampeggianti accesi.
A otto mesi di distanza Tavaroli, Ghioni e Mancini sono ancora in carcere e stranamente questa storia cosi clamorosa è circondata da molta, fin troppa, riservatezza. Se ne sono occupati con approfondite inchieste diversi giornalisti (Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo, Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Paolo Biondani, Milena Gabanelli, un giornalista - Renato Farina - è stato radiato perché al soldo del Sismi, il presidente della Telecom, Marco Tronchetti Provera, si è dimesso e ha venduto la sua quota, ma la cosa più inquietante è passata quasi inosservata: sia il governo Berlusconi che il governo Prodi hanno posto il segreto di Stato sulla vicenda del Sismi e del suo direttore Nicolò Pollari; Pollari è stato rimosso dal vertice Sismi solo molti mesi dopo il suo coinvolgimento nell'indagine giudiziaria; il governo Prodi lo ha messo a disposizione della presidenza del Consiglio e lo ha poi nominato consigliere di Stato; infine, con una scelta mai fatta prima nella storia della Repubblica, il governo ha chiesto alla corte costituzionale di dichiarare illegittima l'inchiesta della procura di Milano. Appare evidente la gravità della situazione.
Per sommi capi: i nostri servizi segreti avevano uomini di vertice (Marco Mancini) che erano coinvolti, secondo l'accusa, con i dossieraggi realizzati dagli spioni Telecom; intanto collaboravano con la Cia, alla vigilia dell'invasione dell'Iraq, nel sequestrare un predicatore islamico radicale (nello stesso periodo i nostri servizi segreti avevano aiutato la macchina di preparazione della guerra fabbricando la falsa prova dell'uranio arricchito comprato in Niger da Saddam Hussein, la principale argomentazione che Colin Powell portò all'Onu per spiegare l'urgenza della guerra). Se Bush avesse vinto la guerra, probabilmente la cosa sarebbe stata addirittura un vanto per la nostra intelligence, ma le cose sono andate diversamente.
I nostri servizi segreti sono stati protagonisti della liberazione della giornalista Giuliana Sgrena a Baghdad nel 2005, un'operazione svolta sul campo dal numero due del Sismi Nicola Calipari e organizzata per la prima volta con riunioni quasi pubbliche da Pollari, Gianni Letta, Silvio Berlusconi e la direzione del Manifesto, che da Roma davano indicazioni a Calipari su che cosa fare a Bagdad. Come tutti ricordano, però, i nostri buoni rapporti con la Cia, in particolare di Marco Mancini, non sono serviti a evitare l'uccisione di Nicola Calipari e il grave ferimento di Giuliana Sgrena.
La security Telecom, in tandem con i vertici dei servizi segreti, ha conquistato un potere spropositato. Forte di un budget enorme, si è comportata come una centrale in grado di fornire enormi servigi. Dall'intrusione nei segreti informatici, al dossieraggio politico, fino allo spionaggio internazionale. Giuliano Tavaroli è diventato il depositario di fin troppi segreti. Non si sa però se abbia avuto un solo padrone (la Telecom da cui prendeva lo stipendio) o se fosse in grado di condizionare egli stesso il suo datore di lavoro. Tronchetti Provera su questo punto è sempre stato molto elusivo. Qualche volta spaventato.
Nell'aprile del 2006 Tavaroli, Mancini, Ghioni e Pollari sapevano - e se no che spioni sarebbero - che si stava indagando su di loro per reati molto gravi. Se gli italiani erano tutti molto interessati ai risultati elettorali, alcuni gentiluomini lo erano di più, e avevano anche il potere di cambiare l'esito del voto. Per quanto riguardava invece la proprietà Telecom, questo era un fascicolo ben presente e da risolvere con urgenza per chiunque fosse diventato presidente del Consiglio.
Perché racconto tutta questa storia? Perchè è  curioso che uomini del Tiger Team capitanato da Fabio Ghioni siano stati coinvolti dal Viminale per curare la sicurezza delle operazioni elettorali del 2006 e in particolare impedire  intrusioni di hacker: così entrarono al Viminale, realizzano un lungo e dettagliato sopralluogo, fecero un'ispezione delle macchine, simulazioni di attacchi, verifica di password e meccanismi antintrusione.
Più strano è che, dopo che alcuni di questi personaggi sono finiti in galera, al Viminale non si siano ricordati di quei grandi esperti di sicurezza chiamati a vigilare sulla correttezza delle operazioni di voto. D'altra parte, quella notte al Viminale, non successe nulla di strano, vero?
 

COME NON PERDERE LE ELEZIONI  -  Tempo, sondaggi e denaro per il gran giorno

La prima volta che i computer vennero usati per exit poll fu nel 1952 in America per le elezioni presidenziali che vedevano la sfida tra Adllai Stevenson (democratico, liberal, intellettuale) e Dwight Eisenhower (il generale che sette anni prima aveva sconfitto Hitler, Mussolini e l'imperatore del Giappone, si era proposto ai democratici, ma questi lo avevano rifiutato e quindi era diventato il candidato dei repubblicani). I soloni di Washington avevano previsto la vittoria di Stevenson, ma i primi risultati veri (gli exit poll facevano semplicemente ripetere a un campione di elettori l'operazione che avevano compiuto al seggio) vennero trasmessi a una enorme macchina per contare (questo significa computer), un mastodontico Univac, e il responso fu: Eisenhower.
Isaac Asimov, il maestro della science fiction, intravede nell'episodio l'avvento di computer assisted elections.  Nel 1955 scrisse un breve racconto, Franchise (Diritto di Voto) che portava le nuove possibilità della tecnologia alla loro logica conclusione. Rifletteva Asimov: se una macchina che conta è abbastanza potente da estrapolare risultati accurati da un piccolo numero di voti, forse...
Il racconto è splendido. Asimov si immagina che nelle elezioni del 2008 (sic!) in America non si voti più. Voterà un solo cittadino che il grande calcolatore Multivac ha scelto come «rappresentativo»[...]

In Italia, Paese molto più arretrato, non ci fu nulla di simile. I nostri scrittori del sud, specie quelli siciliani, non confidavano troppo nella regolarità del responso delle urne; l'unico slogan, molto popolare, che anticipava í tempi e si spingeva oltre il dibattito americano, era quello della Democrazia cristiana: "In cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no". Una leggenda voleva che il voto del referendum monarchia - repubblica fosse stato truccato dalle "calcolatrici del ministro Romíta". che erano in realtà solo il primissimo tentativo di meccanizzazione del calcolo.[...]

 

Il corpo elettorale cominciò a essere studiato, controllato da un ceto politico sempre più vasto:i sondaggisti, ì politologi eccetera. Il voto venne a essere calcolato con i criteri del marketing e l'elettore venne considerato come un normale consumatore. Se la catena di supermercati tratteggia l'identikit del consumatore da quello che compra, lo stesso metodo si attua per la politica. Nell'analísí del voto, poi, la filogenesi prende il suo potere sull'ontogenesí perché il risultato del voto è in grado di spiegare le ragioni profonde della vittoria o della sconfitta. Nasce così una categoria da conquistare: gli indecisi. E ì candidati modificano il loro programma (quando ci riescono) sul miraggio della conquista decisi. Il risultato è che alla fine le due campagne tendono a somigliarsi. L'altro dato è che, alla fine l'elettorato si divide più o meno alla pari. A quel punto, se sei un partito ambientalista, se i tuoi vanno in bicicletta chiudono il rubinetto dopo che si sono messi il dentifricio e lo aprono solo quando si devono sciacquare, quelli già li hai. Se però ti dicono che ci sono alcune centinaia di migliaia di italiani che muoiono dalla voglia di fare qualunque cosa pur di comprarsi un Suv o anche solo un elettrostimolatore  per gli addominali, quelli lasciali perdere: non li avrai comunque.  Ultimamente hanno messo dentro la lista delle domande i "valori morali". E questi non sono consumi, sono un 'altra cosa. Ogni candidato sarà chiamato a esprimersi su questo.  Dio è oggi un mercato valutato il 5 per cento.
Il gioco è questo. È il più bel gioco del mondo perfido. Chi vince piglia tutto. Quelli che la sannc lunga saranno in grado di darti buoni consigli.
• Ci sono dei posti e degli argomenti su cui non potrai mai vincere. Non metterci né soldi né tempo sopra

• Gli indecisi hanno bisogno di un sacco c' tempo per essere convinti a votarti. Metti soldi e tempo lì.

Ma sappi che ce ne vogliono molti, e gli ultimi sono  più importanti dei primi. Gli ultimi tienili tanti, per il giorno finale.
• C'è molto lavoro sporco da fare. Fallo fare fingendo  di non saperlo.
• Fai tutte queste cose, ricordati però che c'è un vento della storia. Nel 1948 Palmiro Togliatti sapeva benissimo che non poteva vincere (e lo sperava lui stesso). Nel 1994 Berlusconi sapeva benissimo che avrebbe vinto. Come nel mercato, così nella politica, c'è una mano invisibile che guida il gioco. Vedi che ti dia una carezza e non un pugno.
• Se poi hai il potere di cambiare i voti finali, allora sei a posto. Se sei come Stalin, Fidel Castro, Salinas de Gortari,Bush ti prendi tutta la posta. Se sei più democratico, dividi la posta.
In Italia la previsione di come sarebbero andate a finire le elezioni del 9/10 aprile 2006 cominciò un annetto prima. Il governo Berlusconi era in carica da quattro anni e si apprestava a finire la legislatura. Era stata una assoluta novità politica per l'Italia, la vera prima novità politica italiana dai tempi di Benito Mussolini. Ricco industriale milanese, su cui aveva investito la mafia siciliana (almeno secondo la ,sentenza di primo grado che ha condannato a Palermo Marcello Dell' Utri), Berlusconi nel 1993 si era accorto che le sue fortune economiche sarebbero state messe in pericolo dalla presedibile vittoria delle sinistre. L'ineffabile avvocato Gianni Aanelli, dalla aristocratica Torino, gli diede la benedizione: "Se perde. perde lui. Se vince, vinciamo tutti".
Vinse, poi cadde subito. Fu sul punto di essere arrestato. Ma di mano in mano che venivano fuori le sue malefatte, incredibilmente aumentavano il suo potere e il suo carisma. Perse le elezioni del 1996 contro Romano Prodi, ma si ritrovò  piu forte di prima, addirittura invitato a riscrivere la Costituzione.
Stravinse nel 2001, dopo l'11 settembre fu uno dei più fedeli alleati di Bush, ma la storia non era dalla sua parte. È vero, la politica lo aveva arricchito a dismisura, ma l'Italia non aveva avuto niente. Il malcontento era visibile nelle piazze, nei media, persino di molti centri di potere. Ma erano soprattutto i verdetti delle urne a essere inequivocabili: ogni elezione, fosse essa parziale, suppletiva, comunale, regionale lo aveva visto soccombere.
Il centrosinistra sembrava aver capito la lezione e non sembrava disposto a ripetere il suicidio della tornata precedente. Questa volta aveva riunito tutti in un unico cartello elettorale, operazione che valeva un milione e mezzo di voti in più. Era sicuramente un raggruppamento temporaneo, ma un fatto imprevisto diede un'idea degli umori del Paese: le "primarie" nazionali per eleggere il candidato del centrosinistra. A dispetto di qualsiasi previsione, si recarono in decine di migliaia di seggi improvvisati, più di quattro milioni di italiani che dichiararono il loro nome e versarono anche un cospicuo contributo finanziario.
Per Silvio Berlusconi, ancora dopo 13 anni, il rischio era di nuovo presente: la vittoria del centrosinistra avrebbe provocato un grave danno ai suoi affari. Uomo molto pratico oltre che spregiudicato, fece quello che un politico di mestiere non avrebbe mai osato: se la legge elettorale in vigore lo dava perdente, cambiò la legge elettorale a soli quattro mesi dalle elezioni. Con il nuovo sistema proporzionale tornato improvvisamente in vigore dopo 13  anni di voto uni­nominale, la legge avrebbe dato un premio cospicuo (una maggioranza di 350 deputati) alla coalizione che avesse vinto anche di un solo voto la competizione alla Camera; al Senato invece il premio sarebbe stato regionale, sulla base del numero degli elettori. E siccome le tre regioni più popolose (Lombardia, Sicilia e Veneto) erano saldamente in mano al centrodestra, questo partiva con un bonus iniziale piuttosto forte e sarebbe bastato conquistare due o tre regioni cosiddette in bilico per avere comunque un Senato assicurato al centrodestra. Nella peggiore delle ipotesi, si sarebbe creata una situazione di stallo politico.
Francamente non si capisce se i politici del centrosinistra si rendessero conto di quanto stava succedendo. Certo, non avevano i numeri in Parlamento per opporsi alla nuova legge, ma certo non combatterono, non gridarono, non denunciarono. La nuova legge elettorale venne approvata con un record di velocità.
Nella nuova legge elettorale c'era di più, e sconosciuto ai più. Venivano cambiate le disposizioni per la nomina degli scrutatori, per esempio, e veniva cancellata una buona fetta della volontà degli elettori. Le liste per candidati e senatori, infatti, erano sbarrate e decise unicamente dalle segreterie politiche. Calcolando il prevedibile risultato, una decina di persone in tutta Italia stilava la propria lista, naturalmente privilegiando chi dava assicurazione di fedeltà.

La norma era una forma di Medioevo moderno, ma ai vertici del centrosinistra non dispiacque.
Per gli strateghi elettorali, l'unico elemento che - in mancanza di campagna elettorale - avrebbe potuto spostare voti, era la televisione: Romano Prodi era considerato un pessimo comunicatore e Berlusconi un personaggio capace di infinite trouvailles televisive. Lo sforzo maggiore dello staff dell'Unione fu quello di fissare regole molto fiscali nei dibattiti tra i due leader.
I sondaggi erano concordi: per tutti il centrosinistra era avanti. Sensibilmente. E sarebbe dovuta accadere una «sorpresa» per modificare una tendenza che il tempo ormai aveva scavato profondamente. Così passarono sotto traccia due avvenimenti che, con il senno di poi, avrebbero potuto e dovuto suscitare maggiore attenzione.
Il primo era avvenuto nella primavera 2005, in occasione delle elezioni regionali del Lazio ed era stato riportato alla luce dalla procura di Milano proprio alla vigilia delle elezioni politiche. C'era stato un tentativo di escludere dalle elezioni una lista di estrema destra, Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini, che era in grado di togliere voti a Francesco Storace e quindi di far eleggere il candidato del centrosinistra, il giornalista televisivo Piero Marrazzo. Il colpo però non era riuscito, Storace aveva perso e Marrazzo era diventato il governatore del Lazio.
Sembrava un caso locale di colpi bassi elettorali (si scoprì che i candidati del centrosinistra erano spiati, pedinati, fotografati - per esempio, per inguaiare Pietro Marrazzo era stato assoldato un transessuale, aprendo un filone), ma il Laziogate assomigliava di più a una versione casereccia del famoso Watergate.
A poche settimane dalle elezioni politiche, però, venivano resi noti alcuni particolari sul metodo seguito dagli spioni. E questi erano una novità. Si era trattato di una incursione nell'anagrafe informatica della regione Lazio. Usando le password ufficiali, uomini di Storace avevano manipolato l'elenco delle firme a favore della presentazione della Mussolini, ne avevano aggiunte di grossolanamente false e poi avevano denunciato che le liste della Mussolini erano false. Semplice, ma era la prima volta che accadeva in Italia. Il digitale contro lo stranoto manuale. Si scoprì poi che, tra gli indagati di alcune inchieste milanesi sullo spionaggio illegale, c'erano anche uomini della guardia di finanza che poi sono entrati nel Sismi del generale Niccolò Pollari. Si arrivò al punto che Pollari - il primo capo dei servizi segreti italiani a diventare simpatico, umano e popolare per le tragiche vicende della liberazione della giornalista Giuliana Sgrena a Baghdad - giunse fino a dare le dimis­sioni, proprio per il Laziogate. Berlusconi le rifiutò.

In un'intervista televisiva a Lucia Annunziata, che gli chiedeva se il nostro sistema elettorale avesse garanzie contro l'evidente vulnerabilità mostrata in quell'occasione, rispose (molto stizzito) che Pollari era uno splendido generale e che i brogli erano una specialità dei comunisti. Come aveva già fatto altre volte, anche questa volta si disse sicuro che i comunisti avrebbero cercato di manipolare il voto. Dopo pochi minuti, visibilmente contrariato, abbandonò la trasmissione e, da buon padrone delle ferriere, promise alla giornalista che quella macchia - aver osato fargli delle domande scomode - sarebbe rimasta sul suo curriculum.
La storia perse di interesse, e ne suscita poco anche ora che Francesco Storace e il suo staff sono stati rinviati a giudizio.
Ma, se uno si segna sul taccuino date, fatti e circostanze, a proposito trova:
• Alla vigilia delle elezioni politiche, viene portato alla luce il primo caso di intrusione informatica nel meccanismo elettorale italiano.
• Indicato come mandante dell'operazione è Francesco Storace, un importante uomo politico, ma il centrosinistra non sfrutta la palla.
• Difesa, invece, senza mezzi termini, degli accusati da parte di Berlusconi.
• A poche settimane dalle elezioni, il primo ministro  annuncia in televisione che i comunisti faranno brogli cambiare il risultato. Di nuovo, il centrosinistra non sponde.
• Telecom, il big spender della pubblicità italiana, compra pagine di quotidiani per spiegare che l'azienda non è coinvolta in intercettazioni telefoniche abusive.
Il secondo avvenimento si scoprirà che era legato al primo, ma anche questo non trovò particolare spazio nelle ultime settimane di campagna elettorale. Fu il settimanale Diario a sollevarlo e riguardava la sperimentazione del conteggio elettronico del voto in quattro regioni. Era il 24 marzo 2006, mancavano appena 16 giorni alle elezioni. I giornale sollevava degli interrogativi gravissimi su un vicenda di cui, apparentemente, nessuno aveva sentito parlare. L'inchiesta di Gianni Barbacetto e Mario Portanova suscitò parecchie reazioni, cui il governo diede rassicurazione con la convocazione di un comitato parlamentare bipartisan. In realtà gli interrogativi rimanevano sempre senza sposta o al massimo si rispondeva con il linguaggio burocratese. "In caso di contestazioni varrà il conteggio cartaceo"; "è solo una sperimentazione"; "le chiavette Usb sono assolutamente a prova di qualsiasi intrusione". Di più si riusciva a sapere perché il contratto era "riservato".
Certo, non c'era stato un regolare appalto, ma si è dovuto procedere rapidamente perché era cambiata la legge elettorale. Non venne data particolare risposta a una ditta informatica sarda, la Ales, che aveva condotto precedenti sperimentazioni con un proprio software brevettato e cl vedeva scippata della sua invenzione. Della serietà della società che si erano unite per assicurarsi l'appalto di 32 milioni di euro, poi, non si poteva dubitare. La Telecom era la  Telecom, e già era impegnata nei servizi elettorali per  ciò che riguardava la telefonia; la Accenture (l'ex Arthur Andersen travolta dallo scandalo Enron) era di nuovo sul mercato con 150 mila dipendenti e vantava da parecchi anni un  profondo rapporto con l'amministrazione pubblica italiana.  La Eds, fondata dal miliardario americano Ross Perot, era un  altrettanto grande solido e moderno colosso.
Il contratto, che non era visibile, non dipendeva dal  ministero dell'interno, ma dal dipartimento per l'Innvazione e della tecnologia, diretto da Lucio Stanca. Un dipartimento che fa parte della presidenza del Consiglio. La considerevole somma stanziata non era stata notata nelle pieghe di un decreto legge del 3 gennaio.
In mezzo a tante rassicurazioni e minimizzazioni le agenzie stampa riportarono di telefonate con richieste chiarimento tra il candidato dell'Unione Romano Prodi ministro dell'Interno Pisanu - la questione scivolò in secondo piano. La voce più ripetuta riportava tutta la vicenda al «carattere italiano»: un regalo pre-elettorale,  per distribuire un po' di soldi a fine legislatura e forse anche la possibilità per qualche partito di distribuire un paio di assunzioni temporanee a dei ragazzi che li avrebbero compensati con il voto. Nulla più.
In realtà era molto di più. Per la prima volta nel nostro sistema elettorale - disegnato dalla Costituzione a metà del secolo scorso e ancora funzionante con matite copiativa , bolli e ceralacche, messi comunali in bicicletta entravano tre colossi privati a gestire il conteggio di un
quinto dei voti, con la tacita promessa che in futuro avrebbero gestito tutti i software delle elezioni italiane. Tre colossi, di cui due americani. Decisamente, le elezioni, senza che nessuno se ne accorgesse, stavano cambiando volto. Diventavano un fatto privato, molto privato. L'ultimo avvenimento che passò del tutto inosservato, fu la rotazione di dodici prefetti a pochissimi giorni dalle elezioni. Un fatto che però suscitò la protesta proprio dell'associazione dei prefetti, il Sín­pre. Il suo presidente, Claudio Palomba, quando la voce cominciò a circolare nel suo ambiente, mandò al ministro dell'Interno una accorata missiva, che sembra provenire dai tempi del Risorgimento. "Signor ministro, la scongiuriamo, non lo faccia...Non rovini la sua immagine.. Nes­sun ministro, dal 1948 ha osato tanto...". Ma il ministro Pisanu restò insensibile a quel grido di dolore.
Così andammo alle elezioni. Con una legge fatta apposta per limitare la prevedibile vittoria della sinistra, con candidati che non si scaldavano più di tanto perché avevano l'elezione assicurata o sapevano fin dall'inizio che sarebbero stati esclusi. Se non fosse stato che Berlusconi adottò un lin­guaggio da trivio e si lasciò andare sovente all'ira, sarebbero state elezioni molto noiose. E con esito scontato.
A meno che ci fosse stata una sorpresa dell'ultimo minuto. Quella che gli americani, dato che si votava ad aprile, avrebbero chiamato April Surprise. All'epoca nessuno ne parlava, ma io mi stupii molto quando, a Casalecchio di Reno, nel novembre del 2006, sentii il vicedirettore di un grande settimanale romano dichiarare candidamente a un folto pubblico che il suo giornale era pronto per un' edizione straordinaria sull'arresto in diretta di Bernardo Provezano che sarebbe avvenuto il venerdì prima del voto. E invece, come tutti sanno, avvenne solo il martedì mattina dopo le elezioni. Binnu di Corleone entrava anche lui campo dopo 43 anni di latitanza, ma a tempo scaduto.
 

QUATTRO RIGHE SOTTOLINEATE   -   Come gli hacker Telecom entrarono al Viminale
Ad essere assolutamente sinceri, nel gennaio scorso Beppe e io eravamo davvero a un punto morto. La grande sfuriata sembrava terminata, tutti aspettavano ancora il famoso riconteggio che era stato garantito in tempi rapidi e nessuna grande novità di rilievo era avvenuta. Si accumulavano stranezze, fogli, tabula percentuali, ma era difficilissimo ottenere qualche altra  notizia. Bocche cucite, perlomeno per noi. In più eravamo stati rinviati a giudizio per "diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico", un reato lieve per cui nessuno era stato più accusato in Italia da e oltre vent'anni, ma comunque qualcosa di cui ci saremmo dovuti difendere.
Ma, inaspettatamente, fu proprio la procura di Roma a venirci in aiuto. L' inchiesta era stata rapidissima. Convocati come persone informate dei fatti dai pubblici ministeri Salvatore Vitello e Francesca Loi, avevamo appreso do una decina di minuti che í magistrati non erano tanto interessati a sentire e a vagliare le notizie che avevamo raccolto, quanto a rassicurare l'Italia sul fatto che le elezioni non potessero essere truccate. Fu una cosa molto breve Che sarebbe finita così, la stampa se ne era accorta già da alcuni giorni. Il vento, infatti, era cambiato velocemente. Una settimana prima il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, aveva fatto una dichiarazione impensabile. Parlando a nome del suo ufficio, aveva preannunciato la conta di tutti i voti bianchi e nulli, un'iniziativa che sarebbe rimasta storica e che sarebbe stata affidata alla magistratura di Cassazione.
Ma la Cassazione, con un immediato comunicato suo presidente aggiunto, Vincenzo Carbone, aveva immediatamente fatto sapere che la Suprema corte rifiutava del tutto la possibilità che le era stata indicata. Si dichiarava incompetente a valutare schede bianche, nulle e  quant'altro, perché la loro verifica dei voti non poteva riguardare tutti questi dati. Per legge essa agiva solo sui grandi aggregati dei numeri dei soli voti validi che venivano inviati dai vari uffici elettorali circoscrizionali. La sola idea che un'inchiesta giudiziaria potesse intromettersi nei risultati delle elezioni, un'inchiesta che tecnicamente avrebbe potuto cambiarne l'esito, non era proprio da prendere in considerazione.
La pratica del film-denuncia diventò quindi semplicemente un imbarazzo da risolvere al più presto. E così fu. Nell'ufficio, durante il collooquio squillò il telefono. "È il procuratore", disse la dottoressa Loi passando la cornetta al suo collega. "Sì, signor procuratore, abbiamo quasi finito", disse il dottor Vitello e riagganciò.
Dopodiché mi informò, con un certo sussiego - spiccava in quel momento, nell'ufficietto, il suo pregevole gilet prugna - che la mia posizione era cambiata e che da quel momento ero un indagato.
Io pensai che la remota possibilità che un pubblico ministero potesse agire di testa propria, casomai cercando di andare più a fondo, casomai cercando di sapere di più su un'inchiesta che faceva parlare tutta Italia, non era evidentemente più da considerarsi. D'altra parte mi hanno poi spiegato che le nuove leggi che amministrano gli uffici giudiziari rendono più forte l'indirizzo del procuratore capo sui possibili dissensi dei suoi sottoposti.

Ma ora, a gennaio, dopo che l'inchiesta era stata rapidamente chiusa e in attesa di un nostro rinvio a giudizio, ci arrivò un plico che conteneva tutti gli atti dell'inchiesta, perché naturalmente così vuole la procedura. Non era certo un faldone molto spesso. Tolte le 50 pagine della relazione del'Ocse (l'organismo internazionale che, con quattro funzionari presenti nei giorni delle elezioni, aveva certificato che tutto era stato regolare), i fogli erano pochi. Venimmo però a sapere che l'inchiesta era partita dalla segnalazione del dottor Franco Corbelli, coordinatore del Movimento diritti civili, con sede a Sartano, in provincia di Cosenza, che, in base a notizie di stampa che annunciavano i contenuti e la prima del film, aveva chiesto il riconteggio di tutte le schede elettorali. Toh! E dire che qualcuno ogni tanto si lamenta della lentezza della giustizia, dell'apatia della burocrazia!
Per il resto, erano interrogatori apparentemente di routine, formalità. Uno no, però. Si trattava della deposizione del dottor Roberto Andracchio, dirigente dell'Area 1, capoufficio staff dell'Ufficio  dei Servizi informatici elettorali. In realtà non era nella lista degli interrogandi, ma i magistrati avevano stabilito di acquisire la sommarie informazioni e  notizie "sull'andamento dei flussi di trasmissione dei dati la notte delle elezioni". Si rivolsero - anzi delegarono il primo dirigente della polizia di Stato, ufficiale di polizia giudiziaria, dottor Lamberto Giannini, a farlo - al capoufficio stampa del Viminale, dottor Giacomo Barbato, viceprefetto. Ma il dottor Barbato disse che di flussi informatici lui non sapeva niente, perché stava in sala stampa. E indicò il nome del dottor Andracchio. Il quale fu meno laconico.
Riporto qui la parte per noi più interessante della sua risposta del 4 dicembre 2006.
A domanda risponde. "Per quello che riguarda l'andamento dei flussi elettorali e, in particolare, i ritardi, voglio dire che la sera delle elezioni, intorno alle ore 20 circa, anche se non ricordo con precisione l'orario, ci siamo accorti di rallentamenti, all'inizio minimi, ma che andavano crescendo. Vale a dire i dati che arrivavano dalle prefetture non erano diffusi istantaneamente ma si mettevano in coda provocando ritardi. Abbiamo verificato il corretto funzionamento dei nostri sistemi del Centro informatico e poi, attraverso uno scambio di informazioni con il Dipartimento
della pubblica sicurezza, ci è stato segnalato il malfunzionamento di una macchina di sicurezza "anti-intrusione" interna alla rete del Centro informatico. ossia un apparato di rete a salvaguardia degli apparati-interni al Centro tecnico. Abbiamo risolto il problema baipassando (sic!!) questa macchina  e adottando altre misure di sicurezza e in tempi piuttosto rapidi, circa 20 mìnuti,-dopo aver focalizzato il problema, la situazione si è normalizzata. Diciamo che il "blocco"  è durato circa 30 minuti e nei 15 o 20 minuti successivi  - abbiamo risolto il problema, tutto l'arretrato, ovvero i dati che erano stati messi   in coda, sono stati regolarmente diffusi. Non ci sono stati ritardi nel completamento delle operazioni di diffusione dei dati".
Interessante. Alla fine della deposizione il dottor  Roberto Andracchio spiegava poi che si sarebbe potuto  andare a vedere tutte le tracce, ma per una mole immensa  di dati e comunque i risultati del ministero erano  provvisori. Ma la cosa veramente singolare era che la deposizione del dottor Andracchio era stata sottolineata a matita  nelle parti che abbiamo riprodotto qui sopra. I magistrati avevano capito che era importante: ma perché non  gli avevano dato seguito? Per esempio, richiamando lo stesso Andracchio? Il funzionario infatti, tradotto in lingua,  aveva detto che il sistema di trasmissione  dei dati elettorali, intorno alle 20 di lunedì, era stato bloccato.
Che non si riusciva a risolvere la situazione e che. quindi,  per impedire che andasse in tilt tutto il sistema era  stato abolito un sistema di sicurezza. Abolito  il quale i dati erano ripresi a fluire.

L'altra cosa abbastanza curiosa é che avessero delegato e  a raccogliere notizie un alto dirigente della polizia di Stato, che in pratica si trovava a indagare sull'amministrazione da cui dipendeva e che era stato, vivacemente, presente  alla nostra deposizione. Se avete delle pendenze con la giustizia e ricevete un faldone giudiziario che vi riguarda, lo leggerete attentamente e maniacalmente tutto. Cercherete di trovare qualcosa che possa essere utile per la difesa.  Le carte parlano sempre, le carte respirano, hanno  espressioni e sentimenti. Lo sfoglio delle carte a vedere le uniche, poche, righe sottolineate. Erano seducenti come sirene. Sussurravano: "Leggimi". Non erano la famosa "pistola fumante", ma certo una  bella zaffata di polvere da sparo la mandava. Grazie. con  ogni probabilità, se quella sottolineatura fosse stata cancellata, non ci saremmo arrivati.

Dunque, dunque. Alle 20 di quel lunedì, il sistema del Viminale si bloccò  per almeno mezz'ora. Era la prima volta che si sentiva dire e lo si veniva a sapere inaspettatamente da un atto riservato, quale può essere una comunicazione di garanzia a due indagati per un'inchiesta archiviata. Eppure noi, nella preparazione del film, avevamo fatto all'ufficio stampa del Viminale (ormai era la nuova gestione, ministro Giuliano Amato) una serie di domande scritte. Questo era avvenuto dopo che Marco Minniti, all'epoca dirigente dei Ds e ora viceministro dell'Interno, ci aveva cortesemente fatto sapere di non aver intenzione di intervenire sul suo ruolo in quella notte, che lo aveva visto protagonista e fin troppo "esposto".
Alla domanda specifica: ci furono blocchi di trasmissione dati quella notte, il Viminale aveva risposto: ci fu un solo blocco per il malfunzionamento di una macchina, avvenne a mezzanotte.
Abbiamo rivolto la stessa domanda nel marzo scorso, dopo aver appreso che il sistema si era bloccato anche alle 20: siete proprio sicuri che il sistema si bloccò una sola volta? E di nuovo ci hanno risposto che per loro esisteva un solo blocco, a mezzanotte.
C'era poi stata un'audizione alla giunta delle elezioni della Camera dei deputati del prefetto Adriana Fabbretti, direttore dei servizi elettorali del Viminale (una fresca nomina la sua, che nella sua carriera non si era occupata prima degli aspetti informatici della notte delle elezioni). Alla domanda dell'onorevole Donata Lenzi, il prefetto Fabbretti aveva risposto che c'era stato prima un rallentamento e poi una interruzione alle 16. Lenzi aveva domandato la ragione e Fabretti le aveva risposto "cause tecniche".
Dunque, dunque. A seconda di chi veniva interpellato sui blocchi che avevano tenuto in ansia l'Italia nella notte delle elezioni, le risposte erano diverse. Ogni risposta era ufficiale e competente, però. Mettendole in fila si ottenevano almeno tre blocchi, o malfunzionamenti, o tentativi di intrusione. Il quadro non era esaltante, il sistema di raccolta dati si dimostrava perlomeno «poroso» e «vulnerabile».
Ma, come spesso accade, c'era dell'altro. Quelle cose dimenticate che ti fanno dare una sberla sul cranio ed esclamare: "Ma come ho fatto a non ricordarmelo?!".
Era un articolo di giornale e l'aveva ritrovato Stefano Bellentani (se la tenacia e l'intelligenza del ricercatore hanno un nome, questo è per me Stefano Bellentani). Non era un giornale da poco, era un giornale importante. sto era l'aspetto più importante. L'articolo uscì tre giorni prima delle elezioni.
La Repubblica, giovedì 6 aprile 2006, pagina 11.  "L' allarme". Titolo: "Falle nel sistema  di voto elettronico". Sommario: "Rapporto al Viminale: rischio di  attacchi, intrusioni e blocchi". Autore: Luca Fazzo. Articolo inviato da Milano. Eccone alcuni passi:
"Secondo un rapporto pervenuto nei giorni scorsi, i  responsabili del ministero degli Interni, il sistema di "voto elettronico" appaltato dal Viminale a tre società private è  esposto ad attacchi, incursioni e blocchi. Inoltre il rapporto  segnala l'individuazione all'interno del ministero degli Interni di postazioni in grado di entrare nel sistema senza motivo apparente (...) Ad allarmare i tecnici sono stati a varchi nel sistema di sicurezza che protegge il sistema potrebbero essere utilizzati da hacker - cioè da vandali informatici - per alterare il flusso dei dati o per paralizzarlo   con quella che in gergo si chiama Dos, un sovraccarico di dati tale da mandare in tilt il servizio. Ma allarmante è stata anche l'individuazione di due utenze telefoniche interne  del ministero in grado di agire come "roots" che dovrebbero essere riservate agli operatori di sistema".
Giratelo e rigiratelo tra le mani, considerate tutto lo che è successo dopo, e avrete tra le mani uno scoop. Un vero  scoop dimenticato delle elezioni dell'aprile 2oo6.

"Un rapporto  rapporto pervenuto...". Dunque si cita un rapporto ufficiale, di cui non si era mai sentito parlare.

"Quella che in gergo si chiama Dos, un sovraccarico di  dati tale da mandare in tilt il servizio". Ovvero, quello poi si verificò davvero, come spiegò nove mesi dopo il dottor Roberto Andracchio.
"Due utenze telefoniche interne al ministero". Dunque, qualcuno aveva avuto tempo e modo di modificare o installare delle linee telefoniche che erano state scoperte. Dunque, il ladro era già entrato nella villa per scoprire i sofisticati sistemi elettronici che il padrone di casa aveva installato per proteggere il suo Van Gogh..
E poi c'era quella frase finale che fa riferimento a un  non meglio specificato "servizio 24 ore su 24"  per raccogliere denunce. Che cos'era: un numero verde? Un allarme interno diramato dalla polizia postale? Ebbero dei risultati ? E quali erano le due importanti aziende di comunicazione che avevano avuto nei giorni precedenti i due siti paralizzati dagli hacker? Quelle due linee telefoniche malandrine vennero disattivate? Si scoprì chi le aveva messe?
Altre stranezze. L'articolo non ebbe seguito, né su Repubblica, né su altri media. Né nell'immediatezza, ma neppure quando, mesi dopo, si ipotizzò un broglio informatico.  Totale il silenzio del mondo politico.
Altre stranezze. Il ministero non commentò, non  smentì, non rassicurò, non minimizzò. Non ci fu, nel  circuito degli hacker, nessuno che si sia mai vantato di essere entrato nel sistema del Viminale.
L'autore dell'articolo è Luca Fazzo, uno dei più noti cronisti di Repubblica a Milano. Da decenni segue la cronaca giudiziaria e non solo, memoria di ferro, fonti di livello, profonde convinzioni democratiche in sintonia con la linea editoriale del giornale.
Ma Luca Fazzo non fa più il giornalista a Repubblica.
Il giornale lo ha licenziato nel dicembre del 2006 dopo che il suo nome era emerso come legato al capo della sicurezza Telecom, Giuliano Tavaroli, e al numero due del Sismi, Marco Mancini, in carcere per spionaggio e sequestro di persona. Accusato di aver agito contro gli interessi del giornale, di aver spiato due suoi colleghi, di essere stato manovrato dal Sismi, Fazzo ha difeso la sua condotta e ha rivendicato tutto quello che nella sua carriera ha fatto per il giornale. Comprese le sue fonti nei servizi segreti che hanno permesso al giornale di avere molte notizie esclusive. Ha definito Marco Mancini "un eroe, un patriota" e non ha avuto problemi a rivendicare con Giuliano Tavaroli un 'amicizia importante.  Oggi non scrive più e lavora in un ristorante.
L'articolo che abbiamo citato è stato forse il suo ultimo scoop. Ma non è mai stato citato nell'istruttoria contro di lui, né lui lo ha rivendicato. Era stato dimenticato, dall'accusa e dalla difesa.
 
Le notizie che Luca Fazzo ebbe per lo scoop sull'allarme al Viminale venivano da Fabio Ghioni, il capo del Tiger Team della Telecom, alle dirette dipendenze di Giuliano Tavaroli. Era stato Ghioni, il migliore esperto di trucchi informatici esistente sulla piazza, a prendere possesso dell'impianto informatico del Viminale. Aveva lavorato con la sua squadra per settimane, visionando tutto, controllando lo stato degli impianti, simulando attacchi di hacker. Il tutto con regolare contratto firmato e onorato dal ministero dell' Interno. Alla fine del lavoro non aveva resistito alla voglia di rendere pubblico quello che aveva scoperto. E c'era riuscito.
Oggi Ghioni è in carcere a Busto Arsizio, accusato di associazione per delinquere per spionaggio informatico, per essersi introdotto nel computer e aver risucchiato, nel 2004, l'archivio riservato dell'allora amministratore del Corriere della sera, Vittorio Colao.

Che il Tiger Team fosse presente come squadra di esperti Telecom contro gli attacchi hacker ce lo ha poi confermato il Viminale nel marzo del 2007. In due forme: la prima è una risposta scritta alle nostre domande; la seconda è la risposta a un'interrogazione parlamentare presentata dall'onorevole Orazio Licandro dei Comunisti italiani e firmata dal sottosegretario all'interno Francesco Bonato.
Era il 1  marzo 2007 e non se ne era accorto nessuno. Ma se n'era accorta la nostra Dolores Alvarez che aveva avuto la santa pazienza di andare fino in fondo alle pagine di Google riguardanti Rocco Lucia, uno degli hacker. Lì, tra Rocco e Antonia e Lucia Mondella, aveva trovato la risposta ufficiale del governo su un caso molto delicato, e proprio nei giorni in cui della Telecom si parlava molto.
C'erano dunque molti occhi, molta tecnologia, molte paure, molti interessi a seguire la notte dello spoglio dei voti alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006. Si decideva se sarebbe finito il periodo Berlusconiano. A esprimersi, gli italiani: una testa, un voto.
È la democrazia. Che in quella notte fu fatta a polpete. Scusatemi se faccio il finto ingenuo: ma perché, in quella vigilia, c'era così tanta agitazione al Viminale? Che cosa mai sarebbe potuto succedere?

 

                

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