Vi propongo sotto, segnalatomi da un amico, l'ottimo articolo di D'Avanzo. Forse non tutti conoscono i fatti, perciò ne darò conto brevemente.
La magistratura indagava sul rapimento dell' imam milanese Abu Omar , sospettando che lo stesso fosse stato rapito dai servizi americani perchè ritenuto un terrorista. C'era il sospetto che la Cia avesse operato di concerto, o almeno con il placet, dei servizi italiani. Magari con il coinvolgimento dei vertici politici passati. L'inchiesta porta all'arresto di un alto funzionario del Sismi, Mancini, e il coinvolgimento, tra gli altri, del giornalista Renato Farina, vicedirettore di Libero il pessimo giornale diretto dall'altrettanto pessimo Vittorio Feltri. Farina è accusato di aver preso soldi dai servizi per pubblicare falsi dossier, ed indagare cosa sapessero i giudici che indagavano sul rapimento dell'imam. Fra tutte le porcheria c'era anche il controllo dei due giornalisti di Repubblica, Bonini e D'avanzo, che stavano svolgendo un 'inchiesta sulla vicenda del rapimento dell'imam.
Farina si è difeso, pubblicando una lettera su Libero, in cui sostiene che la sua è stata una scelta dettata dal patriottismo, per difendere i nostri valori, i valori dell'occidente dagli attacchi del terrorismo islamico. Ammesso che gliela si voglia dare per buona dovrebbe spiegare cosa c'entra l'azione di pubblicare false notizie sull'allora leader dell'opposizione, con il terrorismo.
A me questa vicenda fa venire in mente un paio di riflessioni. In primo luogo che dai tempi di Piazza Fontana è cambiato poco. I nostri servizi, invece di difendere lo Stato e le sue istituzioni prendono parte alla lotta politica e guarda caso, si schierano sempre a destra per impedire che i "comunisti" prendano il potere. Schierati dalla parte di piduisti e massoni compagnia ( Pisanu, Berlusconi, Martino).
Mi chiedo anche per chi operassero i servizi, o questa parte dei servizi che carità di patria definiamo "deviati". E' possibile credere che i vertici politici non sapessero niente di queste oscure attività? Quindi i servizi operavano in proprio, come un potere autonomo che decideva la competizione democratica?
Non c'è scampo le ipotesi possibili sono due o i servizi operavano in proprio o eseguivano ordini politici.
Voglio ricordare che i dossier e le manine dei servizi spuntarono nella commissione Telekom Serbia in cui falsi testimoni, mestatori di professione, comunque legati ai servizi sostennero che Prodi, Dini e Fassino avevano intascato una tangente enorme nell'affare telefonia con Milosevic.
A sbugiardare quella commissione furono proprio Bonini e D'Avanzo i due giornalisti di Repubblica, capaci di inchieste precise e puntuali. Furono questi due giornalisti ad aprire un 'inchiesta sull'affare Telekom Serbia che ha molti lati oscuri. Il governo Berlusconi invece di cercare di fare chiarezza, pensò bene di sfruttare quei dubbi per demolire l'opposizione e il suo competitor Romano Prodi. Cosi Bonini e D'Avanzo, vista la piega anche aveva assunto la commissione di inchiesta, dimostrarono che le accuse contro i leader del Centrosinistra erano frutto di menzogne.
la commissione scivolò via tra il silenzio imbarazzato della destra, ma nel frattempo i giornali di destra, in prima fila quelli del premier Berlusconi avevano sparso tonnellate di fango sui vertici del Centrosinistra. Non una parola di scusa ai costoro e ai lettori fu ritenuta opportuna da Il Giornale di Bel Pietro, da Libero di Feltri ( e Farina), da Il Foglio di Ferrara.
Con questi precedenti è difficile credere che il governo non sapesse niente delle oscure manovre. ma questa è stata sempre la tesi del governo passato, sia in questo caso, sia per la vicenda Nigergate ( il falso dossier sull'Uranio per Saddam che è stata una delle micce per l'invasione di quel paese), sia per il rapimento dell'imam. Possibile che, visti i rapporti di mutuo soccorso, tra Bush e Berlusconi i servizi americani tenessero all'oscuro l'alleato fedele per operazioni da compiere sul territorio italiano? Non è credibile, anche perchè i servizi americani sostengono il contrario.
per chiudere e lasciarvi alla lettura dell'articolo, voglio ricordare che la delega per i servizi era affidata a Gianni Letta, eminenza grigia di Berlusconi, da questo e dalla destra candidato alla carica di Presidente della Repubblica, come uomo delle Istituzioni e super partes. Se l'inchiesta riuscirà ad andare avanti, con quello che sta uscendo, con le confessioni di mancini, credo che ne vedremo delle belle su questo Richeliu italiano
giuseppe galluccio 12/7/06
IL GIORNALISMO DELLA MALDICENZA
di Giuseppe D’Avanzo
L’ ITALIA ha molti guai e tra i suoi guai c'è, senza dubbio, il giornalismo. Nelle democrazie mature d' Occidente, il giornalismo è spesso una parte della soluzione, qui da noi è un problema che rende più arduo venire a capo delle anomalie nazionali. Se questo avviene, un motivo c'è: l’informazione è stata degradata a chiacchiera. In un certo posto, a una certa ora del giorno, qualcuno dice qualcosa. Non è accaduto nulla. C'è uno che ha espresso un'opinione, ma quella diventa la notizia del giorno. Sulla finta notizia si raccolgono pareri, si scrivono editoriali, si titolano le prime pagine, si combinano interviste. Meglio se un tipo del centrosinistra si lancia contro Romano Prodi o uno del centro destra da sulla voce a Silvio Berlusconi. Ottimo se in questa routine si possa sistemare, con qualche ghirigoro, un pettegolezzo. Si conoscano tra gli addetti molte frasi famose di questo canone giornalistico. Quella che qui conta suona così: “Non parlatemi di inchieste giornalistiche, che mi viene l'orticaria».
Un'inchiesta giornalistica è la paziente fatica di portare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza. Il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere e se ne fa custode nell'interesse dell'opinione pubblica e anche nell'interesse della politica perchè senza fatti la politica annienta se stessa. E’ per proteggere se stessa che la democrazia prevede nel suo ordinamento costituzionale alcuni «rifugi della verità» garantiti - le università, le magistrature - e difende dai governi la liberta di stampa senza la quale, in un mondo che cambia, «non sapremmo ai dove siamo».
Il giornalismo della chiacchiera e della maldicenza dimentica il suo dovere di raccontare «dove siamo». Non guarda ai fatti, non li cerca, non vuole trovarli, soprattutto non ne vuole tenere conto. Quando si ritrova improvvidamente qualche fatterello tra i piedi, lo trasforma in opinione. Screditata a opinione, la verità di fatto è fottuta perché diventa irrilevante. Ma è appunto in questo "salto" l'astuzia del gioco. Accantonata la realtà, quel che resta si può combinare a mano libera. Ogni cosa è uguale al suo contrario. Ognuno è uguale all'altro. Non contano più comportamenti, responsabilità, abitudini, attitudini, condotte, decisioni, direzioni, orizzonti. Liberatesi dalla inevitabilità dei fatti, questo giornalismo deforme è ora il padrone della scacchiera. Muove torri e pedoni. Nella notte dove tutto è nero, nel vuoto di realtà creato il lettore è frastornato. “Chi ha fatto che cosa?», non trova mai una risposta.
Accade in queste ore. C'è un giornalista, Renato Farina, sorpreso a trafficare con i servizi segreti che lo pagano con migliaia di euro. Il disgraziata non sa come difendersi. L'ha fatta grossa e lo sa. Ha tradito se stesso, il suo buon nome, l'amicizia di chi lavora con lui, gli appassionati lettori delle sue cronache. Non sa come uscirne con decoro. Gli suggeriscono di lanciarsi all'attacco. Chi se ne importa dei codici deontologici, tu hai combattuto per l'Occidente la IV guerra mondiale. Sei un soldato dell'Occidente cristiano ed ebreo. Sei un crociato. Sei un patriota.
Il disgraziato s'afferra all'argomento come un naufrago al legno. Sistemandosi addirittura accanto a Karol Wojtyla, scrive che ha «cercato di fare di tutto e di più per difendere questo nostro Paese e la sua civiltà cattolica». È la pietosa menzogna di un uomo che prova a proteggersi dal disprezzo. L'espediente miserabile di chi, religiosissimo, vuole rendere accettabile la sua umana debolezza invocando una fede e un'autorità che pure gli dovrebbero essere sacre. Un penoso spettacolo su cui si chiuderebbero volentieri gli occhi. Una brutta cosa che dovrebbe essere relegata in un angolino del discorso pubblico, e presto accantonata. Fino a quando, non sorprendentemente, il direttore del "Corriere della Sera" Paolo Mieli entra nel gioco. Prende sul serio quell'argomento: Farina è un crociato e un patriota. Santifica le ragioni di quel disgraziato addirittura con la legge di Antigone (che Dio lo perdoni). Non giustifica che abbia preso del denaro, ma per tenere a galla l'esercizio deve precipitare nel suo ragionamento, con un venticello calunnioso, anche chi dai metodi di lavoro, la storia professionale, l'opacità morale di Renato Farina è lontano un braccio di mare. La manovra deve accecare il lettore, nascondergli una realtà che, se raccontata, renderebbe l'iniziativa di Mieli un'arlecchinata.
Renato Farina non è stato pagato dal servizio segreto per difendere l'Occidente cristiano o combattere l'Islam radicale. Il Sismi ha chiesto a Farina di mettersi in contatto con un pubblico ministero per carpirgli informazioni e inquinarne il lavoro. Per questo è stato pagato. Il Sismi ha retribuito Farina per vedere pubblicato un dossier falso e screditare Ramano Prodi, il candidata dell'opposizione a Palazzo Chigi. Lo ha pagato per spiare gli esiti dell'inchiesta sulle intercettazioni abusive e i dossier illegali raccolti dalla "sicurezza" di Telecom. Le attività di Farina non hanno nulla a che fare con l'Occidente, l'Islam, la civiltà cattolica. Lo si vede a occhio nudo. Le attività di Farina. rivolte contro le istituzioni del Paese (magistratura, governo), sono del tutto anti-italiane, assai poco patriottiche. Se Paolo Mieli non avesse così in uggia il mestiere di informare i lettori che ancora hanno fiducia nel "Corriere della Sera", si rimboccherebbe le maniche anche con l’orticaria per capire perché un'istituzione dello Stato (il Sismi) paga un giornalista (Farina) per mettere a mal partito altre istituzioni dello Stato (Palazzo Chigi e la Procura di Milano). Chiederebbe ai suoi bravi cronisti di raccontare quali interessi nascondono queste manovre oscure. Si sforzerebbe di spiegare ai suoi lettori come, quando e perché questo è avvenuto, e che cosa significa.
Ho lavoralo per qualche tempo al "Corriere della Sera" e sono sicuro che un'eccellente redazione saprà riportare nel lavoro quotidiano i fatti là dove oggi ci sono soltanto chiacchiere e maldicenze. Non so se Paolo Mieli l'ha mai saputo, ma so che la sua redazione non ha dimenticato che, senza un'informazione basata sui falli, la libertà d'opinione è soltanto una beffa crudele.