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di MARCO MENSURATI

ROMA - Non c'è nulla di remissivo, di rinunciatario, nemmeno di
preoccupato, nel tono e nelle parole del commissario della
Federcalcio Guido Rossi, nella sua prima intervista dall'inizio del
processo al grande scandalo del calcio. Anzi, la sensazione è
proprio quella opposta. Quella di un uomo che più si addentra nelle
difficoltà più si determina a risolverle.
"La situazione è difficile. Molto difficile. Perché c'è la
sensazione tremenda che davvero non si voglia e non si debba
cambiare nulla, in Italia; che lo scandalo del calcio sia già stato
dimenticato; che viviamo nel paese dei mille gattopardi".
Come se la spiega, commissario, questa resistenza al cambiamento?
"In maniera molto semplice. Intorno a questo sport ci sono troppi
interessi coinvolti, troppi poteri. E ciascuno di questi interessi e
di questi poteri fa di tutto per auto tutelarsi. Di tutto. Ma la
cosa peggiore è che lo fa nella convinzione che poi, attraverso
quella che possiamo definire insolenza mediatica, riuscirà a
sottrarsi alla giustizia".
Cosa intende per insolenza mediatica?
"Intendo quell'atteggiamento che si è visto ad un
certo momento di questa vicenda, quando sia le televisioni sia i
giornali, hanno dimostrato un'ostinata disponibilità a concedere
spazio a personaggi che si esibivano in attacchi feroci al
commissariamento della Figc e agli organi di giustizia, che per
altro sono indipendenti dal commissario. Il problema, evidentemente,
non sono le critiche, ma i toni e i contenuti. Si trattava di
attacchi personali, attacchi che venivano portati, peraltro, in
assenza della persona interessata".
Il riferimento a Diego Della Valle è evidente (il presidente
della Fiorentina, riferendosi a Rossi, arrivò a parlare di irruenza
senile).
"Guardi, non ho intenzione di parlare di Della Valle. Non risposi
allora, non rispondo adesso, non risponderò mai. Mi limito a
osservare una questione ben più importante e pericolosa, quella
relativa a un certo tipo di giornalismo e di giornalismo sportivo in
particolare. Che non è indipendente. O meglio: diciamo che tra i
giornalisti sportivi ce ne sono pochi realmente indipendenti".
C'è chi riconduce il problema al frazionamento delle proprietà
dei giornali.
"Io non credo che sia questo il punto. Perché se questo, in linea
teorica può valere per i giornali sportivi, la cui linea editoriale
è senza dubbio determinata dalla direzione, non sono certo che lo
stesso sia per i grandi giornali generalisti. Lì sono convinto che
molto dipenda dai singoli giornalisti che, lo ripeto, raramente si
dimostrano indipendenti. Ad esempio, mi chiedo come mai si continui
acriticamente a concedere così tanto spazio a personaggi condannati,
a gente che nonostante l'interdizione continua a incitare i tifosi
alla rivolta e a decidere ogni cosa della propria società, a fare il
calciomercato. A gente che dimostra quotidianamente disprezzo per le
regole, un disprezzo che poi viene coperto con l'insolenza mediatica.
In un paese diverso, questo non sarebbe mai successo. Qui invece
accade pure che poi qualcuno si inventa, sempre sui giornali, storie
di fantasia su imminenti sconti di pena".
Si riferisce alle notizie sulla possibile conciliazione della
Figc?
"Sì, proprio a quelle. È una vergogna. Il mercimonio della
giustizia. E invece sia chiaro: per quanto riguarda la Figc la
questione è chiusa. Gli sconti finirebbero per penalizzare squadre
che sono state leali sul campo. E allora, per tornare al ruolo dei
media, qualcuno si è chiesto cosa ne pensano queste società? Cosa ne
pensano i tifosi? Cosa pensano i tifosi della minaccia di ricorrere
al Tar sventolata dai club condannati?"
Lei cosa ne pensa?
"Che è la negazione del buon senso. Qui mica si sta parlando di
mettere in galera la gente. Nessuno ha ordinato alle società di
iscriversi ai tornei, di assoggettarsi a regole chiare. Se io mi
iscrivo a un circolo privato ne devo rispettare le regole, non posso
rubare l'argenteria e poi lamentarmi. Perché nessuno si indigna?
Perché i giornali non denunciano?".
Si sente abbandonato?
"No. Assolutamente no. Come faccio a sentirmi abbandonato quando
posso contare su gente come Borrelli e Ruperto, come Catricalà, come
tutti i miei collaboratori, come il presidente del Coni, Petrucci.
Il Governo mi sostiene, la gente per strada mi sostiene, mi incita a
resistere. E anche gli organismi sportivi internazionali. L'Uefa ci
invita ad andare avanti e si propone di aiutarci sulla strada delle
riforme. No, non mi sento abbandonato, anzi. Osservo solo che c'è
una parte di questo paese, una parte potente, purtroppo, che
preferisce il vecchio corrotto al nuovo riformatore. E questo è un
fatto grave, un segno di decadenza sociale davvero preoccupante. Ma
sa qual è la cosa più caratteristica e pericolosa?".
Quale?
"Che questi signori stanno andando contro il volere della gente che,
invece, nonostante una campagna stampa indirizzata, desidera la
pulizia e la trasparenza, e non la manipolazione elevata a sistema.
Temo che interessi particolari stiano creando una pericolosa rottura
tra comune sentire e opinione pubblica. Lo scandalo del calcio sta
mettendo in evidenza la malattia endemica di questo paese: la
tendenza all'inciucio, a buttarla sempre a tarallucci e vino, a
dimenticare. Ma come? nemmeno due mesi fa mi insultavano perché
avevo tenuto Lippi e adesso vogliono gli sconti ai processi? Che
coerenza c'è? E i giornali che adesso auspicano gli sconti, sia pure
in modo sibillino, sono gli stessi che allora pubblicavano i
sondaggi contro Lippi. L'Italia è afflitta da una forma grave di
amnesia sociale. Ed è proprio per questo che ogni giorno che passa
sono sempre più motivato ad andare avanti".
Per arrivare dove?
"A riscrivere tutte le regole, come abbiamo già cominciato a fare,
con il contributo di tutti.
E a fare pulizia".
(17 agosto 2006)
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