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Legalizzare la mafia sarà la regola del 2000

                                                                                     

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Frammenti del meridione

 

"Studi in archivi e su periodici di Edimburgo mi hanno permesso di rilevare e confermare il versamento a Garibaldi di una somma veramente ingente, durante la sua breve  permanenza a Genova, prima che la Spedizione sciogliesse le ancore.

La somma, riferita con precisione, è di tre milioni di franchi francesi. Questo capitale tuttavia non venne fornito a Garibaldi in moneta francese, bensì in piastre d’oro turche.

Non è agevole valutare il valore finanziario di tale somma. Riferito alle valute dell’epoca dei principali Stati europei, e rapportandolo al reddito na­zionale, con larga  approssimazione si tratta di molti milioni di dollari di og­gi".

Tratto della relazione tenuta da Giulio Di Vita al convegno “La liberazione d'Italia ad opera della Massoneria” organizzato a Torino (24 e 25 settembre 1988) dal Centro per la storia della Massoneria e dal Collegio dei Maestri Venerabili di Piemonte e Valle d'Aosta


 

Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto, gli oggetti più preziosi furono spediti a Torino, altri venduti al miglior offerente. L’11 settembre l’oro della Tesoreria dello Stato, patrimonio della Nazione meridionale ( equivalente a 3235 miliardi di lire dei giorni nostri, 1670 milioni di euro) e anche i beni personali che il Re aveva lasciato nella Capitale "sdegnando di serbare per me una tavola, in mezzo al naufragio della patria” (assommavano a 40 milioni di lire dell’epoca, circa 300 miliardi di vecchie lire, 150 milioni di €), tutti depositati presso il Banco di Napoli furono requisiti e dichiarati "beni nazionali”.

Con i frutti del saccheggio furono decretate svariate e lucrose pensioni vitalizie: ai vertici della Camorra, di cui la prima beneficiaria fu Marianna De Crescenzo [detta la Sangiovannara] sorella di Salvatore che era il capo assoluto della malavita e che aveva garantito l’ordine pubblico a Napoli dietro l’incarico del ministro Liborio Romano; alla famiglia di Agesilao Milano (mancato regicida nel 1856 e definito "eroe senza esempio tra antichi e moderni, superiore a Scevola” ), ad ufficiali piemontesi e garibaldini; per questi ultimi, grazie all’inflazione dei gradi militari nelle camicie rosse (il rapporto tra ufficiali e truppa era diventato 1:4 quando la regola era 1:20) ci fu un notevole esborso; 800 comandanti non prestavano alcun servizio perché non avevano nessun soldato agli ordini ma percepirono lo stesso il soldo. 

Sei milioni di ducati [180 miliardi di vecchie lire, 90 milioni di €], con un decreto firmato il 23 ottobre, vennero spartiti tra coloro che avevano sofferto persecuzioni dai Borboni (la maggior parte di essi in ottima salute), undici anni di stipendi arretrati furono corrisposti ai militari destituiti nel 1849 "tenendo conto delle promozioni che nel frattempo avrebbero avuto”, sessantamila ducati andarono a Raffaele Conforti per stipendi arretrati dal 1848 al 1860 spettatigli perché "ministro liberale in carica ancorché per poche settimane" e molti altri denari finirono in altrettante tasche con le più disparate e a volte pittoresche motivazioni come al Dumas padre "perché studiasse la storia” al De Cesare "perché studiasse l’economia "[239].

Il saccheggio fu così completo che ad un certo punto Garibaldi fece minacciare di fucilazione i banchieri napoletani in caso di rifiuto "a questo modo venne uno dei primi banchieri di Napoli e sborsò uno o due milioni”; illuminanti alcuni commenti di contemporanei non borbonici sulla situazione creatasi a Napoli:"indescrivibile è lo sperpero che si fa qui di denaro e di roba; furono distribuiti all’armata di Garibaldi, che non arriva a 20mila uomini, più di 60mila cappotti e un numero proporzionato di coperte, eppure la gran parte dei garibaldini non ha nè coperte nè cappotti; in un solo mese, oltre alle ordinarie, si pagarono dalla Tesoreria per le sole spese straordinarie dell’Armata non giustificate 750mila ducati”;"nelle cose militari regna un assoluto disordine, manca ogni disciplina, ognuno fa quello che vuole…le spese giornaliere ascendono a una somma enorme. Le intendenze militari hanno prese razioni per il triplo degli uomini che devono mantenere”; "in questo momento il disordine è spaventoso in tutte le branche

dell’Amministrazione…i mazziniani rubano e intrigano”; "la finanza depauperata, i dazi non si pagano, il commercio è perduto…tutto è furto ed estorsioni”; "qui si ruba a man salva, tutto andrà in rovina se non si pensa a un riparo”; "l’attuale ministero è sceso nel fango, ed il fango lo imbratta. Certi ministri si sono abbassati fino a ricevere circondati da què capopoli canaglia, che qui diconsi camorristi” [240].


 

Fonte: GIUSEPPE RESSA, IL SUD E L’UNITÀ D’ITALIA - dalla storiografia ufficiale alla realtà dei fatti - Edizione risale al dicembre 2005

Nelle campagne donde uscivano i picciotti garibaldini, i mafiosi avevano armi e cavalli e già facevano, per mestiere e natura, i capipopolo e conoscevano strade e percorsi ad altri ignoti, ragion per cui si adattarono perfettamente alla guerriglia sudamericana in cui il Generale era esperto. Ma c'è di più: uno storico liberal-moderato, il senatore del Regno Raffaele De Cesare, testimone diretto, amico e confidente di molti protagonisti di quei tempi, ha scritto che già sul finire del 1859 i liberali italianizzanti di Palermo avevano commissionato alla mafia l'incarico di uccidere Maniscalco, intelligente capo della polizia borbonica e perciò il primo degli ostacoli per la futura rivoluzione, che proprio quei nobili andavano preparando in vari comitati. In uno di questi gruppi figurò Filippo Cordova, poi Gran Maestro della Massoneria italiana nel 1867.

Sicurissima e ben documentata, infine, è rimasta la presenza nelle file garibaldine dei mafiosi Miceli e Badia e di altri meno noti.

Fonte: LE RADICI DEL POTERE CRIMINALE MAFIOSO  http://www.misteriditalia.com


 

Il 7 settembre del1860 Giuseppe Garibaldi entra a Napoli con pochi fidi precedendo di due giorni l'armata attardata in Calabria. La città è ancora presidiata da 6.000 soldati borbonici che se ne stanno disciplinati nelle caserme. Ma Liborio Romano, Ministro degli Interni e della Polizia delle Due Sicilie, gli ha assicurato che non ci sono problemi: da tempo si è accordato con Salvatore De Crescenzo (detto Tore 'e Criscienzo), il capo riconosciuto della Camorra, detenuto in carcere. 

Romano ha patteggiato la sua liberazione e quella di tutti i camorristi in cambio dell'aiuto "patriottico" a Garibaldi, consistente nell'eliminazione "per coltello" dei delegati di polizia e nella presa di controllo della città. 

Fonte: Colpa di Garibaldi se la malavita la fa da padrona  di GILBERTO ONETO - Libero 5 Novembre 2006

 

pubblicato il 30/1/07

 

Leggi anche :     Dati storici del meridione  Qualche numero per capire     Il briganataggio   Il massacro di Pontelandolfo

                

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