| La destra giacobina a passo di carica
La maionese è impazzita. Quando
avviene questo incidente culinario (e può accadere anche se le uova
sono fresche di giornata) non c´è che buttarne il contenuto e
ricominciare pazientemente da capo.
Un´altra immagine dello stesso fenomeno che ho usato qualche mese fa
è quella dello specchio rotto. Lo specchio è uno strumento che serve
a riflettere l´immagine. Se si rompe in tanti frammenti l´immagine
non c´è più e sopraggiunge una sorta di cecità, sia che si tratti
d´un soggetto individuale sia – peggio ancora – d´un soggetto
collettivo. Ma nel caso nostro, voglio dire nella società italiana,
nelle forze politiche e sociali che ne sono parti rilevanti, nella
classe dirigente che dovrebbe guidarla ed esserne punto di
riferimento e di esempio, non ci sono più nemmeno i frammenti di
quello specchio. Si direbbe che un cingolato ci sia passato sopra e
l´abbia polverizzato. Così si procede a tentoni, animati solo
dall´istinto di sopravvivenza, dagli spiriti animali, dalla
psicologia del branco, dai legami corporativi.
La razionalità non fa più parte del nostro bagaglio intellettuale e
morale. È stata picconata da tutte le parti la razionalità; accusata
di essere all´origine dei delitti e del più grave tra tutti – quello
della superbia. Così la luce della ragione è stata spenta, nuove
ideologie si sono installate al posto di quelle crollate in rovina,
fondamentalismi d´ogni tipo hanno preso il posto della tolleranza e
della certezza del diritto.
I circuiti mediatici hanno dato mano a questa devastazione e salvo
rarissime eccezioni ancora continuano in questa funzione
amplificatoria e istigatrice del peggio, accreditando e ventilando
versioni dei fatti prive di verità e di ragione.
Questo complesso di circostanze ha toccato il suo culmine nel
conflitto in atto tra il governo e il generale comandante della
Guardia di finanza, Roberto Speciale. Un conflitto certamente grave
perché motivato da ragioni tutt´altro che futili, ma che sta
coinvolgendo le massime istituzioni repubblicane in un contesto,
appunto, di impazzimento generale sapientemente alimentato da una
psicologia del tanto peggio tanto meglio che ha ora raggiunto
livelli mai visti prima.
Ci occuperemo dunque di questa incredibile vicenda cercando di
chiarirne gli elementi di fatto con la massima obiettività possibile
in questi chiari di luna. Non senza avvertire che essa è soltanto
l´ultimo episodio d´una serie che costella da anni il costume
nazionale gettando nello sconforto tutte le persone di buona fede e
di buona volontà che costituiscono ancora la maggioranza del Paese e
assistono impotenti e senza voce allo scempio della ragione.
Sarò conciso nel rievocare fatti già noti ma spesso trascurati o
volutamente stravolti. E comincio dalla fine, cioè da quanto è
avvenuto ieri, 2 giugno, festa della Repubblica.
La giornata è cominciata malissimo. A Roma nella tribuna dalla quale
le autorità dello Stato assistevano alla parata delle Forze armate
mentre sfilavano i vari corpi, le storiche bandiere dei reggimenti
con i medaglieri guadagnati sui campi di battaglia e nelle rischiose
missioni di pace, andava in scena una lite continua e sommamente
disdicevole tra i rappresentanti dei due schieramenti politici,
seduti alle spalle del presidente della Repubblica.
Poco dopo il capo dell´opposizione, Silvio Berlusconi, interrogato
dai giornalisti sull´intenzione di chiedere udienza al Capo dello
Stato per rappresentargli una situazione definita di «attentato alla
democrazia» da lui e da tutti gli altri componenti del centrodestra,
rispondeva: «Quella visita al Quirinale sarebbe nei nostri desideri,
ma purtroppo non c´è più nessuna istituzione che ci dia garanzie
d´indipendenza: la sinistra le ha occupate tutte». Affermazione
della quale è superfluo segnalare la gravità e che, pronunciata da
chi ha guidato il governo per cinque anni e da un anno guida
l´opposizione, segnala – essa sì – un degrado democratico che
colpisce il presidente della Repubblica in prima persona e il suo
ruolo di massima garanzia.
Prodi dal canto suo, nel corso di un drammatico Consiglio dei
ministri avvenuto il giorno prima, di fronte alle reiterate
divisioni sull´uso delle risorse disponibili, aveva detto: «Se si
continua così io me ne vado, ma non vi illudete pensando a soluzioni
dopo di me perché dopo di me ci sono soltanto le elezioni». Si può
capire il perché di questa affermazione, volta a richiamare
all´ordine gli alleati riottosi, ma non toglie che si tratti d´una
forzatura poiché non spetta a Prodi stabilire che cosa potrebbe
avvenire dopo le sue eventuali dimissioni; spetta soltanto al Capo
dello Stato dopo che abbia consultato i gruppi parlamentari.
Quanto a Napolitano, egli ha più volte ripetuto che non intende
sciogliere le Camere con la vigente legge elettorale che le rende
ingovernabili e comunque senza prima aver accertato l´esistenza o
meno d´una maggioranza parlamentare che possa dare fiducia ad un
governo istituzionale insediato per formulare una nuova legge
elettorale e adempiere ai compiti urgenti che incombono sulle
materie dell´economia, della finanza pubblica e della sicurezza
nazionale.
Infine lo stesso Napolitano ha dichiarato che il tema della Guardia
di Finanza e della rimozione del suo comandante generale esulano
dalle sue competenze.
In quelle stesse ore, nel corso d´un convegno dei giovani
industriali a Santa Margherita, Gianfranco Fini insultava
pesantemente il ministro dell´Industria, Bersani, ottenendo dalla
platea un´ovazione da curva sud dello stesso tipo di quelle ottenute
da Berlusconi a Vicenza alcuni mesi fa sotto lo sguardo allora
allibito di Montezemolo e del vertice della Confindustria.
Spettacolo preoccupante, quello di Santa Margherita; non perché gli
industriali non possano applaudire un uomo di partito che esprime le
sue idee, ma perché quell´uomo di partito è lo stesso che ha
condiviso quella politica che ha portato il reddito nazionale a
crescita zero, il debito pubblico a risalire, l´avanzo primario del
bilancio a scomparire, la pressione fiscale ai suoi massimi, i fondi
per le infrastrutture inesistenti e le liberalizzazioni interamente
inevase.
Questo, ad oggi, il grado di impazzimento di quella maionese di cui
si è parlato all´inizio.
* * *
Ma ora risaliamo a quanto è accaduto tra il vice ministro delle
Finanze e il generale Speciale. Ecco i fatti nella loro crudezza.
1. Speciale presenta a Visco qualche mese fa un piano di
avvicendamenti comprendenti l´intero quadro di comando della G. d.
F. Motivazione: è prassi che ogni tre anni gli incarichi siano
avvicendati per ragioni di funzionalità.
2. Visco esamina il piano e vede che l´avvicendamento riguarda tutti
i comandi salvo quelli di Milano e della Lombardia. Ne chiede
ragione. Speciale, in ottemperanza, si impegna a riformulare il
piano includendovi i comandi della Lombardia.
3. Visco sa benissimo il motivo dell´esclusione dei generali e dei
colonnelli che hanno incarichi dirigenti a Milano: si è formato da
anni in quella provincia un gruppo di potere collegato con il
comando generale di Roma. Risulta a Visco che quegli ufficiali
abbiano "chiuso gli occhi" su gravissime irregolarità verificatesi
nel sistema delle intercettazioni telefoniche, avvenute nel corso di
scalate finanziarie a banche e a giornali. Alcuni di quei documenti
sono stati trafugati e consegnati a giornali di parte per la
pubblicazione. In alcuni casi le intercettazioni non sono neppure
arrivate all´ufficio del Pubblico Ministero ma trafugate prima e
consegnate ai giornali senza che la magistratura inquirente ne
avesse preso visione.
4. Passano i giorni e le settimane ma Speciale non consegna il nuovo
piano di avvicendamento.
5. Nel frattempo lo stesso Speciale avvisa, all´insaputa di Visco,
il procuratore della Repubblica di Milano che i comandi della G. d.
F. milanese stanno per essere sostituiti. Il procuratore si
preoccupa per i nuclei di polizia giudiziaria che operano ai suoi
ordini effettuando inchieste delicate e importanti. Speciale lo
invita a mettere per iscritto quelle preoccupazioni. Arriva la
lettera del procuratore. Speciale la mostra a Visco.
6. Visco, dopo aver riesaminato la pratica, telefona a Speciale per
manifestare la sua sorpresa e il suo malcontento. Speciale mette in
vivavoce la telefonata alla presenza di due alti ufficiali che
ascoltano la conversazione.
7. Il tribunale di Milano, richiesto di verificare lo stato dei
fatti in via di accertamento, esclude che esista alcuna indebita
interferenza da parte di Visco.
8. Speciale rende pubblico il conflitto in atto presentandolo come
un´interferenza di Visco sull´autonomia della G. d. F.
Di qui i seguiti politici che conosciamo e che portano
all´autosospensione di Visco dalla delega sulla G. d. F. e alla
rimozione di Speciale dal comando generale per rottura del rapporto
fiduciario tra lui e il governo.
* * *
Dove sia in questa arruffata vicenda l´attentato alla Costituzione e
alla democrazia denunciato con voce stentorea da Berlusconi e da
tutti i suoi alleati, Casini compreso, è un mistero.
Il vice ministro delle Finanze aveva – ed ha – il fondato sospetto
di gravi irregolarità compiute da alcuni comandi collegati con il
comando generale. Rientra pienamente nei suoi poteri stimolare il
comando generale ad avvicendare i generali non affidabili. Alla
fine, accogliendo le preoccupazioni del procuratore di Milano, lo
stesso Visco consente ad escludere i comandi milanesi
dall´avvicendamento dei quadri nel resto d´Italia.
Tra i dettagli (dettagli?) incredibili c´è quella telefonata messa
in vivavoce all´insaputa dell´interlocutore ed ascoltata da due
ufficiali di piena fiducia dello Speciale. Basterebbe questo
dettaglio a rimuoverlo dal comando.
Del resto – e purtroppo – non è la prima volta che il comando
generale della G. d. F. dà luogo a gravissimi scandali. Almeno in
altre due occasioni dovette intervenire la magistratura penale e
fioccarono pesanti condanne di reclusione.
Ovviamente ciò non lede il valore e l´affidabilità di quel corpo
militare, così come i tanti casi di pedofilia dei preti non
vulnerano l´essenza della Chiesa quando predica il Vangelo. Certo ne
sporca l´immagine e quindi danneggia fortemente la Chiesa. Così le
malefatte di alcuni generali e perfino del comandante generale
pro-tempore non inficiano l´essenza d´un corpo chiamato a tutelare
le finanze dello Stato ma certamente ne sporcano l´immagine.
Quanto a Visco, quando il conflitto si è fatto rovente tracimando
nella politica e in Parlamento, ha restituito la delega in attesa
che si pronunci la magistratura di Roma che nel frattempo ha aperto
un´inchiesta contro ignoti su quel tema.
* * *
C´è un´orchestrazione sapiente in tutto questo. La ricerca della
spallata che tarda a venire. L´uso delle proteste provenienti dai
tanti interessi corporativi. I danni gravi dell´eterno litigio
all´interno del governo e della coalizione che lo sostiene. Il voto
elettorale certamente sfavorevole al centrosinistra specie nel Nord.
Il riemergere del massimalismo della Lega e dei falchi berlusconiani.
Le rivalità fra i riformisti del centrosinistra per la leadership
del Partito democratico. La sinistra radicale imbizzarrita.
C´è un paese che non ha più una classe dirigente ma solo veline e
velini disposti a tutto pur d´avere due minuti su un telegiornale e
un titolo di prima pagina su un quotidiano.
Possiamo esser tranquilli in mezzo a questo "tsunami"?
Due punti fermi negli ultimi tre giorni ci sono stati. Il primo è la
correttezza e la forza di Giorgio Napolitano di fronte agli sguaiati
tentativi di coinvolgerlo e il richiamo del Capo dello Stato al
principio della divisione dei poteri che rappresenta il cardine
dello Stato di diritto e che, in verità, Berlusconi ha calpestato e
calpesta da dieci anni a questa parte. Le leggi "ad personam" e la
sua prassi di governo lo provano a sufficienza, quale che sia in
proposito l´opinione della nuova borghesia sponsorizzata e
immaginata da Montezemolo e dal giovane Colaninno.
Il secondo punto di tranquillità è venuto dalle Considerazioni
finali esposte il 31 maggio dal governatore della Banca d´Italia.
Draghi, con una prosa secca quanto lucida e documentata, ha
segnalato le luci e le ombre dell´economia italiana distribuendole
equamente tra la classe politica, le parti sociali, gli operatori
economici. Ha dato a ciascuno il suo, nessuno è stato privato dei
riconoscimenti meritati e del fardello di critiche altrettanto
dovute.
Personalmente temevo che il tecnocrate Draghi si mettesse sulla scia
della protesta confindustriale legittima ma sciupata dalla salsa
demagogica servita a piene mani nell´Auditorium di Roma e in quello
di Santa Margherita. Non è stato così e ne sono ben lieto. Draghi ha
reso un servizio al paese, come ha fatto Mario Monti in altre
occasioni. Come fece Ciampi nelle varie tappe della sua vita al
servizio delle istituzioni. Queste persone ci danno calma e
recuperano la morale e la ragione. Seguendo questa traccia si potrà
forse costruire uno specchio nuovo e recuperare un´immagine decente
di noi stessi e d´un paese deviato dai cattivi esempi a ingrandire
il fuscello che sta nell´occhio altrui senza occuparsi della trave
che acceca il proprio.
Di Eugenio Scalfari da Repubblica del 4/6/07
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