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Bellissimo articolo di Ezio Mauro,
direttore di Repubblica.
la sinistra non si rende conto che lo
scollamento dalla base, il mancato rispetto degli impegni persi con
l'elettorato, il mancato "ascolto" della base viene pagato
soprattutto dalla sinistra.
Se certi comportamenti a destra sono pienamente accettati
(l'iscrizione alla p2, le frequentazioni mafiosi, il profitto a
qualunque costo anche contro le regole...), a sinistra indignano
ancora l'elettorato.
Il fatto che Previti sia ancora in
parlamento pagato da noi, è una cosa che non va giù a sinistra.
Continuare a non risolvere il conflitto di interessi è cosa che fa
incazzare di brutto. L'indulto fatto nottetempo è stato un
bruttissimo segnale. Non l'indulto in se, ma che sia stato
ritagliato per salvare i potenti e non i poveracci. E quando mai una
legge di interesse generale è stata votata in un paio di giorni dai
due rami del parlamento.
Gli errori e le miopie della
sinistra degli ultimi anni hanno aperto la strada alla destra
incivile che ha governato il paese e gode di altissimi consensi.
Come il mancato ascolto e il
coinvolgimento del "popolo della sinistra" che ha dato il sangue in
questi anni bui è un errore imperdonabile. I Girotondi, i pacifisti,
i 4 milioni che hanno votato Prodi, e tutti gli altri movimenti
spontanei nati in questi anni, sono stati affossati dalla
stesa sinistra che ne hanno avuto paura invece di capirne le enormi
potenzialità . la gente di sinistra non firma più cambiali in
bianco, vuole partecipare. Non vuole sostituirsi ai politici, ma
vuole almeno esser ascoltata, contribuire a decidere.
Ora c'è la possibilità di un recupero
col PD. Ma solo a patto che la sua nascita sia aperta a tutti il
popolo di CS.
Invece sembra un 'operazione di
vertice tra DS e Margherita. Forse nella prima fase era necessario
per la rapidità. Ma ora è necessario che le scelte dei nuovi
vertici, dello statuto siano fatte aprendo alla partecipazione di
tutti gli elettori e non solo degli iscritti. Gli attuali
leaders sarebbe meglio che se ne andassero, ma almeno dovrebbero
avere il coraggio di mettersi in gioco. Con le primarie, o con altri
sistemi, ma comunque accettare un passaggio che li legittimi agli
occhi dell'elettorato e non so0lo dei militanti che sono sempre di
meno!!
Se non si fa questo il PD nascerà già
morto e la sinistra, il CS sarà condannato alla marginalità, perchè
il suo elettorato ormai è talmente sfiduciato che le chiacchiere non
bastano più. Ci vogliono fatti, fatti veri in grado di dare un
segnale di svolta.
Io francamente sono scettico,
sfiduciato, pessimista che questa classe dirigente sia capace di
autoriformarsi. Spero di sbagliare.
giuseppe galluccio
23/5/07
La sinistra nella crisi politica
di Ezio Mauro da Repubblica del
23/5/07
CI SONO due strade per cercare di
uscire dalla crisi della politica che è sotto gli occhi di tutti. La
prima, è quella di denunciare i ritardi e gli abusi della classe
dirigente – tutta – lavorando per una riforma del sistema che è
necessaria e urgente, ma che forse è ancora in tempo per salvare le
istituzioni dal collasso e per evitare che l´antipolitica diventi il
sentimento prevalente del Paese. La seconda, è quella di puntare
direttamente sul collasso del sistema, vellicando l´antipolitica per
arrivare se non a una seconda ribellione popolare in quindici anni
almeno a una delegittimazione dei poteri costituiti: in modo da
aprire la strada agli "ereditieri", quel pezzo di classe dirigente
che non sa fare establishment ma sa proteggere molto bene la sua
dubbia imprenditorialità e la sua scarsa responsabilità, sperando
addirittura di ereditare il Paese. Come se in una democrazia, anche
malata, la cosa pubblica fosse scalabile al pari di un´azienda in
crisi, trasferendo in politica il network italiano delle scatole
cinesi che consente di comandare senza essersi guadagnati il
comando, senza aver costruito o almeno riammodernato qualcosa – come
un partito, un movimento, un sistema culturale – che parla ai
cittadini e raccoglie il loro consenso semplicemente perché "poggia
su una intuizione del mondo".
Bisogna dire che i partiti e i loro leader fanno di tutto per
deludere chi crede nella prima strada, e aiutano chi punta sulla
seconda. Solo la cecità e la sordità italiana consentono di dire che
l´allarme nasce oggi, all´improvviso. In realtà, prima di Natale il
Presidente della Repubblica Napolitano (destinato ad avere un ruolo
come quello di Pertini, denunciando la crisi del mondo da cui
proviene) aveva parlato chiaro e forte, lanciando un vero e proprio
allarme per la "tenuta" della democrazia, lamentando il "distacco"
tra politica, istituzioni e cittadini, ammonendo tutte le parti
politiche, perché nessuna si illudesse di "trarne vantaggio". Cosa
ci voleva di più? Siamo da almeno cinque mesi davanti al rischio
conclamato di una regressione democratica, con lo Stato che ritorna
Palazzo, separato, trent´anni dopo.
È chiaro che la sinistra, guidando il governo e il Paese, ha le
responsabilità maggiori di questo disincanto democratico, ed è
naturale che ne subisca le conseguenze maggiori, in termini di
consenso. Ma è altrettanto chiaro – e ripeto quel che ho scritto
altre volte – che c´è qualcosa di più generale, di sistemico, che
sta intaccando le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico
senza distinzioni, perché salta ogni intermediazione riconosciuta e
accettata, sia di tipo organizzativo che di tipo culturale, dunque è
la doppia anima della politica che viene colpita. Tutta la politica.
Quando il sistema dei partiti fa lievitare in modo indecente i costi
della politica e si trasforma in "classe" privilegiata, autoprotetta
e onnipotente, controllando gli accessi, premiando l´appartenenza,
puntando sulla cooptazione dei fedeli e dei simili, lottizzando ogni
spazio pubblico con l´umiliazione del merito, corrodendo così la
stessa efficienza della macchina statale, allora diventa impossibile
fare distinzioni tra destra e sinistra. Quando a tutto questo si
aggiunge da un lato l´esercizio disinvolto e automatico del denaro
pubblico per mantenere e far crescere questo sistema
autoreferenziale e dall´altro lato l´esibizione pubblica dei
privilegi, diventa difficile non parlare di "ceto separato", un
tutt´uno dove le differenze culturali e politiche che – per fortuna
– dividono e connotano i due schieramenti di destra e sinistra
finiscono per essere travolti dal sentimento indistinto di rifiuto e
di lontananza che cresce tra i cittadini.
Naturalmente l´anima originaria di Berlusconi, il suo istinto
mimetico del senso comune dominante e il carattere della destra
italiana possono portarlo a fingere di interpretare il risentimento
democratico come una sua possibile politica, perché in realtà
l´antipolitica è una forma primaria di espressione del populismo,
che se ne giova mentre la nutre. La sinistra, semplicemente, non
può. Questo sentimento di progressiva perdita della cittadinanza –
perché di questo si tratta – la colpisce al cuore, distrugge il
canale di dialogo e di incontro con la sua gente perché fa venir
meno una piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura,
qualsiasi cultura di riferimento: come se con l´agibilità dello
spazio politico pubblico venisse a mancare un territorio in cui
muoversi da cittadini consapevoli dell´ambito di libertà nostro e
altrui, del portato di storia e di tradizione che ci definisce, dei
nostri diritti e dei nostri doveri. In questo senso, è drammatico il
vuoto di ogni proposta di cambiamento nel costume e nel metodo
politico (la rinuncia alla lottizzazione, la riduzione drastica del
numero dei ministri, il rifiuto dei privilegi, la riorganizzazione
del tempo di lavoro del parlamento) da parte del centrosinistra
tornato al governo, dopo il quinquennio berlusconiano. La sinistra
radicale, mentre vuole cambiare il mondo vuole intanto cambiare
anche il cda delle Ferrovie, per avere un posto. La sinistra
riformista, non vede la riforma più urgente: e che credito
riformatore può avere – si è chiesto qui Adriano Sofri – una
politica che non mostri di saper riformare se stessa?
Un ritardo reso tragico dal paragone con i tempi del nuovo
presidente francese Sarkozy, che in due giorni ha fatto il governo,
lo ha ridotto ai minimi termini, lo ha rinnovato per metà con
ministri-donna. Un ritardo reso amaro dall´abbandono di Blair, che
lascia il governo inglese all´età in cui da noi normalmente vi ci si
affaccia e lo fa nella convinzione di poter avere una "second life"
altrettanto piena e soddisfacente, cancellando lo stereotipo della
politica non come professione, ma addirittura come vitalizio. Sia in
Francia che in Gran Bretagna, nei discorsi di addio e di investitura
la retorica dei leader usa la coppia concettuale formata da "io" e
"voi", due parole che trasmettono molto semplicemente l´idea del
vincolo di mandato e anche l´idea del vecchio partito come animale
politico vivo e vitale, soggetto politico obbligatorio di
riferimento, anche per leader carismatici e decisionisti.
Da noi, i partiti sono nati tutti mercoledì scorso, non hanno
storia, tradizione, valori consolidati, una cultura di riferimento:
tutte quelle cose che fanno muovere e garrire le bandiere, che
infatti non ci sono, o restano ammosciate. Anche qui, ancora una
volta, la nuova destra berlusconiana prende a prestito i valori e i
precetti nel deposito di tradizione millenaria della Chiesa, mentre
riempie il vuoto culturale con un carisma vagamente paganeggiante e
idolatrico che finge di restituire la politica ai cittadini
trasformati in folla mostrando il corpo mistico del leader: mentre
in realtà sottrae loro ogni partecipazione reale e per sempre,
ipotizzando addirittura una successione in forma dinastica,
capricciosa e incontrollabile, comunque autocratica.
Ma la sinistra, quanto può resistere sul mercato politico senza una
rifondazione di pensiero, senza idee-forti che diano sostanza alla
sua politica, la pre-determinino, e parlino della vita e della
morte, dei grandi temi, al cittadino? La parte radicale ha ancora il
comunismo nelle sue bandiere, e finché dura quel simbolo sconfitto
dalla tragedia che ha suscitato, ogni altra idea non è accostabile.
I Ds sembrano credere che diventare riformisti significhi annacquare
ogni mattina la propria identità nel mare turbolento del senso
comune altrui. Come se gli strumenti propri di una sinistra
riformatrice, serena e radicale insieme, non fossero oggi
probabilmente i più adatti a governare le contraddizioni della fase:
basterebbe saperlo, e usarli, a partire dalla laicità.
Davanti a questi ritardi conclamati, al camaleontismo della destra,
alle cifre del disincanto svelate da Ilvo Diamanti, la sinistra ha
tuttavia una carta, che è il Partito democratico. Può banalizzarla,
come sta facendo, giocandola tutta dentro il mondo chiuso degli
apparati, facendo di questo partito l´ultima della creature
politiche del Novecento, e allora si misurerà soprattutto il
ritardo, l´affanno, il costo tardivo dell´operazione. Oppure, può
farne il primo soggetto diverso del nuovo secolo, per una nuova
politica, contagiando la "cosa" che dovrà nascere nella sinistra
radicale, e forse persino il futuro partito conservatore, a destra.
Un partito, ha scritto Mario Pirani, forte perché leggero, potente
in quanto disarmato: e soprattutto, scalabile, infiltrabile,
contendibile. Da qui non si scappa: perché la riforma della politica
parte da qui, se si vuol fare sul serio.
Altrimenti, si inseguirà il fastidio popolare crescente, da gregari
spaventati, sperando che non si condensi in quell´antipolitica in
cui si entra tutti insieme, ma si esce soltanto a destra. Sperando
in più di evitare un nuovo collasso e una nuova supplenza, anche
perché non sempre il supplente si chiama Ciampi. "Benissimo il
Governatore – diceva allora l´avvocato Agnelli – ma ricordiamoci che
dopo di lui c´è solo un generale o un cardinale". I generali non so,
ma i cardinali sarebbero anche pronti. Proviamo a dire che non è il
caso, perché non ce ne sarà bisogno.
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