di Furio Colombo dall'Unità
Per mettere un po’ d’ordine nel
polverone di questi giorni su Afghanistan, ostaggi, omicidi e
sciacallaggio, fatti veri (pochi e ignorati), un fiume di
disinformazione e l’impressionante, intollerabile video di
Mastrogiacomo prigioniero, della barbara uccisione del suo
autista trasmesso ieri sera dal Tg 1, userò due riferimenti. Uno
è il testo classico e purtroppo non riletto del grande esperto
di Afghanistan Peter Hopkirk.
Il suo libro «Il grande gioco» (Adelphi, 1990, 2004) racconta un
secolo di sanguinose sconfitte inglesi in Afghanistan. Ecco
l’inizio di uno dei capitoli chiave (pag. 309): «Le terribili
notizie recate dal messaggero della morte, come venne
soprannominato il corriere militare, raggiunsero il governatore
a Calcutta. Per lui fu un trauma che lo invecchiò di dieci anni.
La situazione era precipitata rapidamente. Appena poche
settimane prima la situazione a Kabul era saldamente sotto
controllo; e adesso l’intera politica era allo sfascio. Non solo
il tentativo d’insediare in Afghanistan un governo compiacente
era miseramente fallito. Ma un’orda di pagani aveva sbaragliato
la massima potenza del mondo. Per l’orgoglio e il prestigio
inglesi era un colpo devastante».
Siamo nel diciannovesimo secolo ma l’immagine così tetra ed
efficace può essere quasi esattamente sovrapposta a un articolo
del New York Times del 10 aprile. Racconta di una
colonna olandese che attraversa un’area ritenuta pacificata (Surk-Murghab)
sotto la guida del capitano Abdul Rakhman, dell’intelligence
afghana, e improvvisamente abitanti dei villaggi, anziani, donne
col burka azzurro, bambini, soldati, talebani (che però nessuno
riesce a distinguere dai contadini) fanno fuoco da tutte le
parti. Fermano, feriscono, uccidono.
Non sappiamo se chi ha portato la notizia a Kabul sia stato
soprannominato “messaggero della morte”. Certo dichiara al
giornalista del Times C.J Chives: «Si combatte a ovest, a sud, a
nord e se tenti di passare anche i pastori ti sparano. Forse
molti talebani si nascono sotto i burka azzurri che vedi
svolazzare a mezza costa quando ti avventuri dentro le valli».
«Il grande gioco» non era un libro di avventure alla Kipling
anche se scritto negli stessi anni del vano e tentato dominio
inglese. Ma i russi, allora e appena pochi fa, erano caduti
nella stessa trappola mortale. E adesso tutta l’Europa e tutta
l’America, se stiamo al “reporting” di tanti giornali. Non tutti
i giornali.
Il mio secondo spunto è infatti un sorprendente editoriale di
Magdi Allam (Corriere della Sera, 10 aprile): «Sayed
Agha e Adjmal, due cadaveri di troppo che non è possibile
occultare e tacere (...) due vite spezzate in una trama che
ruota intorno all’Italia, di natura terroristico-politica. Ecco
perché l’Italia non può tirarsi indietro». Come non tirarsi
indietro? Ecco le
condizioni dettate da Magdi Allam: primo, l’Italia dovrebbe
ritirare l’incredibile proposta di coinvolgere i talebani nella
conferenza di pace per l’Afghanistan. È un’idea. Ma come
persuadere Karzai che ha appena dichiarato (Cbs-Tv, 6
aprile) di volere i talebani afghani (non gli stranieri) a un
tavolo di pace, se mai si farà?
Secondo, l’Italia dovrebbe impegnarsi a non consentire
mai più il pagamento di riscatti o cedere in alcun modo alle
richieste delle bande terroristico-criminali. Non possiamo
consentire che sia lo stesso Stato a pagare con danaro pubblico
il riscatto ai terroristi. Cattivo gusto o cattivo umore nei
confronti del collega di una testata concorrente appena appena
liberato tramite - si dice - pagamento di riscatto? In ogni caso
strana dimenticanza per tante liberazioni debitamente pagate da
altro governo italiano e (anche in questi giorni) da altri
governi europei per festeggiare e celebrare liberazioni.
Si direbbe che l’orrenda condanna a cui sono stati sottoposti i
due compagni di avventura di Mastrogiacomo suggerisca una strana
idea di giustizia all’editorialista che stiamo citando: è meglio
che siano uccisi tutti. Viene fatto di pensare che si tratta di
una conclusione più pulita e più nobile.
C’è, ovviamente, un punto forte di coincidenza tra ciò che dice
Allam e ciò che la maggior parte di tutti noi pensa: gli
assassini sono assassini e le famiglie delle vittime vanno
aiutate. Ma non c’è alcuna coincidenza quando Magdi Allam
sostiene: «La maggior parte degli italiani vorrebbe che il
nostro governo recuperasse la credibilità dello Stato, la
cultura dell’interesse nazionale, il primato della civiltà
occidentale che non mercanteggia sul diritto alla vita». La
frase è allarmante perché afferma: ci siamo macchiati di colpa
grave. Mastrogiacomo doveva morire, lasciando a tutti noi
l’incombenza delle dovute celebrazioni.
Perché ci è sembrato sconvolgente l’editoriale di Magdi Allam?
Non solo perché, accostandolo al libro di Hopkirk di un secolo
fa e all’articolo del New York Times di ieri, si vede
bene che l’editoriale va per una sua strada solitaria e invoca
Armageddon, la guerra finale fra il male ed il bene. Non rivela
alcun rapporto con fatti e persone (morti e vivi) che in realtà
rischiano, si tormentano, cercano di salvarsi o di sopravvivere
e sanno che non la vittoria (difficile da definire ai nostri
giorni) ma la pace, o almeno la non guerra, o una qualche forma
di difficile accordo, garantiscono un po’ meglio “il diritto
alla vita”.
Ma anche perché tutte le espressioni forti e risolute
dell'editoriale in questione («Un fiume di denaro per pagare i
riscatti»; «questo approccio spregiudicato ha portato alla
decapitazione dell’interprete e dell’autista di Mastrogiacomo»;
«La civiltà occidentale non mercanteggia sul diritto alla vita»)
autorizzano e anzi anticipatamente approvano ogni attacco, anche
il più brutale, al governo italiano che, costi quel che costi,
ha salvato la vita a Torsello e ha salvato la vita a
Mastrogiacomo. E autorizza ogni attacco a Gino Strada che,
attraverso il suo uomo Ramatullah Hanefi, ha «mercanteggiato»
(si può usare una espressione più denigratoria a carico di
qualcuno che, nella sua vita, ha “mercanteggiato” - ovvero ha
chiesto e ottenuto un mare di donazioni spontanee - al fine di
salvare un milione e mezzo di afgani, in gran parte bambini?)
per far tornare a casa due italiani destinati a morire. Vi
rendete conto che l’espressione “mercanteggiare” si accorda con
l’accusa fatta dai servizi segreti talebani contro Ramatullah
Hanefi, l’accusa di avere “organizzato” il rapimento di
Mastrogiacomo, ovvero di essere uomo dei talebani, e che dunque
spinge Gino Strada del cono d’ombra di sospetto e nella
necessità (che sarebbe tragica per l’Afghanistan) di andarsene?
Brutta, a questo proposito, la dichiarazione di Emma Bonino che
lascia sperare solo in una smentita oppure fa sorgere la
domanda: perché non ha fermato Prodi, lasciato morire
Mastrogiacomo e salvato il governo italiano dal
“mercanteggiare”? Dice - con mia immensa sorpresa - la Bonino
«io avevo seguito, da Commissario europeo, le esperienze di Gino
Strada anche in Kurdistan e penso che abbia un atteggiamento
così ambiguo, tra l’umanitario e il politico che si può puntare
a qualunque illazione». È una frase grave detta da un ministro
italiano che - come ministro - è solitamente cauto e, nella sua
vita, si è trovata spesso protagonista di situazioni giudicate
ambigue perché non coincidenti con modelli correnti e
raccomandati. Purtroppo la Bonino aggiunge e chiarisce: «Gioca
un ruolo ambiguo fra torturati e torturatori». Può una simile
definizione descrivere altro che un criminale, in un mondo in
cui la tortura non solo domina, ma è spesso strumento di
governo? Detta da un esponente di rilievo del Governo italiano
autorizza il Governo di Karzai a sapere che le nostre pressioni
per liberare Hanefi dalle mani dei servizi segreti afghani sono
solo finzioni diplomatiche per tenere calmi coloro che in Italia
hanno fiducia, amicizia, gratitudine per Gino Strada. In realtà
non contano niente. Un un normale governo occidentale del tipo
descritto da Magdi Allam, che preferisce virilmente la
restituzione del cadavere al ritorno “mercanteggiato”
dell’ostaggio vivo, vorrebbe libero l’uomo di fiducia di un
chirurgo ambiguo, uno che cerca di rimettere i bambini saltati
sulle mine, in condizione di correre di nuovo dietro agli
aquiloni ma in realtà «pratica una linea così poco limpida che
si presta a qualunque gioco altrui»?
Trovo questa affermazione ingiusta e crudele, anche perché il
solo gioco a cui Gino Strada si è prestato, il solo accostarsi
alla politica nel senso del potere è stato di cedere (cedere,
non di offrirsi) alla richiesta di Romano Prodi e dunque al
gioco del Governo italiano. Non c’è nulla in questa vicenda (che
è terribile per il sangue e la morte sul versante afghano, ma è
terribile per la scandalosa insofferenza per una vita salvata
sul versante italiano) che Gino Strada e Ramatullah Hanefi hanno
fatto di propria iniziativa e per conto proprio. Se ambiguo vuol
dire che Gino Strada non ha mai detto «viva la guerra» e non ha
mai accostato la parola guerra alla parola civiltà, allora è
bene ricordare che proprio questo distacco dalle due guerre
sante ha consentito a Gino Strada di rischiare in proprio (e
molto, insieme con Ramatullah, date le circostanze) per salvare
una vita in più, oltre quelle della sua folla di pazienti
afghani.
Prendiamo atto che - nonostante il disprezzo dedicato a piene
mani a Gino Strada - (come se non bastasse, non solo non ha
riguardo per i partiti e per la politica, ma si permette di
salvare vite ogni giorno senza neanche essere santo) il governo
italiano assicura di «fare tutto il possibile».
Gino Strada e Ramatullah Hanefi (la cui vita nelle carceri di
Kabul non è tanto più al sicuro che sulle montagne dei talebani,
se vogliamo credere alle corrispondenze di Carlotta Gal sul
New York Times da quel Paese, e al testo di Hopkrik che ho
appena citato) hanno certamente fatto tutto il possibile.
È bene che si sappia che alcuni di noi, che sono immensamente
grati per il lavoro nel mondo di Gino Strada e per la salvezza
prima del fotografo e poi del giornalista italiano, non pensano
di restare disciplinatamente passivi se colui che ha rischiato
la vita per il governo italiano viene dimenticato dal governo
italiano nelle prigioni di Kabul, salvo sporadici "reminders"
del nostro bravo ambasciatore.
È bene dire lealmente e chiaramente che una così difficile
storia di sangue che si è aperta con la salvezza di un ostaggio
deve chiudersi con la salvezza di chi ha salvato l’ostaggio.
Parlo da membro del Parlamento. Avendo reso possibile con il
nostro voto un vasto e costoso sostegno a Karzai, abbiamo il
dovere di chiedere a Karzai la libertà dovuta al mediatore del
governo italiano. Sia chiaro che ci è impossibile lasciar
perdere.
Per la cronaca, Magdi Allam, che si spaccia
come la faccia dell'Islam moderato, non è affatto un musulmano. ma
un cristiano copto. I copti sono stati perseguitati in Egitto dai
musulmani e per questo c'è un odio feroce. Il solo fatto che Allam
si spacci per quello che non è la dice lunga sul personaggio. Tra
l'altro, è sospettato, di essere un informatore della CIA. Insomma è
un tipo da pigliare con le pinze. |