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Classificazione botanica della cannabis

        Cannabis sativa e cannabinoidi

           2.1  Classificazione botanica 
     

           Secondo la tassonomia ufficiale moderna, il genere Cannabis è incluso nella famiglia delle Cannabaceae dopo essere stato precedentemente inserito nelle Moraceae e successivamente nelle Urticaceae, viste le molte caratteristiche in comune con queste famiglie (3).

           Oggi il convincimento generale è che si tratti di una specie unica: la classificazione della Cannabis sativa risale a Linneo, dell’anno 1753, quella della Cannabis indica è dovuta a Lamarck (sostenitore del concetto politipico), e risale al 1783 ma oggi è considerata un errore di classificazione. Il binomio Cannabis indica e Cannabis sativa però si è mantenuto in letteratura farmacologica e tossicologica, creando così forte confusione.

           Solo negli ultimi 30 anni questo dilemma è diventato qualcosa più di un problema accademico, soprattutto per questioni legali: la legge 685/1975 proibiva solamente l’uso della Cannabis indica (come, peraltro, l’attuale l. 162/1990) quindi diventò importante capire se questa specie esisteva e quali caratteristiche la distinguevano dalla sativa, il cui utilizzo era dunque legale.

           Schultes, direttore del Museo Botanico di Harvard, nel 1974 espose la sua classificazione, ragionata sulla base di uno studio del 1924 del botanico sovietico Janichewsky: Cannabis sativa, C. indica e C. ruderalis (4,5).

           Nel 1976 Small e Cronquist hanno proposto un diverso approccio, basando le differenze sulle proprietà intossicanti della pianta. Il genere Cannabis avrebbe una sola specie (C. sativa) altamente variabile soprattutto per intervento dell’uomo. Distingue poi un gruppo del nord di maggior valore per fibra e olio (C. sativa subs. sativa) e un gruppo del sud con maggior potenziale inebriante (Cannabis sativa subs. indica). Entrambe le sottospecie hanno poi delle varianti: var. spontanea e var. sativa per la prima, var. kafiristanica e var. indica per la Cannabis sativa dei paesi più caldi (4,5).

           La Cannabis sativa è una pianta dioica: il maschio produce il polline e la femmina ne viene fecondata così da produrre frutti e semi (3,5). La maggior quantità di resina contenente il principio attivo ∆9-THC è prodotta dai fiori femminili (3).

           Il primo riferimento alla “canapa indiana” nella letteratura italiana dell’Ottocento è datato, secondo le ricerche di Samorini, 1840, quando la redazione degli Annali Universali di Medicina pubblicò una recensione dello studio del medico indiano O’Shaughnessy del 1839, terminando l’articolo con una sollecitazione allo studio in Italia della C. sativa, all’epoca ampiamente coltivata nel nostro paese per gli impieghi molteplici della sua fibra (7). 
     

           2.2  I fitocannabinoidi, chimica 
     

           Per molto tempo i chimici hanno tentato di isolare il principio attivo della Cannabis sativa senza risultati. Si parlò anche di una maledizione (“l’erba assassina”) che colpiva chi si interessava troppo all’argomento: nel 1938 su “Marijuana-America’s New Drug Problem” fu riportato come due chimici morirono ed uno rischiò la morte mentre lavoravano  alla ricerca del misterioso componente attivo (5).

           Nella Cannabis sativa sono stati individuati oltre 400 costituenti, circa 60 dei quali classificabili come “cannabinoidi”, con una caratteristica struttura a 21 atomi di carbonio (8).

           Già a fine ‘800 era stato ipotizzato che i componenti della Cannabis sativa fossero completamente diversi dai principi attivi di droghe vegetali, quali oppio o coca, che contengono alcaloidi psicostimolanti. Infatti i cannabinoidi al contrario non contengono azoto, quindi non sono considerabili alcaloidi (5).

           Chimicamente si tratta di terpenoidi (dibenzopirani o terpenofenoli, ottenuti da reazioni di addizione tra fenoli e terpeni (9) ), cioè molecole apolari caratterizzate da bassa solubilità in acqua.

           Il capostipite di questa famiglia di sostanze, oggetto delle più numerose ricerche ed a cui sono attribuiti la maggior parte degli effetti terapeutici conosciuti, è il delta-9-tetraidrocannabinolo (∆9-THC) (8). La sua struttura fu chiarita da Cahn nel 1930, e poi confermata da Loewe e Adams alla fine degli anni ’30. Per l’isolamento del composto allo stato puro bisognerà però aspettare il 1964, quando Gaoni e Mechoulam identificarono il derivato (-)delta-1-3,4-trans-tetraidrocannabinolo, oggi noto negli USA come ∆9-THC (numerazione piranosica) (4,5).

                    

    Figura 1. Strutture Δ1-THC (numerazione isoprenoidica o terpenoidica, Europa) e Δ9-THC  
     

           Il ∆9-THC è instabile all’aria poiché facilmente ossidabile. Il suo prodotto naturale di ossidazione è il cannabinolo (CBN), inattivo.

    Figura 2. Struttura CBN                             
 

           Oggi giorno è più che mai attiva la ricerca di prodotti di ossidazione del ∆9-THC che ne conservino l’attività, ma siano meno psicoattivi. Uno di questi prodotti è il composto nabilone, mentre è allo studio in Germania una molecola semisintetica oggi siglata CT3 (acido ajulemico), che ha un profilo farmacologico-terapeutico molto interessante.

    Figura 3. Struttura nabilone             
 

           Nella pianta i cannabinoidi vengono sintetizzati come acidi (inattivi), con gruppi carbossilici in posizione 2 o 4 del dibenzopirano, e coesistono con scarse quantità di prodotti di decarbossilazione spontanea, i cannabinoli (tra i quali il ∆9-THC attivo), nei quali si trasformano velocemente tramite riscaldamento o combustione.

           Ecco perché i principi attivi della Cannabis sativa sono tre volte più potenti se la droga è fumata piuttosto che assunta per os: la forma acida è inattiva per via orale (5,9).

           Il precursore del ∆9-THC nella biosintesi è il cannabidiolo (CBD), la cui struttura fu proposta da Mechoulam nel 1943 (4):

     Figura 4. Struttura CBD                  
 

           Questo cannabinoide non è psicoattivo, ma è tuttavia in grado di modulare l’azione del ∆9-THC, prolungandone la durata d’azione e limitandone gli effetti collaterali perché blocca l’enzima che metabolizza il ∆9-THC ad idrossiderivato psicoattivo e contemporaneamente ne rafforza l’azione spasmolitica ed analgesica. Di per sé mostra inoltre una certa efficacia come farmaco ansiolitico, anticonvulsivante, antinfiammatorio, antiossidante, antidistonico, ipnotico e immunomodulante, oltre a ridurre la pressione endo-oculare (8,9,10). 

    Tratto da   QUI

 

                

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