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http://www.fuoriluogo.it/speciali/medicalcannabis/crispi_canapa.htm
Cannabis terapeutica e immaginario
di Maurizio Crispi
“L’uso clinico della Cannabis, così dibattuto oggi, sebbene di
antica tradizione ed efficacia dimostrata a partire dalla pratica
medica popolare, attraversa una stagione quanto mai ricca di
applicazioni sperimentali, sia nella sua forma pura che attraverso i
suoi derivati o sintetizzati. Se, da una parte, i materiali naturali
hanno un’attività variabile e i loro componenti necessitano di
maggiori standardizzazioni per garantire effetti terapeutici
riproducibili, i composti puri non hanno questi inconvenienti, ma
possono non presentare gli effetti terapeutici completi posseduti
dalla pianta”
Chi scrive queste considerazioni è Gennaro Schettini, Professore
Ordinario della Cattedra di Farmacologia (Facoltà di Medicina e
Chirurgia) dell’Università di Genova, nell’incipit di un recente
articolo sullo stato dell’arte della ricerca scientifica
internazionale e sulle applicazioni terapeutiche della cannabis, in
una rivista di grande divulgazione sui temi della salute.
1
La capillarità con cui oggi in Italia, grazie anche alla promozione
di singoli medici, ricercatori e, non ultimo, all’opera di
sensibilizzazione dell’Associazione Cannabis Terapeutica, si sta
affrontando negli strumenti d’informazione e in pubblici dibattiti
la questione delle applicazioni cliniche della cannabis contrasta in
modo stridente con la virulenza del dibattito/scontro tra
proibizionisti e anti-proibizionisti su questo tema in atto in
questi mesi.
Le diverse applicazioni terapeutiche della cannabis, ora codificate
con maggiore certezza sulla base delle evidenze cliniche, rischiano
di cadere vittima di un dibattito ideologico, i cui toni –
soprattutto da parte dei sostenitori a spada tratta del
proibizionismo – tendono sempre più a scadere nell’insipienza di
luoghi comuni sciorinati da chi, essendo a corto d’argomentazioni
valide e stringenti, può soltanto fare baccano e arroccarsi su
atteggiamenti oppositivi supportati da ragionamenti pseudo-logici,
di base fortemente irrazionali – nella migliore delle ipotesi – e
intellettualmente disonesti – nella peggiore.
Ciò nonostante l’ingombro pervadente di questo scontro ideologico
rischia di mantenere un grande errore epistemologico che porta a far
confluire, su di uno stesso piano, cose che invece vanno tenute
accortamente separate.
Se, da un lato, i ricercatori e gli accademici, dall’alto della loro
pace olimpica, possono esprimere pareri “illuminati” – come quello
della citazione riportata sopra – sentendo i quali, ingenuamente, si
potrebbe dire: “La cannabis terapeutica? È cosa fatta!”, dall’altro
lato, rimangono molteplici fattori ad intralciare il passaggio dalla
sperimentalità alle applicazioni terapeutiche su più larga scala.
Questi fattori o livelli, molto in sintesi, sono così elencabili:
1.il livello politico, su cui si fonda uno dei pilastri
dell’opposizione ideologica alla cannabis terapeutica, originato
tuttavia da una forte confusione epistemica tra aspetti diversi che
meritano valutazioni diverse;
2.il livello delle opinioni comuni della “gente” in merito alla
cannabis che inquina pesantemente l’apertura alle applicazioni
terapeutiche del THC e di eventuali derivati di sintesi;
3.il livello commerciale rappresentato quindi dalle case
farmaceutiche che sicuramente sono poco interessate a investire
denaro e a spingere per l’immissione sul mercato di un farmaco che
sarebbe sicuramente poco costoso e, sin dall’inizio, sarebbe
connotato pesantemente in quanto droga.
Nel delicato processo che porterà sicuramente nel giro di qualche
anno, sulla base delle evidenze cliniche già disponibili, ad un
incremento delle applicazioni terapeutiche della cannabis, non si
può non tenere conto di tre livelli elencati.
Il ricorso alle evidenze cliniche, come prove inconfutabili
dell’opportunità di questo passaggio, ai risultati delle
sperimentazioni e a pareri autorevoli d’illustri accademici non sono
da soli sufficienti a garantire il compimento di questa transizione.
Per esempio, per quanto concerne, il terzo punto bisognerebbe
ottenere previamente – per l’attivazione di questo processo – un
certo interesse da parte delle case farmaceutiche ad investire nella
ricerca e nella promozione di farmaci a base di THC, superando
alcune resistenze legate
1.alla necessità di tutelare un’immagine pubblica di
“irreprensibilità”, con cui sarebbe incompatibile l’investimento in
una molecola “sporca”, in quanto correlata associativamente con una
“droga”;
2.alla difficoltà a poter intravedere il business, che allo stato
attuale rimane sicuramente di scarsa entità se si tratterà di
produrre farmaci a partire dai prodotti naturali, forse più
redditizio se si punterà verso la realizzazione di prodotti di
sintesi con effetti analoghi a quelli del THC
Da questo punto di vista non mancano esempi sconcertanti sul modo in
cui si muovono le case farmaceutiche, che adesso sempre di più sono
portate a mobilitarsi attorno a molecole “pregiate”, sia per quanto
riguarda i fondi devoluti nella loro sintesi e sperimentazione, sia
per quanto riguarda il costo imponibile ai consumatori oppure al
Servizio Sanitario Nazionale per singola “pillola” (tale è, ad
esempio, il mercato dei farmaci “antidepressivi, cosiddetti di
“nuova generazione).
Vi è, allo stato attuale, proprio in relazione alla necessità di
fare promozione per i farmaci più costosi e quindi anche più
redditizi, una scarsa attenzione nei confronti di prodotti naturali
in preparazioni farmaceutiche che pure sono risultati efficacissimi
nel trattare alcuni disturbi psichici, come, ad esempio, l’iperico,
la kava, il ginco etc.
2
Si aggiunge a quest’aspetto, nell’intralciare la transizione alle
applicazioni terapeutiche della cannabis, l’atteggiamento culturale
di molti medici, spesso maldisposti a prescrivere farmaci che, per
motivi d’ordine diverso, possano essere assimilati a “droghe” e,
comunque, non adeguatamente “spinti” dalle case farmaceutiche
attraverso la messa in opera di specifici meccanismi promozionali,
tra i quali, in primis, la gratificazione di un’eventuale, più o
meno intensa attività prescrittiva con un adeguato “sistema
premiante” e con incentivazioni di vario tipo.
Certo, in Italia, alcune prospettive sono ancora di là da venire,
perché – per l’avvio delle applicazioni terapeutiche della cannabis
in ambito medico – occorrerebbe prima varare dispositivi legislativi
specifici che consentano di superare l’attuale collocazione della
cannabis nelle tabelle delle sostanze stupefacenti, senza che, allo
stato attuale, ci sia ancora un corrispettivo “terapeutico” di essa,
com’è invece , ad esempio tra i farmaci oppiacei, il caso della
morfina che, pur essendo una sostanza tabellare, continua ad avere
le sue applicazioni terapeutiche a differenza dell’eroina che, pur
avendo possibili applicazioni terapeutiche analoghe a quelle delle
morfina, non ha – per quanto concerne – l’Italia una sua
collocazione nella farmacopea.
Certo, il fatto che una determinata sostanza, di cui siano state
riconosciute proprietà terapeutiche, venga conseguentemente inserita
nella farmacopea (con indicazioni cliniche specifiche) non è
comunque sufficiente a far sì che i medici si sentano incoraggiati
ad utilizzarla nella pratica clinica: devono prima essere superate
dagli stessi medici molte diffidenze originate da una serie di
elementi che by-passano la razionalità e hanno piuttosto a che fare
con l’immaginario e con il pregiudizio.
Un esempio lampante di ciò è il caso del metadone, tutt’ora in
Italia nella farmacopea come farmaco “specifico” per il trattamento
dei tossicodipendenti dall’eroina e, nello stesso tempo, al pari
della morfina, come farmaco antidolorifico per il trattamento dei
malati oncologici terminali. Risulta che la sua consistente
utilizzazione come farmaco per i “drogati”, cioè per gli
eroino-dipendenti, ne pregiudica l’utilizzazione come farmaco
anti-dolorifico: i medici, infatti, probabilmente per l’effetto
dell’associazione metadone<>droga, sono estremamente riluttanti a
prescrivere il metadone ai loro malati, arrivando in alcuni casi a
preferire l’impianto di dispositivi che “pompano” ad intervalli la
morfina nel circolo sanguigno dei loro pazienti (soluzione questa
molto più costosa e, sicuramente, non altrettanto efficace per
quanto concerne la tutela di vita residua del malato terminale).
In uno studio recente viene ampiamente illustrato, facendo
riferimento ad alcuni casi ben conosciuti, che la scienza, cioè i
suoi oggetti d’interesse, i suoi campi d’indagine e infine i
risultati della ricerca, non sono prima prodotti e poi fatti
conoscere al pubblico, ma che, al contrario, il processo
comunicativo è parte intrinseca del fatto scientifico. Dall’esame di
quattro casi empirici, ciascuno dei quali ha creato delle intense
attivazioni d’interesse (ma anche clamorose polemiche), risulta che
in queste vicissitudini che primariamente avrebbero dovuto
interessare prevalentemente gli scienziati i mass-media hanno avuto
un ruolo primario non soltanto nel processo di costruzione di una
rappresentazione negoziata degli oggetti scientifici in questione,
ma anche nella costituzione degli attori sociali in grado di imporre
e negoziare nella realtà le proprie rappresentazioni, anche in
conflitto tra loro.
3
Le difficoltà da questo punto di vista, quindi, sono evidenti, come
risulta da un appello che Yasha Reibman, medico e consigliere
radicale alla regione Lombardia, ha diffuso in internet e trasmesso
al Ministro della Sanità Girolamo Sirchia e al Presidente della
Camera dei Deputati Pierferdinando Casini.
Scrive giustamente Reibman:
“Prima di ogni altro argomento si pone quello se sia lecito e
accettabile che in sede e con criteri altri da quelli medici e
scientifici la legge stabilisca a priori che un medico sia impedito
di utilizzare una terapia che ragionevolmente, in scienza e
coscienza, egli ritenga [essere] quella più idonea ad affrontare il
caso che ha davanti.
“(…)
“L’esigenza di principio e pratica è quella di mantenere con rigore
sul terreno medico una questione eminentemente medica, assumendo in
quest’ambito ogni decisione.
“Seguire una diversa linea di condotta equivarrebbe a condannare
irrazionalmente una sostanza come “maledetta” in quanto tale solo
perché, in un diverso contesto, se ne può fare un uso dannoso.
“(…)
“La questione non ha, e non deve, avere nulla a che a fare con
quella del confronto tra proibizionismo e antiproibizionismo in
fatto di droghe.”
4
Per motivi molto complessi, tuttavia, le vicende della cannabis
terapeutica sono in qualche misura ancora strettamente vincolate
all’evoluzione delle strategie di intervento nei confronti delle
tossicodipendenze e ciò con grave pregiudizio delle applicazioni
terapeutiche della cannabis.
Nella recente conferenza interregionale sulle tossicodipendenze5,
Dino Ballotta dell’Osservatorio Europeo di Lisbona, con l’ausilio di
dati aggiornatissimi, di grafici e di tabelle, ha illustrato il
polso della situazione attuale in Europa, per quanto concerne la
diffusione delle tossicodipendenze e le strategie di contrasto e
d’intervento messe in atto nei diversi paesi dell’Unione Europea.
Ballotta, nella sua relazione mostra come l’attivazione nei diversi
paesi dell’Unione Europea di misure atte a favorire la
regolarizzazione della Cannabis terapeutica dovrebbe essere uno dei
capisaldi delle nuove strategie da seguire per ottenere dei
risultati più validi di quelli conseguiti sinora da prevalenti
atteggiamenti e dispositivi normativi di stampo proibizionista.
Risulta, dall’esame di tutti i diversi parametri presi in
considerazione, che i dati nel corso degli anni non abbiano subito
un decremento, ma che mostrino piuttosto una tendenza ad un
progressivo lento incremento (con il parallelo ed inarrestabile
aumento dei costi sociali correlati alle complicazioni delle diverse
forme di tossicodipendenza, tanto più incidenti quanto più si
sviluppino politiche so-ciali a bassa tolleranza).
Tutto ciò lascia pensare che le strategie sinora messe in atto siano
state piuttosto fallimentari nell’arginare il fenomeno, soprattutto
quelle ad ispirazione proibizionista, che quindi hanno sortito un
effetto paradossale.
La restituzione di dati di questo genere da parte dell’EMCDAA di
Lisbona è molto importante perché può contribuire – in accordo con
il Piano d’Azione sulle droghe 2000-2004 adottato in occasione del
Consiglio Europeo del 1998, che ha impegnato gli stati membri a
seguire linee guida in materia – a mettere in campo strategie per
ridurre il consumo di droghe illegali, per abbassare i danni causati
alla salute dal consumo, per aumentare il numero dei
tossicodipendenti sottoposti con successo al trattamento, per
ridurre l’offerta di droga e i reati connessi.
La strada verso la maggiore diffusione delle applicazioni
terapeutiche della cannabis sembra dipanarsi lenta ma sicura in
alcuni paesi della Unione Europea: infatti, si è già registrato
l’avvio della sperimentazione controllata con cannabis terapeutica
in Inghilterra, Svezia e Austria, e – malgrado le prese di posizione
governative nostrane – è stata di recente autorizzata anche in
Lombardia, con una sentenza che già ha suscitato molte polemiche e
ha , subito di seguito – come usanza del nostro paese – , attivato
in tivvù la produzione, tipicamente italica, dei consueti
programmi-contenitore, con la contrapposizione arroventata –
provocata ad arte dai nostri “sapienti” conduttori – dei fin troppo
noti punti di vista ideologici, scarsamente produttivi di una
riflessione pragmatica.
Il problema principale nell’ostacolare l’avvio di questo tipo di
sperimentazione è soprattutto la disinformazione, che suscita in
primis delle reazioni prevenute: nell’opinione comune, infatti, vi è
l’idea che la cannabis terapeutica possa evocare, nelle sue modalità
d’assunzione, la droga illecita.
Nella realtà, niente di tutto questo, perché la cannabis terapeutica
dovrebbe essere dispensata, a chi ne ricevesse una prescrizione
medica, in preparazioni farmaceutiche, quindi nella forma di
colliri, di spray, di pillole – per citare alcune delle più comuni
preparazioni - in relazione al tipo di patologia per cui la
prescrizione del principio attivo si renda necessaria.
In secondo luogo, uno spazio importante continua ad averlo il
pregiudizio, alimentato da stratificazioni di campagne di
disinformazione, condotte in modo intellettualmente poco corretto.
Il fatto è però che coloro che si oppongono per principio alle
droghe illegali, demonizzandole, temono fortemente che con la
cannabis “terapeutica” si otterrebbe di far rientrare dalla finestra
ciò cui viene tenuto sbarrato l’accesso attraverso la porta
principale: un interessante esempio di questo tipo di pensiero si è
potuto vedere in opera, nel corso di una recente puntata del
mauriziocostanzo show, con le virulente e prepotenti acclamazioni
dell’onorevole La Russa e dell’omelia di Don Benzi, che – dal punto
della forza mediatica – hanno messo in decisa minoranza le opinioni
autorevoli degli scienziati invitati.
Questa trasmissione merita forse un livello d’attenzione in più,
proprio perché è paradigmatica di un certo di tipo di mentalità, che
procede per definizioni assolute e non negoziabili, e fornisce
indubbiamente il polso della situazione della società “ben pensante”
in merito alla questione droghe…
Vi si è verificato il noto connubio tra idee di destra,
assolutamente prevedibili, ma sostenute con fanatico vigore (in
un’epoca di sciagurati fondamentalismi, qual’è quella in cui ci
troviamo a vivere, il nostro onorevole La Russa può rappresentare
indubbiamente uomo di punta dell’élite intollerante e personaggio
capace di attivare, con le sue affermazioni supportate da una mimica
e da una gestualità degna del feroce Saladino, pericolosi
fanatismi). Quando poi alle argomentazioni ruvide e virulente di La
Russa si è aggiunta quasi, come una sorta di benedizione, la
“predica” di Don Benzi sui pericoli della droga a cui sono
sottoposti le più giovani generazioni anche gli scienziati presenti
che avrebbero dovuto sostenere le ragioni della scienza contro
quelle del cuore oppure – peggio – contro quelle ben più “viscerali”
del potere sono stati ridotti ad un imbarazzato silenzio… un
silenzio che, in effetti, ha finito con l’essere quasi opportuno,
poiché il dispositivo mediatico che mette assieme il punto di vista
ufficiale del governo con una visione religiosa e “morale” del mondo
ha come primo effetto – come tute le operazioni di propaganda – di
far sì che qualsiasi contro-argomentazione dovesse essere
ulteriormente proposta rischi di suonare comunque “sbagliata”, per
quanto giusta, ragionevole e corretta intellettualmente essa possa
essere. Ancora di più quando, il religioso di turno – in questo caso
Don Benzi – forte del vantaggio di un’aura carismatica di fronte ad
una larga fetta della audience non fa che ribadire il pericolo che
con l’apertura alla cannabis terapeutica correrebbero le più giovani
generazioni “…così fragili e deboli”, con la mente malleabile,
emozionalmente e culturalmente, ancora in via di sviluppo… In questo
contesto qualsiasi argomentazione a favore delle applicazioni
terapeutiche della cannabis, il ricorso per dar forza alla
discussione alle evidenze cliniche avrebbe immediatamente
trasformato i sostenitori di un onesto punto di vista laico sulla
questione in loschi personaggi che trasmettono biecamente alle
giovani generazioni un messaggio distorcente secondo il quale una
pericolosa droga “fuori legge” dovrebbe essere trasformata in un
farmaco da utilizzare per la “cura”.
C’è da dire – sconsolatamente – che tutto questo non è nuovo, ma
profondamente “vecchio” e che dopo trent’anni che in Italia si parla
di droghe, di sostanze psicoattive e di tutti i possibili argomenti
correlati, si ha l’impressione deludente che, nonostante la buona
volontà di pochi, non si faccia altro che continuare a rimestare
acqua nel mortaio.
Una breve disamina dei meccanismi d’interdizione della cannabis
La cannabis sin dall’inizio della grande epoca proibizionista
americana è stata associata con le peggiori nefandezze, con il
crimine e con forme di sessualità sfrenata e contro natura.
Attorno alla cannabis continua ad aleggiare, malgrado il passaggio
degli anni Sessanta nel secolo scorso, un alone di emotività
esasperata che ha portato a separare la cannabis dal tabacco e in
particolar modo dall’alcool.
Questo fu il contenuto della campagna “educazionale” promossa negli
anni Trenta dal Federal Bureau of Narcotics e avente come oggetto
appunto la Cannabis in un momento storico in cui, cessati gli
effetti del proibizionismo nei confronti dell’alcool, occorreva in
qualche modo trovare una giustificazione al mantenimento di un
apparato governativo che nel corso degli anni era stato ampiamente
inflazionato.
Afferma Greenspoon, nel suo esaustivo testo sulla marihuana:
“Da quel che mi risulta, buona parte di questa continua propaganda
non sembra tanto fondata sulla conoscenza dei pericoli della
cannabis, quanto piuttosto su un estremo allarmismo e su distorsioni
e falsità più che palesi che nel complesso costituiscono una sorta
di recente Malleus Maleficarum” 6
Con gli anni sessanta, abbiamo visto, in Italia come in quasi tutti
i paesi del mondo, l’importazione massiccia del proibizionismo made
in america, con tutte le sue distorsioni e le sue falsità, e
l’abbiamo fatto nostro… con due aggravanti7:
1.lo scarso peso “storico” della cultura alternativa italiana, che
pur valorizzando l’uso “ricreativo” di alcune sostanze stupefacenti
e la loro capacità di “espandere la coscienza”, ha avuto ridotto
seguito anche all’interno della nostra sinistra sociale, non
lasciando tracce consistenti nella mentalità collettiva e negli
stili di vita: a causa di ciò, nei confronti della cannabis,
persiste un pregiudizio negativo, che a volte presente in modo
strisciante, a volte manifestato nell’ambivalenza degli
atteggiamenti anche da parte di coloro che dovrebbero essere più
“aperti” impedisce spesso un approccio pragmatico, non ideologico e
non moralistico;
2.viceversa, il forte peso della cultura cattolica, ai cui
rappresentanti che possono appartenere a schieramenti politici
differenti la tolleranza, se non il favore, verso la marihuana può
apparire come un modo (pericoloso) per scendere a compromessi con
una concezione edonistica e permissiva della vita. Nel sistema di
riferimenti della cultura cattolica la cannabis appare come la
rappresentazione emblematica d’uno stile esistenziale ispirato al
disimpegno e alla “dissipazione”, piuttosto che centrato
sull’investimento razionale dei propri talenti. Da qui, l’ostilità,
da parte di tutti i cattolici impegnati in politica, nei confronti
di ipotesi di legalizzazione della cannabis e delle cosiddette
“droghe leggere”.
In questo campo, alcune cose sono sostenute non per la loro
credibilità scientifica oppure per la loro razionalità ma, più che
altro, per professione di fede, per dogmatismo, per convenienza
politica con la determinazione che, per principio, si debba in ogni
modo mantenere una forte ed incrollabile opposizione a certe
innovazioni e a certi cambiamenti, in relazione al rischio che si
possa sovvertire altrimenti l’ordine del mondo.
Come sostiene Luigi Manconi, nell’interessante prefazione al
piccolo, prezioso, volume di Greenspoon, Bakalar, uscito già da
alcuni anni ma, di recente, disponibile in nuova edizione, la
costruzione dell’interdizione sulla marijuana e sulla cannabis in
genere si è fondata – a partire dalla campagna americana negli anni
trenta - su due fondamentali argomentazioni, l’una di tipo simil[o
pseudo]-scientifico, l’altra di tipo simil-ideologico.8
L’argomentazione di tipo simil [o pseudo]-scientifico tende a
sottolineare la tendenza fatalmente compulsiva e pervasiva che può
assumere il consumo di una determinata sostanza.
L’argomentazione di tipo simil-ideologico, secondo Manconi, porta ad
un’operazione di marketing negativo (di “concorrenza sleale”) che
mira a determinare la dislocazione di una sostanza altrimenti
innocua – o comunque sostanzialmente non nociva – disponibile sul
mercato nel campo delle sostanze letali ( o “pericolose”): non
mancano gli esempi a cui si può far riferimento, tra cui uno degli
ultimi, secondo questo stile proprio del marketing negativo e quindi
della “concorrenza sleale” le recenti affermazioni di Soggiu, il
nuovo zar della war-on-drugs all’italiana.
Quindi, il meccanismo dell’interdizione e della messa al bando ( che
potrebbe funzionare con qualsiasi sostanza in atto considerata
lecita: basta sperimentarlo a titolo di esercitazione. Provare, per
credere! Luigi Manconi provocatoriamente sviluppa questo
ragionamento utilizzando la Nutella come sostanza “proibita”!)
procede dall’argomentazione simil-scientifica a quella di tipo
simil-ideologico, nel senso che l’operazione di marketing negativo
si fonda sulle argomentazioni pseudo-scientifiche fornite con
autorevolezza dagli scienziati interpellati.
A volte ci si dimentica che tutte le sostanze che noi siamo abituati
a considerare “farmaci”, cioè sostanze dotate di poteri benefici e
curativi, sono anche “veleni”, cioè sostanze tossiche: è tutto un
problema di quantità, di via di somministrazione, di rapporto tra
dose terapeutica e dose letale ecc.
In generale, sulla base del noto meccanismo psicologico della
scissione, si tende a dimenticare questo semplice assunto della
farmacologia e, più in generale, si è portati a trascurare il fatto
che ogni farmaco utilizzato in funzione “terapeutica” possiede
sempre un suo corrispettivo tossico; analogamente, si ignora che,
per questi motivi, non esistono in assoluto farmaci “sicuri”:
piuttosto, spinti dall’intima esigenza di trovare rassicurazioni e
sedazioni rispetto all’ansia, sia a livello individuale che del
macro-gruppo sociale, si esprime la tendenza a considerare i
farmaci, nella loro versione di sostanze medicamentose, solo ed
esclusivamente buoni, mentre si relega alle droghe d’abuso l’altra
faccia della medaglia, la metà oscura e dimenticata del farmaco,
cioè la sua componente tossica, la potenziale forza del veleno.
9
Come afferma Manconi e come ha affermato anche il compianto Arnao,
le cosiddette “droghe” e le cosiddette “medicine” hanno in comune il
meccanismo farmacologico, la capacità, cioè, di influire
sull’organismo vivente mediante un’azione biochimica e viceversa,
quasi tutte le “droghe” hanno avuto - e hanno ancora – una funzione
terapeutica.
In realtà il discrimine in base al quale si stabilisce se una
sostanza sia droga (una sostanza cattiva, dunque) oppure farmaco
(sostanza buona e benefica) è il più delle volte assolutamente
arbitrario e continuamente mutevole in relazione ai tempi e alle
circostanze; il più delle volte, com’è ben noto dalla storia delle
sostanze psicoattive lecite e non, questo criterio è sancito da
leggi e normative specifiche e quasi mai si fonda unicamente sul
principio dell’evidenza scientifica.
E’ opportuno non dimenticare mai che lo statuto di sostanze
stupefacenti discende non dalle caratteristiche farmacocinetiche e
dai meccanismi d’azione di certe sostanze, ma da leggi e decreti.
Allora, nei confronti della cannabis, siamo di fronte a questo
problema: si tratta di una pianta che tradizionalmente è stata
utilizzata in molte società umane, accompagnandone l’evoluzione ed
entrando a tutti gli effetti nel novero delle sostanze psicoattive
che, secondo McKenna, hanno favorito lo sviluppo e la crescita
dell’umanità10… ma, da un certo momento in poi, con l’invenzione del
proibizionismo di marca americana la Cannabis assieme ad altre
sostanze è stata messa fuori legge, diventando una “pericolosa”
sostanza stupefacente… Quindi se, sino a prima, vi era un
atteggiamento di base neutro rispetto ai suoi diversi effetti
farmacologici, dopo si è trasformata da un momento all’altro - “per
decreto” – in una sostanza tossica, in un veleno… ecc.
Decreti e leggi di base assolutamente pretestuosi, perché le norme
esistenti in origine, che hanno consentito di varare le strategie
proibizioniste verso una grande quantità di sostanze psicoattive, si
fondavano in realtà su di un decreto americano (il Food and Drug Act)
tendente soprattutto a proteggere i “consumatori” dai ciarlatani che
vendevano porta a porta rimedi miracolosi e farmaci di vario genere,
in un’epoca in cui, da un lato, erano gli stessi medici a dispensare
i rimedi ai propri pazienti e in cui, dall’altro, vi era una diffusa
tendenza all’auto-medicazione.
11
Adesso che si ricomincia a parlare di applicazioni terapeutiche
della cannabis (applicazioni che in alcuni paesi del mondo vuoi per
leggi specifiche vuoi per sentenze a favore di singoli cittadini
sono già state rese operative, grazie ai principi di un “laico”
pragmatismo), soprattutto nel grande pubblico (quindi, vincendo
l’inerzia dell’opinione comune, di cui spesso i politici più
conservatori sono ottimi portavoce) occorre procedere all’operazione
inversa che è quella di traghettare la cannabis – e il suo
principale principio attivo, il THC – dalla sponda dei veleni a
quella dei “farmaci”, operazione in verità non semplice, perché
potrà essere compiuta soltanto tenendo conto di costrutti psichici
relativi alla droga e alla Cannabis fortemente radicati che
influenzano l’immaginario individuale e collettivo e modulandoli
diversamente.
Infatti, se dal punto di vista razionale (per tornare alle
affermazioni del farmacologo così aperto alla possibilità della
ricerca riportate in apertura) nulla si opporrebbe a questo
transito, c’è da tener conto di fenomeni inerziali attribuibili a
tutte le incrostazioni di significativi connotativi che sono
precipitati sulla Cannabis a causa del proibizionismo… quindi
occorre che questo transito si compia anche nei territori
dell’immaginario dove la Cannabis risiede come costrutto mentale…
operazione non facile, perché, allo stato attuale ciò significa, per
molti, fare una pericolosa mossa di apertura e di accettazione nei
confronti delle “droghe”, intese come Droghe, cioè come una
declinazione del Male: questa è un’affermazione senza dubbio molto
riduzionista, ma sicuramente correlabile all’effetto delle rozze
strategie proibizioniste – dare campo all’applicazione terapeutica
della cannabis significa imparare a ragionare del THC come farmaco
da utilizzare con alcune indicazioni specifiche…
Questo processo di transizione può risultare ancora più complicato
in un stato come il nostro, dove a differenza di quanto accade in
altri paesi europei, è stato allestito e attivato, attorno alla
cannabis, il rituale proprio di un tabù, tenendo conto che la parola
“tabù” indica nel linguaggio delle scienze sociali un “meccanismo
sociale di ubbidienza”, dotato di significati rituali.
Allora il dibattito sulla cannabis “terapeutica” sicuramente potrà
servire a liberare la cannabis dagli stereotipi e dalle interdizioni
rituali, ma nello stesso tempo è proprio questa possibilità,
intravista come un grande pericolo da chi si oppone alla cannabis
con le argomentazioni pseudo-scientifiche e simil-ideologiche di cui
si diceva prima, a creare un grande freno rispetto all’attivazione
di un consenso attorno alle applicazioni clinico-terapeutiche della
cannabis.
In questo senso si muovono numerosi dibattiti pubblici che hanno
avuto luogo in diverse città italiane, petizioni presentate da
gruppi di cittadini, delibere consiliari da parte di alcune
amministrazioni comunali d’Italia, frutto di un fiorire di
iniziative di cui si può avere un continuo aggiornamento attraverso
la newsletter della ACT.
Ma mentre si va attivando un forte consenso nei confronti della
cannabis terapeutica, in parallelo in questi ultimi mesi, si è
potuto osservare un’esacerbazione del conflitto tra proibizionisti e
anti-proibizionisti: gli anti-proibizionisti supportano con gran
vigore la campagna a favore della cannabis terapeutica
perché,confidando in un esito positivo di questa battaglia,
intravedono la possibilità di infliggere un grosso scossone
all’interdizione e al proibizionismo nei confronti della sostanza.
L’attivazione degli antiproibizionisti su questa tema muove
simmetricamente i proibizionisti ad enfatizzare – come si è visto –
le loro argomentazioni pseudo-scientifiche e ideologiche, in quella
che rischia di diventare una spirale senza fine di sterili
contrapposizioni…
Il mio modesto suggerimento, alla luce delle considerazioni esposte,
per poter riportare il discorso alle possibilità di applicazioni
mediche della cannabis, è quello di scindere il connubio tra temi
anti-proibizionisti e terapeuticità della cannabis, partendo
innanzitutto da una riformulazione della tematica: rinunciando, con
una piccola ma significativa modifica, a parlare di cannabis
terapeutica (formula che sembra ancora incrostata di rivendicazioni
antiproibizioniste) e invece cominciare a utilizzare la formula più
appropriata di “applicazioni cliniche/terapeutiche della cannabis”.
Probabilmente, in questo senso, si potrà procedere più in sintonia
con l’appello lanciato dal collega Reibman.
Rimane tuttavia aperta l’ipotesi che non ci sia una piena volontà di
scindere le due strade e che anche da parte dei sostenitori della
Cannabis Terapeutica, sia molto vivo il desiderio – mai troppo
esplicitamente dichiarato – di aprire la strada ad un utilizzo
“libero” della Cannabis a chi ne abbia bisogno per documentate
ragioni mediche e di far sì che la Cannabis, intesa come prodotto
naturale (resina, parti della pianta, inflorescenze e quant’altro)
possa essere liberamente accessibile per un utilizzo
auto-terapeutico non solo per chi ne abbia necessità sulla base di
diagnosi specifiche ma anche per chi ne ravvisa l’utilità per sé,
come nel caso di un qualunque prodotto farmaceutico “da banco”.
Ma questa, a mio avviso, è una pericolosa ambiguità, che non
gioverebbe alla causa delle applicazioni terapeutiche della Cannabis
poiché attiverebbe oltre ai fantasmi già esaminati prima anche
quelli legati a quella che potrebbe essere sentita come una
pericolosa destabilizzazione dell’establishment medico.
Quindi, bisogna poter decidere se semplicemente lottare perché la
cannabis o il suo principale principio attivo possano avere delle
applicazioni mediche oppure se continuare a battersi per un
allentamento delle logiche proibizioniste e per l’attivazione di un
diverso regime normativo affinché la cannabis possa essere resa
liberamente disponibile anche per le sue applicazioni terapeutiche:
ma, in questa seconda ipotesi, nel percorso che dovrebbe portare
alle possibili applicazioni mediche della cannabis, si perderebbero
per strada sicuramente degli alleati non di poco conto e sarebbe
sicuramente ritardata l’acquisizione per la cannabis dello statuto
di “farmaco” con grave nocumento per tutti quei malati che
potrebbero avvalersi della sua efficacia terapeutica.
Palermo, il 4 Luglio 2002 |