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Data
l'imponenza del fenomeno, il numero di partecipanti, sostenere che i
briganti fossero dei semplici delinquenti e non dei resistenti è
davvero arduo. Inoltre godevano dell'appoggio pieno della
popolazione visto i numerosi provvedimenti contro la popolazione per
terrorizzarla allo scopo di spezzare le coperture di cui godevano i
"briganti". Infatti
uno dei provvedimenti di Vittorio Emanuele diceva:
"chiunque
era a conoscenza di movimenti delle bande di "briganti" e non era
sollecito comunciarlo all'autorità, sarebbe stato considerato
manutengolo e come tale fucilato".
Insomma siamo al regno del terrore.
La propaganda di guerra, già attiva anche allora non poteva di certo
dire che quelli non erano criminali ma patrioti.
Nel 1861 il regno è in fiamme,
centinaia di miglia di insorti, una repressione feroce, fucilazioni
di massa, torture, violenze alla popolazione da parte dei Piemontesi
indussero massimo D'Azeglio a scrivere una lettera all'on Matteucci.
E' il 2 agosto.
"Ho ricevuto e letto con molto
interesse la lettera, e vi ringrazio delle belle cose che voi mi
dite e delle quali Domine, non sum dignus*. La questione di
tenere o non tenere Napoli deve, a quanto mi sembra, dipendere
soprattutto dai Napoletani; a meno che non vogliamo, secondo il
nostro comodo, cambiare i principi che noi fin qui abbiamo
proclamato. Noi siamo andati avanti dicendo che i governi non
consentiti dal popolo erano illegittimi, e con queste massime,
che io credo e crederò sempre vere, noi abbiamo mandato a farsi
benedire parecchi principi italiani. I loro sudditi, non avendo
protestato in nessuna maniera sì sono mostrati contenti della
nostra opera, e si poté vedere che, se essi non davano il loro
consenso ai governi precedenti, lo davano a quello che
succedeva. A Napoli noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per
ristabilire un Governo fondato sul consenso universale. Ma ci
vogliono, e sembra ciò non basti, per contenere, il regno,
sessanta battaglioni, ed è notorio che, briganti e non briganti,
niuno vuole saperne,
Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di
suffragio; ma so che al di qua del Tronto non sono necessari
battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche
errore; e bisogna cangiare atti o principi. Bisogna sapere dai
Napoletani, un'altra volta per tutte, se ci vogliono sì o no.
Capsco che gli Italiani hanno diritto di fare la guerra a coloro
che volessero mantenere i tedeschi in Italia; ma gli Italiani,
che restando Italiani non volessero unirsi a noi: credo che noi
non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate; salvo che si
concedesse che, per tagliar corto, noi adottiamo il principio in
cui come Bomba bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che
in generale non si pensa in questo modo; ma siccome io non
intendo rinunciare al diritto di ragionare, così dico ciò ch'io
penso e resto a Cannero. A queste parole si potrebbero tare
grandi commenti; ma intelligenti pauca, e poi a che scopo? "
Gradite ecc. Massimo d'Azeglio(*)
Insomma vi fu una vera e propria
resistenza della popolazione all'invasione Piemontese. Anche se i
motivi dei Piemontesi fossero stato nobilissimi, come scriveva
D?Azeglio bisognava prendere atto che la popolazione non li voleva.
Mi apre tanto la situazione che oggi
c'è in Iraq dove l'invasione Americana è stata mascherata dalla
necessità di rovesciare un dittatore portare finalmente democrazia e
libertà nel paese. Identicamente chi si oppone all'invasione
americano è un terrorista, il moderno "brigante".
Ma è la storia di sempre. L'invasore, l'usurpatore bolla come
delinquenti, briganti, terroristi, chiunque resiste al suo volere.
Stabile la verità storica può aiutare
a capire certe peculiarità dei meridionali. la mancanza di senso
civico scaturisce dall'odio verso le istituzioni, verso lo stato che
venne vissuto come un invasore. Stato assassino che sterminava,
depredava,torturava. E questa memoria non si cancella facilmente,
perchè da li nasce la cultura odierno del rifiuto delle istituzioni,
della mancanza di collaborazione, dell'anarchismo tipicamente
meridionale ( molto più forte di quello che caratterizza il resto
dell'Italia).
Sia chiaro che questa non è una
giustificazione, una difesa di certe peculiarità tipicamente
meridionali, qui normali altrove assolutamente inaccettabili. Penso
all'illegalità diffusa anche nei gesti banali del quotidiano. Ma
certo le spiega. E se si vuole trovare una risposta, una soluzione
si deve partire dal ristabilire la verità. Poi lo Stato, le
Istituzioni dovrebbero mostrare davvero interesse per il meridione,
non buttando miliardi in opere che arricchiscono i soliti, ma
impegnandosi seriamente e concretamente a estirpare la criminalità
organizzata che ci soffoca, fo0nte di tutti i guai. Il Sud non
crescerà se non si estirpa la malavita. E vista la sfiducia,
ampiamente giustificata non solo dalla storia, ma dalle continue
connivenze tra lo Stato e la malavita, tocca alle istituzione fare
il primo passo, per potere sperare di ricostruire un minimo di senso
civico nei meridionali. Ed il fatto che il fatalismo tipicamente
meridionale sia diventato rassegnazione di fatto contribuendo al
rafforzamento del fenomeno criminale, non toglie niente al fatto che
non deve essere il cittadino eroe a risolvere il problema, ma
lo Stato a stimolarlo, proteggerlo, garantendo la sua sicurezza, nel
momento che lo invita a reagire, a ribellarsi al giogo della
delinquenza
giuseppe
galluccio 27/1/06
(*)
La lettera è tratta da Civiltà Cattolica, quarta
serie,anno 1861, vol XI Biblioteca comunale di Gaeta.
Briganti se more
(ascolta)
Avimm pusato chitarra
e tammore
pecchè sta musica s’adda cagnà,
simme briganti e facimme paura
e ca scuppetta vullimme cantà,
e ca scuppetta vullimme cantà.
E mò cantammo sta nova canzone,
tutta la gente se l’adda ‘mparà,
nun ce ne fotte dù ò rre burbone,
'a terra è nostra e non s’adda tuccà,
à terra è nostra e non s’adda tuccà.
Tutte e paise da Basilicata
se so scetati e vonne luttà,
pure a Calabria mo s’è arrevutata
e stu nemico facimme tremmà,
e stu nemico facimme tremmà.
Chi ha visto ò lupo e s'è mise paura,
non sape buono qual è a verità,
ò vero lupo se magna e creature
è o piemontese c’avimma caccià,
è o piemontese c’avimma caccià.
femmene belle ca date
lu core
si lu brigante vulite
salvà
non o cercate
scurdateve l'omme
chi ce fa a guerra nun
tene pietà
Omme se nasce, brigante se more,
ma fino all’ultimo aimme sparà
e si murimme menate nu fiore
è 'na bestemmia pe stà libertà,
è 'na bestemmia pe stà libertà.
1. Dai vandeani agli insorgenti
italiani
Il termine "brigante", che comunemente
designa chi vive fuori legge o comunque un nemico dell'ordine
pubblico, ha acquistato nel tempo anche un significato ideologico e
indica, in senso spregiativo, chi si è opposto con le armi al nuovo
ordine inaugurato dalla Rivoluzione francese. Adoperato in Francia
per designare i combattenti realisti e cattolici della Vandea, è
impiegato negli anni seguenti anche in Italia per indicare gli
"insorgenti", cioè i componenti delle bande popolari che si
sollevavano in armi contro gli invasori francesi e i giacobini
locali, loro alleati. Il fenomeno assume rilievo particolare nelle
province napoletane, dove, sia nel 1799 sia nel 1806, le bande -
guidate da popolani, da borghesi e anche da sacerdoti, e che
raccolgono impiegati, soldati sbandati, contadini e pastori -
difendono la loro patria e la loro religione. Tale comportamento
valoroso, però, è definito sbrigativamente "brigantaggio" dai
rivoluzionari e il temine è tramandato tuttora da una storiografia
mendace.
2. Gli oppositori dell'Unità nel
Regno delle Due Sicilie
Anche l'unificazione forzata della
penisola italiana, nel decennio dal 1859 al 1870, suscita ovunque
resistenze e reazioni, in particolare nel Regno delle Due Sicilie,
dove la lotta armata contro l'invasore assume proporzioni
straordinarie. Pure in questo caso gli insorti, che combattevano
contro l'imposizione di una visione del mondo estranea alle proprie
tradizioni civili e religiose, sono stati bollati come briganti.
La resistenza nel Mezzogiorno ha
inizio nell'agosto del 1860, subito dopo lo sbarco sul continente
delle unità garibaldine provenienti dalla Sicilia. La popolazione
rurale, chiamata alle armi dal suono di rustici corni o dalle
campane a stormo, rovescia i comitati insurrezionali, innalza la
bandiera con i gigli e restaura i legittimi poteri. La spietata
repressione operata dagli unitari, con esecuzioni sommarie e con
arresti in massa, fa affluire nelle bande, che i nativi denominano
masse, migliaia di uomini: soldati della disciolta armata reale,
coscritti che rifiutano di militare sotto un'altra bandiera,
pastori, braccianti e montanari.
Nella primavera del 1861 la reazione
divampa in tutto il regno e il controllo del territorio da parte
degli unitari diventa precario. In agosto è inviato a Napoli, con
poteri eccezionali, il generale del Regio Esercito del neo
proclamato Regno d'Italia Enrico Cialdini (1811-1892), che
costituisce un fronte unito contro la "reazione", arruolando i
militi del disciolto esercito garibaldino e perseguitando il clero e
i nobili lealisti, i quali sono costretti a emigrare, lasciando la
resistenza priva di una valida guida politica. Il governo adotta la
linea dura e il generale Cialdini ordina eccidi e rappresaglie nei
confronti della popolazione insorta, decretando il saccheggio e la
distruzione dei centri ribelli. In questo modo viene impedita
l'insurrezione generale, e viene scritta una pagina tragica e fosca
nella storia dello Stato unitario.
3. Dalla repressione
all'emigrazione
Con il sistema generalizzato degli
arresti in massa e delle esecuzioni sommarie, con la distruzione di
casolari e di masserie, con il divieto di portare viveri e bestiame
fuori dai paesi, con la persecuzione indiscriminata dei civili, si
vuole colpire "nel mucchio", per disgregare con il terrore una
resistenza che riannodava continuamente le fila. Viene introdotto
per la prima volta nel diritto pubblico italiano l'istituto del
domicilio coatto, che risulta particolarmente odioso per la sua
arbitrarietà. La moltiplicazione dei premi e delle taglie crea
un'"industria" della delazione, che è un'ulteriore macchia
indelebile nella repressione e ispira amare riflessioni sulla
proclamata volontà moralizzatrice dei governi unitari nei confronti
delle popolazioni meridionali. Attenzione particolare è dedicata
alla guerra psicologica, condotta su larga scala mediante bandi,
proclami e soprattutto servizi giornalistici e fotografici, che
costituiscono i primi esempi di una moderna "informazione
deformante".
In questo modo viene distrutto il
cosiddetto "manutengolismo", cioè quel vasto movimento di sostegno e
di fiancheggiamento alla guerriglia, che rappresenta un fenomeno
così ampio e articolato socialmente da non poter essere stroncato
con il solo ricorso alla legislazione penale, anche se eccezionale.
Infine, la proclamazione dello stato d'assedio, le uccisioni
indiscriminate, il terrore, il tradimento prezzolato stroncano la
volontà di resistenza della popolazione. Quando le bellicose energie
sono esaurite, l'estraneità al nuovo ordine si manifesta più
pacificamente, ma non meno drammaticamente, nella grandiosa
emigrazione transoceanica della nazione "napoletana", che coinvolge
alcuni milioni di persone.
4. Oltre la censura storiografica:
le ragioni ideali e politiche
Questo periodo doloroso della storia
della nazione italiana è censurato e deformato da oltre un secolo.
La storiografia di ispirazione liberale, da Francesco Saverio Nitti
(1868-1953) a Giustino Fortunato (1777-1862) e a Benedetto Croce
(1866-1952), interpreta la resistenza popolare come manifestazione
di criminalità comune e come esito della sobillazione "reazionaria",
abile a sfruttare mali endemici e secolari del Mezzogiorno. Su un
altro versante, ugualmente deformante, si pongono quanti partono
dalle considerazioni di Antonio Gramsci (1891-1937) sulla "questione
meridionale" per proporre una lettura del Brigantaggio come
manifestazione della lotta di classe, identificando nella guerra per
bande una forma di lotta armata condotta in prima persona dalle
masse contadine contro le classi dominanti.
In realtà, un'interpretazione
esauriente del complesso fenomeno del Brigantaggio deve partire
dalla considerazione che l'opposizione armata fu soltanto uno degli
aspetti della resistenza antiunitaria delle popolazioni meridionali,
che presentò contorni più vasti e profondi di quelli che avevano
caratterizzato le insorgenze dell'età napoleonica. Infatti, negli
anni successivi al 1860, la resistenza si presenta con forme molto
articolate, di cui offrono testimonianza l'opposizione condotta a
livello parlamentare, le proteste della magistratura, che vede
cancellate le sue gloriose e secolari tradizioni, la resistenza
passiva dei dipendenti pubblici e il rifiuto di ricoprire cariche
amministrative, il malcontento della popolazione cittadina,
l'astensione dai suffragi elettorali, il rifiuto della coscrizione
obbligatoria, l'emigrazione, la diffusione della stampa clandestina
e la polemica condotta dai migliori pubblicisti del regno, fra cui
emerge Giacinto de' Sivo (1814-1867), che difendono con gli scritti
i calpestati diritti di una monarchia da sempre riconosciuta nel
consesso delle nazioni e benedetta dalla suprema autorità
spirituale.
La resistenza armata è però il
fenomeno più evidente, che coinvolge non soltanto il mondo
contadino, ma tutta la società del tempo nelle sue strutture e nei
gruppi che la componevano.
Nei primi anni il motivo
legittimistico è dominante e le modalità della guerriglia, capace di
unire aristocratici e popolo, sono tali da richiamare alla mente
l'epopea vandeana. Questa continuità contro-rivoluzionaria non è
affatto simbolica, ove si consideri che, a capeggiare gli
insorgenti, "il fior fiore della nobiltà lealistica europea discese
dalle brume dei propri castelli nel fuoco di una lotta senza
quartiere “per il trono e l'altare”, “per la fede e la gloria”",
come era scritto su uno dei pannelli della mostra su Brigantaggio,
lealismo e repressione, organizzata a Napoli nel 1984. Il conte
Henri de Cathelineau (1813-1891) - discendente di uno dei più
valorosi condottieri della guerra di Vandea -, il barone prussiano
Teodoro Klitsche de La Grange (1799-1868), il conte sassone Edwin di
Kalckreuth, fucilato nel 1862, il marchese belga Alfred Trazégnies
de Namour, fucilato nel 1861 all'età di trent'anni, il conte
Émile-Théodule de Christen (1835-1870), i catalani José Borges
(1813-1861), definito "l'anti-Garibaldi", e Rafael Tristany
(1814-1899), sono artefici di memorabili imprese e fanno a lungo
sperare in una conclusione vittoriosa della guerriglia.
5. Le ragioni socio-economiche e le
motivazioni religiose
Con queste considerazioni non si
intende sottovalutare il carattere anche sociale delle insurrezioni.
L'eversione della feudalità e la privatizzazione dei beni della
Chiesa durante l'età napoleonica, che avevano trasformato l'assetto
della società e dato origine alla questione demaniale, hanno una
parte rilevante nello stimolare la partecipazione dei contadini alla
lotta armata, ma questo aspetto non basta da solo a spiegare
l'intensità, l'estensione sociale, l'ampiezza territoriale e la
durata del Brigantaggio. L'attribuzione di un prevalente carattere
sociale alla resistenza antiunitaria è causata sia da pregiudizi
ideologici, che inducono gli storici a sottovalutare o a negare la
componente politica del fenomeno, sia dalla diffusione e dalla
persistenza del mito dell'oggettiva potenzialità rivoluzionaria
delle sommosse contadine.
Questa impostazione è caratterizzata
da una generale incomprensione e negazione della cultura delle
popolazioni italiane, e ciò vale in particolare per la componente
religiosa, che ne rappresentava l'anima. L'elemento religioso è
generalmente presente nelle raffigurazioni d'epoca, così come sui
vessilli e sulle insegne di battaglia; frati e sacerdoti sono
presenti in gran numero nelle schiere degli insorgenti, sebbene
fossero passati per le armi in caso di cattura; i vescovi - benché
spesso scacciati dalle loro sedi - sostengono efficacemente
l'insurrezione, pubblicando pastorali di tono antiunitario e
ribadendo le proteste e le scomuniche provenienti dalla Santa Sede.
L'autorevole La Civiltà Cattolica esprime ripetutamente il suo
appoggio a quello che era ritenuto uno spontaneo movimento di massa,
a carattere legittimistico, contro le usurpazioni del nuovo Stato
liberale.
Il Brigantaggio, dunque, è stato un
fenomeno composito, manifestazione del contrasto fra due mentalità,
fra due differenti impostazioni culturali, ma soprattutto ha
rappresentato l'espressione più macroscopica della reazione di una
nazione intera in difesa della sua autonomia quasi millenaria e
della religione perseguitata e, dunque, costituisce l'ultimo
tentativo compiuto in Italia, insieme con la difesa di Roma a opera
degli zuavi, per combattere la Rivoluzione con le armi.
Se la resistenza antiunitaria non
riesce a ripetere il successo della Santa Fede nel 1799, ciò è
dovuto non soltanto alla situazione internazionale sfavorevole e
allo scontro con lo Stato unitario, di cui non si conoscevano i
meccanismi e che può concentrare per alcuni anni imponenti forze nel
Mezzogiorno, ma anche all'assenza di una classe dirigente valida e
ben determinata, che sapesse animare e coordinare la reazione
popolare, spontanea e generale, ma non autonoma.
di Francesco
Pappalardo tratto da
http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/b_brigantaggio.htm
Leggi anche :
Storia del meridione
Dati storici del meridione
Meridione e floklore
Il
massacro di Pontelandolfo
Per approfondire:
vedi una significativa testimonianza, in Giacinto de' Sivo, I
Napolitani al cospetto delle nazioni civili, del 1861, Il
Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 1994; lo studio più
documentato sull'argomento, che risente però dell'impostazione
marxista secondo cui il Brigantaggio è un episodio della lotta di
classe, in Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità,
Feltrinelli, Milano 1979; quindi Carlo Alianello (1901-1981), La
conquista del Sud. Il Risorgimento nell'Italia meridionale,
Rusconi, Milano 1994; Aldo Albonico, La mobilitazione
legittimista contro il Regno d'Italia: la Spagna e il brigantaggio
meridionale postunitario, Giuffrè, Milano 1979; Brigantaggio
lealismo repressione nel Mezzogiorno. 1860-1870, Gaetano
Macchiaroli, Napoli 1984; e Francesco Mario Agnoli, La conquista
del Sud e il generale spagnolo José Borges, Di Giovanni, San
Giuliano Milanese (Milano) 1993; vedi una sintesi nel mio
Il brigantaggio,
in Cristianità, anno XXI, n. 223, novembre 1993, pp. 15-22.
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