|
http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/print_articolo.jsp?type=cs
25/02/2006 00.29.31
ATTUALITA' ARMI/L'INDAGINE DI BRESCIA
Beretta connection
Pistole della nostra polizia. Rivendute all'Iraq. E trovate anche in
mano alla guerriglia. E ora una legge rischia
di bloccare l'inchiesta
Ci voleva un premier come Silvio Berlusconi per mettere in mano al
tedoforo, al posto della fiaccola, una bella
pistola fumante. Una Beretta calibro nove, per l'esattezza. È
accaduto l'8 febbraio, quando nel decreto per le
Olimpiadi, approvato dalla maggioranza a colpi di fiducia, è
spuntato un articolo che non riguarda le gare di
sci, quelle di bob o la sicurezza dei Giochi, ma la compravendita
delle armi da guerra. Due righe in tutto con cui il governo permette ai fabbricanti di mitragliatrici e fucili
anche "la riparazione delle armi prodotte" e "le
attività commerciali connesse".
Nove parole dietro le quali si
nasconde l'ennesima legge ad personam, anzi ad
armam. Una legge che salva le pistole di un caro amico e sostenitore
del leader di Forza Italia, Ugo Gussalli
Beretta, patron dell'omonima industria di Gardone Val Trompia, e
soprattutto tenta di mettere la sordina a uno
scandalo con pochi precedenti: la svendita da parte del Viminale di
migliaia di pistole della Polizia che oggi
sparano in Iraq non solo in mano alle forze dell'ordine locali, ma
anche in quelle degli amici di Al Zarqawi.
Per capire che cosa è successo bisogna andare a Brescia, in Procura,
dove da più di un anno lo storico
stabilimento è sotto inchiesta per una storia nera, fatta di armi
rubate o senza numero di matricola, di società
probabilmente vicine ai servizi segreti e di triangolazioni con la
Gran Bretagna. Una storia che preoccupa la Beretta (in caso di condanna potrebbero essere messe in discussione
le licenze di fabbricazione) e provoca
molti imbarazzi anche a Roma, al ministero dell'Interno. Al centro
di tutto, come 'L'Espresso' è in grado di
rivelare, ci sono più di 40 mila Beretta della Polizia italiana,
metà delle quali già approdate attraverso un giro
tortuoso e, secondo i magistrati, illegale in Iraq, in parte anche
nelle mani degli insorti.
Le Beretta in questione
erano quelle in dotazione alla Polizia dal 1978.
Quando avevano
ormai compiuto la loro gloriosa carriera
invece di finire dal robivecchi sono state riacquistate dalla
società lombarda. Dopo la caduta di Baghdad, in
Iraq si erano aperte ricche prospettive di mercato. Bisognava
riarmare le nuove forze dell'ordine e le pistole
dei nostri poliziotti, rimesse a nuovo in fretta e furia, erano
state spedite sul teatro di guerra attraverso una
triangolazione con una società britannica. Il tutto, secondo i pm di
Brescia, in violazione delle norme sul
commercio di armi.
Il diavolo però fa le pentole, ma non i coperchi.
Così l'affare
comincia a venire alla luce il 6 dicembre del
2004. Quel giorno viene arrestata una dipendente della Beretta
mentre tenta di portare una calibro nove fuori
dalla fabbrica. È un'impiegata addetta al magazzino. Ha accesso ai
registri informatici della società e i
carabinieri, che le trovano in casa altri due revolver, ipotizzano
un suo legame con la malavita organizzata
calabrese. Inizialmente la donna viene accusata di aver asportato
tra marzo e dicembre ben 152 pistole. Ma
agli investigatori basta poco per rendersi conto che all'interno del
magazzino si sono verificate numerose
irregolarità che non dipendono da lei. Come si legge nell'ordinanza
del tribunale del riesame, con cui è stato
confermato il sequestro della seconda tranche di 15.478 pistole
semi-automatiche dirette in Iraq, la Beretta
custodiva "armi prive di matricola o con matricola abrasa o
ripunzonata, armi prive di punzoni del Banco
Nazionale Prove", mentre dal magazzino erano spuntate fuori anche
alcune delle 152 pistole che secondo il
registro risultavano rubate. In un caso poi viene anche sfiorata la
spy-story.
Tra le armi conservate in azienda
ce ne è una il cui furto risulta denunciato dai nostri servizi
segreti nel 1980. È la stessa pistola o sono due armi
diverse? Una sola cosa è certa. In fabbrica le regole non sono
rispettate. Durante una perquisizione vengono
scoperte addirittura centinaia di Beretta 92S "sprovviste di numeri
di matricola ed altre che non risultano
prese in carico sul registro informatico di Pubblica sicurezza della
ditta (che al contrario di quanto accade
normalmente viene firmato non dalla questura ma dal sindaco di
Gardone ndr)". Un'armeria fantasma in piena
regola.
La vicenda probabilmente si sarebbe chiusa qui se, il 14 febbraio
del 2005, i carabinieri di stanza in Iraq non
avessero comunicato che "alcune pistole Beretta 92S" erano state
"rinvenute in possesso di forze 'ostili'". A
diventare un caso internazionale. Molte delle armi
sequestrate agli insorti risultano "vendute tra il 1978 e il 1980
dalla Beretta al ministero dell'Interno" italiano.
Perché?
Bastano poche settimane per svelare l'arcano: tra il
febbraio del 2003 e l'aprile del 2004, 44.926
pezzi dichiarati "fuori uso" dal ministero erano stati ceduti alla Beretta nell'ambito di due contratti per una
nuova fornitura. La società di Brescia le aveva poi 'rigenerate' e
tra il giugno e il luglio del 2004 ne aveva
rivendute 20.318 a una società inglese, la Super Vision
International Ltd, insieme a 20 mila carrelli di ricambio
"per un controvalore di un milione e 398 mila e 826 euro".
Beretta aveva richiesto alla prefettura di Brescia l'autorizzazione
all'esportazione. Aveva ricevuto l'ok, ma sui
documenti non risultava il nome della ditta acquirente (la
sconosciuta Super Vision), ma quello di una seconda
azienda con una sede prestigiosa e una storia ventennale: la
Heltston Gunsmith.
Secondo gli investigatori non
è una semplice casualità. Se fosse emerso il nome della Super Vision
la licenza all'esportazione sarebbe stata
negata o ritardata. Il prefetto, come spiegano i giudici, deve
infatti poter assumere informazioni sull'affidabilità
dell'acquirente e in questo caso non ha potuto "sapere in anticipo
la reale destinazione finale della merce,
ovvero l'Iraq, ed eventualmente sospendere l'esportazione".
Il commercio delle armi è regolamentato in maniera severa. A partire
dal 2001 i controlli sono diventati
ancora più stringenti. Da tre anni a questa parte poi il ministero
dell'Interno richiede sempre il certificato 'end user' (utilizzatore finale) e soprattutto lo valuta, incrociandolo
con le relazioni del Sismi sulla situazione politica
del paese realmente destinatario delle armi. Proprio per questo il
ministero ha bloccato grosse forniture
Beretta in Centramerica, Medio Oriente e Asia.
La cosa, ovviamente,
ha infastidito molto l'azienda. Ugo Gussalli Beretta, un uomo talmente legato da rapporti di amicizia a
Berlusconi e alla famiglia del presidente
americano Bush da essere stato proposto come ambasciatore italiano a
Washington (vedi scheda in questa
pagina), ha attivato i suoi canali politici per lamentarsi della
burocrazia divenuta, a suo dire, troppo rigida. Il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta si è così
rivolto al ministro Giuseppe Pisanu che ha
fatto pressioni sul proprio apparato. Ma le procedure non sono
cambiate.
Un bel problema per la Beretta che a partire dal 2003, con la caduta
di Saddam Hussein, vuole finalmente
rientrare in un mercato precluso da anni. Grazie all'accordo con il
ministero dell'Interno vengono ritirate a un
prezzo bassissimo, pare inferiore ai dieci euro, le vecchie pistole
(qualificate come 'fuori uso' anche se spesso
sono perfettamente funzionanti) e già in questo caso ci si muove con
disinvoltura.
I quasi 45 mila pezzi
arrivano a Brescia senza che il ministero della Difesa (come
previsto da una legge del 2000) ne abbia
deliberato la dismissione. Da questo punto di vista, secondo i
giudici, "la stessa cessione delle armi da parte
del ministero (dell'Interno, ndr) appare illegale". Non solo:
Beretta non ha più dal 2002 la licenza per riparare
le armi. Quindi non può nemmeno rimetterle in funzione per
rivenderle. L'azienda non se preoccupa. Comincia
le spedizioni e solo quando la merce è già partita chiede per via
ufficiale di esportare in Iraq armi destinate
alla Cpa (Coalition Provisional Authority), il governo provvisorio
di Baghdad. Ma, di fronte alle domande di
chiarimenti, rinuncia. E, proprio in quel periodo, conclude la
triangolazione con il Regno Unito.
Poi iniziano i problemi. Prima l'arresto della dipendente infedele.
Quindi il ritrovamento da parte dei carabinieri
delle nostre vecchie armi impugnate dagli insorti. Evidentemente
qualcosa in Iraq è andato storto. Alcune Beretta 92S sono passate di mano. Nel caos del dopo Saddam la
polizia locale le ha cedute alla cosiddetta
resistenza. L'11 febbraio del 2005 Pietro Beretta, il figlio di Ugo,
annuncia che l'azienda "è vicina" ad
aggiudicarsi dei contratti di fornitura per la polizia e il nuovo
esercito iracheno, ma spiega che "le procedure di
acquisizione, attraverso i contractor, non sono proprio semplici".
In realtà, come dimostra l'informativa dei
carabinieri redatta solo tre giorni dopo, molte Beretta già sparano
a Baghdad.
A quel punto l'azienda di Brescia si trova di fronte a un mare di
guai. Il 20 aprile la magistratura dispone il
sequestro delle restanti 15.478 vecchie 92S ancora in magazzino ma
già vendute e pagate dall'inglese Super
Vision International ltd.
Una settimana dopo Ugo Gussalli Beretta
presenta ricorso al tribunale del riesame. In
ballo non c'è solo un affare valutato complessivamente più di due
milioni e mezzo di euro. C'è molto di più. Un
eventuale processo e un'eventuale condanna potrebbe portare al
ritiro della licenza di fabbricazione. E se la
licenza dovesse essere ritirata la Beretta dovrebbe essere venduta a
un'altra società in regola. Davanti ai
giudici della prima sezione penale del tribunale l'azienda si
difende così con le unghie e con i denti. Sostiene
che avendo già in mano una licenza che gli permette di fabbricare
armi, detenerle e poi venderle, non era
necessario richiederne una seconda per ripararle e
commercializzarle. Aggiunge che le Beretta 92S non vanno
considerate armi da guerra (e quindi soggette a particolari
restrizioni). Afferma di "aver notiziato il capo della
Polizia della destinazione finale delle pistole".
I giudici del
riesame le danno però torto su tutta la linea. Anche
per loro sono state violate "le norme in materia di acquisto,
riparazione ed esportazione". Il sequestro delle
pistole è confermato.
Si cominciano così a battere altre strade. Tutte politiche. La Beretta insiste col ministero nel chiedere la
semplificazione delle procedure e Pisanu preme sull'apparato. Poi si
apre uno spiraglio: il decreto sulle
Olimpiadi. All'improvviso il governo cambia la legge: chi fabbrica
pistole può anche ripararle e
commercializzarle. Poco importa se già il tribunale aveva spiegato
quale fosse la ratio di una norma "che mira
a proteggere l'ordine pubblico interno e internazionale ponendo
sotto rigido controllo ogni passaggio e
trasferimento di ogni singola arma". Una legge che se ignorata
porterebbe all'assurdo di rendere non punibile
la commercializzazione, da parte di chi ha una generica licenza di
detenzione e vendita di armi, di pistole e
fucili provento di furto.
In molti tirano un sospiro di sollievo. E
non solo a Brescia, ma anche a Roma, dove
decine di migliaia di pistole sono state vendute come "fuori uso",
quando bastava un po' di grasso per
permettere loro di ricominciare a sparare.
di Peter Gomez e Marco Lillo
25/02/2006
________________________________________________________________________________________________________________
POTENZA PARABELLUM
Nella foto una Beretta 92 delle prime serie, adottata dalla
polizia italiana nel 1978. Spara proiettili
calibro 9 parabellum e ha un caricatore da 15 colpi. Senza
pallottole pesa meno di un chilo. Solo le forze
armate Usa ne hanno comprate 600 mila, pagandole circa 263 dollari
l'una.
Caccia grossa con i Bush
Affari, amici e passioni di Ugo Beretta
di Peter Gomez
Fin da ragazzo trascorre negli Stati Uniti dieci giorni al mese. È
amico della famiglia Bush che ha cominciato a
frequentare alle convention del Safari Club, il circolo esclusivo
degli amanti della caccia grossa. Con Bush
senjor e junior non discute però solo di fucili da imbracciare e
animali da stecchire. Spesso parla di più
concreti finanziamenti elettorali. La sua azienda appoggia infatti
la National ryfle association, la lobby dei
produttori di armi, che lui ama descrivere come "un'associazione che
difende il concetto del diritto
all'autodifesa. Un diritto sancito dalla Costituzione americana".
Non deve stupire perché Ugo Gussalli Beretta,
67 anni, tredicesimo erede della dinastia industriale più antica
d'Italia, non è un uomo che ama i giri di parole.
Ma un imprenditore. Un imprenditore fino al midollo. Anche per
questo Silvio Berlusconi
nel 2002, quando si trattava di nominare un nuovo ambasciatore negli
Usa, pensa a lui.
Gussalli Beretta prima
sembra lusingato. Poi, non appena esplodono le polemiche delle
organizzazioni pacifiste, si tira indietro: "Non
sono disponibile, ho un'azienda da seguire". I rapporti con il
presidente americano restano così quelli di
sempre: più commerciali che politici, con George Bush junior che per
andare a caccia imbraccia un Beretta
S09, un fucile da soli 3,2 chili e ben 45 mila dollari di prezzo,
veste con giubbotti Beretta e si rifornisce alla
gallery Beretta di New York di cravatte di Marinella, stampate
apposta per lui.
Pure in Italia il feeling è tutto
con il centro-destra, anche se Gussalli Beretta, non fa mistero di
non aver mai apprezzato le spinte
secessioniste della Lega Nord ed aver sempre preferito le posizioni
di Gianfranco Fini e di Berlusconi.
Nonostante questo, delle proposte della Lega ne salva una: la nuova
legge sulla legittima difesa. Da sempre,
del resto, è solito ripetere: "Il cittadino deve aver il diritto di
difendersi se lo Stato non riesce a proteggerlo.
Poi, certo, le armi bisogna saperle usare. Ma è un problema di
istruzione. Credo che non si farebbe male a
mandare i ragazzini al poligono di tiro".
Occhi da orientale, faccia tonda e baffetti sottili che fino a
qualche hanno fa riportavano alla mente quei
caratteristi che nella Hollywood del primo dopoguerra impersonavano
gli affaristi cinesi, Ugo Gussalli Beretta
vive a Gardone Valtrompia, poco distante dai 75 mila metri quadrati
della sua azienda, in una singolare
residenza tra il liberty e il neogotico, progettato da suo nonno
Pietro e da un amico, l'architetto Dabbeni.
Due
figli, poco più che quarantenni, i quali si occupano delle attività
di famiglia (accanto alle armi, ormai c'è anche
un'importante produzione di abbigliamento e di spumante), Gussalli
Beretta ha pure aperto una fabbrica nel
Maryland, rifornisce di Beretta 92
le Forze Armate e le polizie di Stato americane, ma anche la
Gendarmerie nationale francese e la Guardia
Civile spagnola. Il settore militare, pur restando il fiore
all'occhiello dell'azienda, in termini di ricavi sembra
destinato a pesare sempre meno, appena il 7 per cento su un
fatturato consolidato da 388 milioni di euro nel
2004, contro i 369 milioni del 2003.
Un impero che la famiglia Beretta controlla attraverso la Beretta
holding che a sua volta fa capo alla Upifra,
una società di diritto lussemburghese il cui acronimo sta per
Ugo-Piero-Franco, i nomi cioè di Gussalli Beretta e dei figli.
In passato Beretta è stato presidente degli industriali
bresciani (dopo Milano e Torino la più
importante associazione d'imprenditori d'Italia), ma il vero circolo
a cui tiene di far conoscere la propria
appartenenza è il Club internazionale Les Hénokien: l'associazione
che riunisce le famiglie con alle spalle una
storia industriale almeno bicentenaria e che al momento annovera
appena 19 soci. Beretta, del resto, a una
praticità completamente yankee sembra unire l'eccentricità della
vecchia aristocrazia industriale europea. In
un intervista ha detto: "Bush caccia di tutto, soprattutto volatili.
Io invece amo l'Africa e gli elefanti".
In che
senso ama gli elefanti? "Nel senso che gli sparo".
Premiata Ditta Pallottole
La Beretta è la più antica azienda del mondo: nata nel XV secolo, è
citata nei documenti a partire dal
1512. Appartiene alla stessa famiglia, non ha mai cambiato sede
restando radicata a Gardone Valtrompia, nel
cuore del distretto bresciano degli armaioli, e continua a produrre
fucili e pistole da sempre. Leader nelle
carabine da caccia, solo negli anni Trenta si è imposta sul mercato
militare con la pistola 34 e il fucile
mitragliatore Mab.
Durante la guerra alleati e nemici facevano di tutto per avere una
Beretta 34, considerata migliore della
celebre Luger, e dopo l'8 settembre i tedeschi presero il controllo
della produzione. Nel dopoguerra dopo una
fase di crisi, il boom. Esordisce con il mitra M-12, quello del
simbolo di Prima Linea: una delle icone degli anni
di piombo. Poi la Beretta 92, oggi sinonimo di pistola in tutto il
mondo: dopo avere vinto la gara per le Forze
armate americane, è stata venduta a decine di eserciti e centinaia
di polizie. Infine i fucili a pompa Benelli e
Franchi, adottati dai marines: due marchi inglobati rendendo di
fatto Beretta monopolista in Italia.
Gli altri prodotti militari languono: il fucile d'assalto AR 70/90
non è stato esportato, la nuova pistola Cougar
- fatta impugnare con mossa di marketing agli ultimi James Bond del
cinema - viene promossa da poco
mentre la mitraglietta Storm è appena entrata sul mercato. In più le
mode belliche portano i colonnelli
stranieri verso calibri più potenti di quelli tipici degli armieri
bresciani.
Ottimi invece i risultati nel settore delle armi da caccia,
soprattutto con i ricchi clienti arabi e statunitensi
che spendono migliaia di euro per personalizzare le loro carabine.
Inoltre è stata lanciata una linea di
abbigliamento sportivo, con buoni risultati negli Usa. Il tutto per
una holding che ha 2.500 dipendenti .
|