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Base Vicenza : la possibilità di dire NO

 

Questa sotto è una lettera di un lettore scritta al Corriere di oggi (21/1/07) e la relativa risposta di Sergio Romano.

 

Ho  38 anni e sono un  dipendente della Caserma Ederle. Sano a Vicenza da 4 anni e vengo da Napoli dove ho lavorato nella clinico odontoiatrica della marina USA  per circa 10 anni come assistente generico, poi ho deciso di venire a Vicenza per una posizione migliore e più  «sicura» nella clinica odontoiatrica dell'esercito Usa in      quanto si parlava di riduzione del personale anche nelle basi del Sud. Anche mia moglie lavora part time nella base, abbiamo avuto una stupenda figlia e acceso un mutuo trentennale per l'appartamento. Adesso però ci troviamo a correre il rischio di perdere il posto dì lavoro e di conseguenza la casa! Se il       governo negherà l'ampliamento come faremo a pagare i debiti? Chi ci darà subito un altro posto di lavoro permanente a Vicenza." Spero tanto che

Prodi e D’Alema  se prenderanno questa decisione autorizzino  almeno il reintegro dei dipendenti della Ederle in enti statali, altrimenti ce la vedremo propria brutta.

Fabio Di Lorenzo fabiodilorenao@ hotmail.com

Caro Di Lorenzo,
dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio lei è certamente più tranquillo. Ma la sua lettera mi sembra ancora interessante perché solleva, con l'efficacia propria del caso personale, uno dei due argomenti che sono stati maggiormente utilizzati nelle scorse settimane da coloro che erano favorevoli alla richiesta americana. Molti hanno ricordato, come lei, che la chiusura della base avrebbe comportato il licenziamento di circa settecento persone e parecchi svantaggi economici per l'intera città. Altri hanno scritto per ricordare che ì militari americani della base sono stati in questi anni persone simpatiche, affidabili, eccellenti vicini di casa. E gli autori di queste lettere hanno dato la sensazione dì ritenere che questi argomenti fossero, nella vicenda della base, determinanti.
Ebbene, debbo confessarle che mi sembrano irrilevanti. So che gli americani sono molto spesso persone affabili e gradevoli. E so che la chiusura di una installazione militare occupata da qualche migliaio di persone provoca sempre ricadute negative per la comunità che trae vantaggio dalla loro presenza. Ma non credo che questi problemi possano essere pesati sulla stessa bilancia su cui il governo deve valutare e pesare l'interesse nazionale. Il problema dell'occupazione sarebbe sorto successivamente e, sperabilmente, risolto. Ma non avrebbe dovuto condizionare la decisione del governo.
Per la stessa ragione il presidente del Consiglio non avrebbe dovuto sostenere, come ha fatto durante la conferenza stampa di Bucarest, che ilo problema della base di Vicenza è «di natura urbanistico-territoriale, non politica». La definizione mi sembra sbagliata. Il problema è strettamente politico perché concerne la politica estera dello Stato, la sovranità della Repubblica, la compatibilità della base con i nostri interessi nel Mediterraneo.
La base di Ederle fu creata all'epoca della guerra fredda, quando Italia e Stati Uniti avevano un potenziale nemico e la Nato doveva attrezzarsi ad affrontare nel miglior modo possibile una eventuale minaccia. Qual è il nemico comune oggi? Se è il terrorismo islamico, siamo certi che gli Stati Uniti siano disposti a tenere conto, nel momento in cui decidono di colpirlo, del nostro giudizio e delle nostre valutazioni? Avremo voce in capitolo nell'uso della base o saremo semplicemente costretti a leggere sui giornali che gli aerei americani di Ederle 2 hanno utilizzato il nostro territorio, qualche ora prima, per una operazione militare?
Sono queste alcune delle domande che il governo avrebbe dovuto porre. E sarebbe stato utile, con l'occasione, prepara­re un Libro Bianco, da presentare in Parlamento, sul numero delle basi presenti nel territorio italiano, sulle clausole degli accordi che furono stipulati a suo tempo per la loro apertura, sulla durata dei contratti, sullo statuto giuridico delle truppe americane. Il governo ha preferito aspettare parecchie settimane e dire alla fine che il problema è «urbanistico-territoriale». Troppo poco, troppo tardi.

 

Come avete letto, Romano propende per il no, comunque non solleva alcun problema per un eventuale no.

All'inizio di questa storia io sostenevo che il governo forse non poteva dire di no visti i rapporti internazionali, visti i trattati Nato, visto che aveva già ritirato le truppe dall'Iraq e forse non poteva permettersi un altro No agli americani.

Sia  chiaro, fosse per me io le basi le chiuderei tutti, ma sono anche cosciente che un governo, soprattutto di un paese debole come l'Italia, non possa permettersi di "dichiarare  guerra" agli Usa o di non rispettare i trattati internazionali e gli impegni Nato.

Avevo fatto anche alcune ricerche per capirne un pò di più visto che non ne sapevo molto. Ho scoperto che ci sono 127 tra basi Usa e basi Nato (sotto ho messo un paio di link per l'approfondimento).

Che non c'è alcuna chiarezza sull'uso di tali basi e che non si capisce la differenza tra questi due tipi di basi. Che è difficile trovare norme chiare che spiegano i limiti, le destinazioni di uso di queste basi. Vero che, essendo postazioni militari, una certa riservatezza è d'obbligo, ma più che di riservatezza mi pare che queste basi siano zone completamente franche, sottratte alla giurisdizione italiana. Del resto la vicenda del Cermis ci racconta proprio questo.

Perciò  a naso mi pare che decidano gli Americani come gli pare, nella solita maniera arroganza di chi è convinto che siamo solo uno dei cortili dello Zio Sam. In base a ciò che a loro, e solo a loro, conviene, fregandosene delle eventuali limitazioni internazionali. Per cui affermare qualche volta la nostra sovranità sarebbe sicuramente un bene, anzi addirittura doveroso.

Già questo mi aveva fatto recedere un po' dalle mie posizioni, soprattutto pensando all'altissimo numero di postazioni militari, fuori dal nostro potere di controllo.

Anche essendo contrari alla guerra in Iraq ed avendo ritirato le truppe di fatto le basi sul territorio italiano forniscono supporto logistico ed operativo per la guerra.

Pure rimanevo ancora perplesso sulla possibilità di dire NO!


Ma se un atlantista filoamericano, come Romano, di destra, non pone alcun problema per un eventuale no, vuol dire che il governo, questo governo doveva dirlo in maniera convinta. Quindi io avevo torto nel ritenere che il governo non potesse dire no, o che la cosa fosse possibile solo pagando prezzi enormi (in termini di rapporti internazionali!).

Evidentemente non c'era il rischio di farsi considerare "Komunisti", nè alcun  problema con i trattati, altrimenti uno come Romano li avrebbe tirati fuori senza meno.

Quindi il governo ha deciso abbastanza autonomamente. O perchè pavido o perchè convinto della giustezza della cosa. Allora almeno non si accampino  scuse con i trattati internazionali e con le questioni urbanistiche.

E' stata fatta una scelta politica ed ancora una volta in direzione opposta di quanto voleva l'elettorato.

Oltretutto è una mossa di una stupidità politica enorme. Dire di no alla base Nato avrebbe soddisfatto quella parte dell'elettorato (molto larga) che chiede un chiaro segno di discontinuità nella politica estera e nel rapporto di assoluto appiattimento sulle posizioni americane. Quale migliore occasione di questa? Ciò avrebbe consentito di trovare una soluzione serena sull' Afghanistan senza rischiare la crisi di governo per una questione di non grande rilevanza, se non simbolica.

Ora se il governo cadesse su questa questione di chi sarebbe la colpa? Dei soliti massimalisti che l'hanno messo in crisi o dell'insipienza di questo governo che non riesce a fare una sola cosa che vada nella direzione voluta dall'elettorato?
Se Sergio Romano, filoamericano, avrebbe detto di no, perchè mai avrebbero dovuto dire di si quelli che filoamericani non sono? E perchè i "massimalisti" in Parlamento dovrebbero votare si per una scelta che non era obbligata e va in direzione opposta al tanto richiesto segno di discontinuità con la politica estero troppo servile verso gli americani?

In campagna elettorale era stato promesso una direzione diversa da quella tenuta dal governo precedente in materia "bellica". Dall'invio delle truppe, alle scelte americane, al ruolo troppo subalterno agli americani.

E quindi chi è che non rispetta il programma? I massimalisti che chiedono il rispetto di questi impegni o il governo che sembra seguire una direzione tutta sua?

giuseppe galluccio 22/1/07

 

Ps :per chi volesse approfondire la questione delle basi può farlo su :

        http://italy.peacelink.org/disarmo/articles/art_3030.html   

        http://www.stopusa.be/scripts/texte.php?section=CM&langue=5&id=23366



 

                

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