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L’Italia
acquisterà 130 micidiali aerei d’attacco. Il nuovo ministro lo sa?
Anubi D’Avossa Lussurgiu
Liberazione
17 maggio 2006
L’impegno
miliardario deciso dal governo Berlusconi, fino al 2012, nello
sviluppo e nell’acquisto del velivolo d’attacco a largo raggio e
invisibile Jsf F-35 Lokheed: che farà di Aeronautica e Marina la
prima linea offensiva delle aviazioni occidentali, dopo gli Usa.
L’Italia avrà 130 micidiali aerei d’attacco: il neoministro lo sa?
Dunque, oggi
si conoscerà la "sospirata" lista dei ministri del nuovo governo
Prodi. Fra i più contesi, pare ci sia stato quello della Difesa. Non
intendiamo indagare qui il perché. Ma c’è un altro perché su cui
vorremmo ragionare: perché, cioè, quel ministero debba chiamarsi
ancora della Difesa. Domanda che rivolgiamo, in tutta sincerità, a
chi avrà l’onere di ricoprire quell’incarico: pare sarà il professor
Arturo Parisi. Molti motivi inducono quest’interrogativo, che qui
parrebbero persino ridondanti. Ci basta richiamare il tragico
stridore tra i fatti di questi anni e il richiamo al precetto
costituzionale del ripudio della guerra, fatto a Montecitorio dal
presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in capo al suo
discorso di insediamento. Ma ci sono altri fatti, annunciati,
riguardanti il futuro e che ci preoccupano ancora di più.
Qui facciamo
un solo esempio, a supportare il quesito posto. E per porne uno
ulteriore, specifico, al futuro ministro della Difesa: talmente
semplice da richiedere una risposta nella quale sì sia sì, no no,
con un linguaggio che il professor Parisi può insegnarci. In breve:
si tratta dell’acquisto da parte dello Stato italiano, per
Aeronautica e Marina Militari, di oltre 130 aerei da combattimento
Jsf F-35.
Dirà la
lettrice o il lettore: e che cos’è? Ecco: è il "Joint Strike
Fighter", cacciabombardiere d’attacco al suolo di quinta generazione
in fase di sviluppo da parte della statunitense Lockheed Martin
Aeronautics Company, in consorzio principalmente con la britannica
Bae Systems e con Northrop Grumman, Pratt&Whitney e Rolls-Royce.
Anzi, "il" velivolo d’attacco al suolo "del futuro": giacché su di
esso si articolerà, nei programmi del Pentagono, la linea di volo
dei reparti d’attacco di Us Air Force, Us Navy e Us Marine Corps.
Giacché, inoltre, è dotato dei requisiti di "invisibilità" ai radar
e alle contraeree forniti dalla più sofisticata tecnologia Stealth;
e anche di notevole capacità Supercruise, cioè di volare a velocità
supersonica senza bisogno di impiegare postbruciatori, con un
risparmio di carburante tale da consentire di allungare
considerevolmente il raggio d’azione.
Dirà ancora
la lettrice o il lettore, in questo caso poco avvertita o avvertito:
e allora? Allora, c’è un grosso problema. Il Jsf F-35 non è solo un
velivolo "da superiorità aerea", ma lo è con una funzione d’attacco.
Ha un’autonomia in missione di oltre 1000 km senza serbatoi
supplementari: con questi, molto più ampia. Qualsiasi difesa aerea o
terrestre avrà, in risposta, scarse possibilità di intercettarlo, a
meno di non essere dotata di efficienti e sofisticate reti di
avvistamento satellitare. E non è il caso di alcun Paese nel raggio
d’azione di un F-35 eventualmente lanciato all’attacco dall’Italia:
ossia di ogni paese mediterraneo del Maghreb, del Vicino Oriente e
dell’Europa Balcanica, oltre che dell’Europa Orientale
danubiano-carpatica. C’è di più: oltre ai 109 Jsf F-35 tipo A il cui
acquisto è in predicato per l’Aeronautica Militare, ce ne sono 22
tipo B per la Marina. Per spiegarci, del Jsf F-35 sono in
preparazione tre versioni operative, tutte generate dalle esigenze
delle varie forze aeree degli Usa: la A è quella d’aviazione
d’attacco terrestre, la C quella navale per le grandi portaerei e la
B quella navale e per i marines, a decollo e atterraggio verticali.
La Marina intende acquisire quei 22 Jsf in quest’ultima
configurazione per «affiancare e sostituire» gli AV-8B Harrier II
Plus attualmente in dotazione. Cacciabombardieri a decollo e
atterraggio verticale anch’essi, sì, ma di due generazioni
"tecniche" più vecchi e di capacità offensiva incomparabilmente
inferiore.
C’è ancora
un di più: questi 22 Jsf F-35B sostituirebbero gli Harrier II Plus
sui ponti dell’unica portaelicotteri-portaerei attualmente in
navigazione, la "Garibaldi" da 13mila tonnellate, e dell’altra, più
moderna, che dall’anno prossimo la affiancherà, la "Conte di Cavour"
da oltre 27mila tonnellate e che diventerà l’ammiraglia. Entrambe
hanno un’autonomia di 13mila chilometri, per 18 giorni di
navigazione. Per inciso, la Marina Militare da tempo reclama una
«seconda» portaerei di analoga stazza della "Cavour", denunciando
l’obsolescenza della "Garibaldi" e volendo comunque sostituire
l’incrociatore portaelicotteri "Vittorio Veneto", già dismesso.
Nemmeno ci soffermiamo su questo ulteriore vaso di Pandora di
anacronistiche ma pressanti ambizioni da "potenza marinara", e sui
relativi costi per l’erario. Anche perché qui ci preme un aspetto
che in realtà dissolve le impressioni di anacronismo: con le
portaerei, due o peggio tre che siano, e quei 22 Jsf F-35B l’Italia
si dota di una forza d’attacco a rapido dispiegamento adatta a
colpire ben oltre il bacino del Mediterraneo e il contesto europeo.
Ma, in
generale, lascia attoniti il totale di quest’ordine in predicato di
complessivi 131 Jsf. Anzitutto, per una banale comparazione: Stati
Uniti a parte, si tratta della più ingente previsione d’impiego di
questo tipo di velivoli. Il grande partner degli Usa nella loro
realizzazione, il Regno Unito, ha in programma infatti l’acquisto
per la Royal Navy di 60 esemplari. L’Australia, che da sola è un
continente e che intorno ha il Pacifico, ne vorrebbe circa 70. Gli
altri paesi firmatari dei contratti di partecipazione alla fase di
sviluppo non hanno azzardato previsioni d’acquisto: ma si sa già che
si tratterebbe di "tranches" ancora inferiori, sia per il Canada
grande potenza economica, sia per la bellicosa Turchia, tanto più
per i "piccoli" europei, Olanda, Danimarca e Norvegia. Eppure il
numero in edicola di Aeronautica & Difesa conferma le cifre
italiane: richiamando peraltro in varie parti i «guai» e i «dubbi in
Europa» sul progetto Jsf e, in un ampio articolo sulle vendite di
aerei da interdizione nel mondo, come un paese quale la Germania non
preveda affatto la sostituzione dei suoi 160 Tornado (gli stessi
finora in servizio in Italia, nel numero di 74) con aerei di quinta
generazione - e di tale capacità aggressiva.
Da notare,
poi, che i 109 Jsf F-35A per l’Aeronautica Militare dovrebbero
sostituire dopo che sarà iniziata la fase di produzione, nel 2012,
anche gli aerei d’attacco leggeri Amx: incomparabili ma che già il
generale Tricarico annuncia pronti ad operare in Afghanistan per
l’allargamento della missione Isaf nel sud del paese, previsto dalla
Nato. Tanto per intendersi sugli scenari cui potrebbe applicarsi la
potenza aggressiva fornita in futuro dai Jsf.
D’altra
parte le esigenze di "difesa" aerea dell’Italia si intendono, per
indicazione della stessa Aeronautica, coperte dall’impegno nel
progetto e nell’acquisto di una grossa quota di esemplari del caccia
europeo di nuova generazione EF-2000 "Thyphoon". Che ha
evidentemente dei difetti, dal punto di vista del nuovo modello di
"difesa" nazionale: forse di detenere anch’esso capacità Supercruise
ma, rispetto al Jsf, con minore capacità d’attacco al suolo; e di
non essere "invisibile".
Certo,
quello dell’F-35 è un grosso affare: come già indicato da varie
iniziative di denuncia, dalla Fiom a "Control Arms". 13 miliardi di
dollari di valore previsto inizialmente, tra il 2002 e il 2004,
aggiornati l’anno passato a 19. Un valore per l’intera durata di 250
miliardi. Un miliardo e 19 milioni di euro già stanziati dal governo
Berlusconi nel 2002, da ripartirsi in 11 esercizi fino al 2012. Per
consentire, come già avvenuto, la partecipazione ai contratti di
consorzio di industrie italiane come Alenia, Finmeccanica, Avio,
Galileo e Datamat. Che avranno dalla fase di sviluppo un ritorno di
650 milioni di euro, pari alla cifra con la quale si conta di
acquistare i 131 velivoli per le nostre forze aeree. Così che nel
2015 Alenia avrà già realizzato i miliardari proventi della
produzione del 100% del cassone alare degli aerei per l’Italia e del
50 di quello delle unità per Usa e Regno Unito: ed Aeronautica e
Marina militari formeranno la prima linea d’attacco delle aviazioni
occidentali, dopo gli Stati Uniti.
Sic
stantibus rebus, ecco le due domande al neoministro: perché chiamare
ancora il ministero "della Difesa"? E, se si intende ancora tale, se
il ministro vuol essere tale, questa posta di bilancio ha ragion
d’essere?
da :
http://liberazione06.rifondazione.co.uk/Notizie06/05maggio06/0605N348.htm
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