Adamo Bove era convinto che volessero
incastrarlo
Il giallo del suicidio, i veleni e
un'inchiesta troppo lenta
di GIUSEPPE D'AVANZO da
Repubblica.it
INDIFFERENTE è il
governo, distratta la magistratura, spensierata l'informazione,
mentre si combatte - intorno alla Telecom e al Sismi -
un'inesorabile contesa con la minaccia, il ricatto, la menzogna che
afferra e discredita. Il conflitto ha già fatto un morto: Adamo
Bove, manager della Telecom, saltato giù da un viadotto della
Tangenziale di Napoli (s'indaga per istigazione al suicidio). Se la
logica ha un senso, Adamo Bove potrebbe non essere l'ultimo. La resa
dei conti, sotto gli occhi di tutti, è cruenta. Chi è intimidito da
due inchieste giudiziarie che si intersecano e sovrappongono (le
intercettazioni abusive alla Telecom; il sequestro di Abu Omar che
coinvolge il Sismi) invoca l'impunità coinvolgendo (o minacciando di
coinvolgere) chi ancora ne è fuori, a torto o a ragione. Chi ne è
fuori, magari nel passato complice, manovra per tenere le attenzioni
investigative, e tutti i guai, soltanto intorno agli spaventati. Ne
nasce un gomitolo dove si aggrovigliano molti filacci, più storie,
il controverso destino di tre uomini, oggi con l'acqua alla gola ma
con un nodoso bastone stretto ancora tra le mani: ciò che sanno,
quel che possono raccontare.
Gli uomini sono tre. Giuliano Tavaroli, nel tempo capo della
Security di Pirelli e Telecom dove ha avuto ai suoi ordini 500
uomini; Marco Mancini, fino all'altro ieri direttore delle
Operazioni e del Controspionaggio del servizio segreto militare
(Sismi); Emanuele Cipriani, patron di tre attivissime agenzie
private di investigazione: la Polis d'Istinto di Firenze, la Plus
Venture Management delle Isole Vergini, la Security Research Advisor
di Londra, negli anni il loro fatturato si è formato per il 50 per
cento (Polis) e fino all'80 per cento (PVM e SRA) con le commesse di
Pirelli e Telecom.
Nel gomitolo, tra molte muffe, sono stretti tre nodi. Le
intercettazioni realizzate abusivamente senza alcuna autorizzazione
giudiziaria. La natura e la correttezza dei rapporti tra la Telecom
e il Sismi. Decine di migliaia di file di un archivio elettronico
che custodisce informazioni illegalmente raccolte sul conto di
società e persone fisiche, politici, banchieri, uomini di finanza,
giornalisti, magistrati e finanche giocatori, arbitri e manager di
calcio. I tre nodi del gomitolo rimandano ad alcune domande. I
vertici della Telecom e del Sismi erano consapevoli del lavoro
illegale di Tavaroli, Mancini e Cipriani? Quel lavoro è stato loro
commissionato (e, in questo caso, da chi?) o se lo sono attribuiti
in autonomia abusando della fiducia riposta in loro? O è stato loro
commissionato e quei tre, fraudolentemente, vi hanno fatto fronte
con un piede oltre la soglia del codice penale?
Le risposte verranno dalle istruttorie della procura di Milano, ma
per intanto quel che si vede dà apprensione. Soltanto Telecom si è
mossa - con qualche furba contraddizione - per correre ai ripari.
Anche se salmodiando una fantasiosa litania complottistica, la
società telefonica ha ordinato un'inchiesta interna. Ha aperto le
porte all'istruttoria del Garante della Privacy e alle indagini
della Guardia di Finanza. Lavora a nuove procedure e sistemi
informatici che proteggano il trattamento dei dati personali. Ha
allontanato chi ha commesso abusi e scorrettezze.
La responsabilità economica di Telecom di fronte al mercato, agli
azionisti e ai risparmiatori (e forse alle sue difficoltà di
bilancio) pare essere stata più vincolante della responsabilità
politica.
Virtualmente per tutelare l'efficienza del Sismi, il governo ha
rinviato a tempi meno affaticati il rinnovamento della catena di
comando e la radicale riforma dell'intelligence. Doverosa
preoccupazione, ma pessima decisione. Come chiunque può capire, in
cima all'agenda degli uomini del Sismi oggi non c'è né l'efficienza
né la sicurezza nazionale, ma una preoccupazione personale,
l'imperativo di guardarsi dagli agguati. Di proteggersi dalle
trappole di chi, coinvolto in mosse abusive, vuole rifarsi una
verginità e guadagnarsi il futuro affondando l'amico o il rivale.
Le incertezze del governo si sposano pericolosamente con l'inerzia"
(non si sa come definirla) della procura di Milano che indaga contro
Tavaroli, Mancini e Cipriani con l'ipotesi di "associazione per
delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali per
l'acquisizione d'informazioni coperte da privacy".
Di quest'inchiesta, dopo un anno e mezzo, si sa poco o nulla. Non si
conosce il numero e il nome degli indagati. Si ignorano gli
orizzonti dell'istruttoria e la qualità e quantità delle fonti di
prova. Non si sa neppure se ha fatto qualche passo in avanti o è
ferma al palo. Si sa soltanto che, di recente, i pubblici ministeri
hanno inviato al giudice delle indagini preliminari una richiesta di
misure di custodia cautelare. Insomma, chiedono un certo numero di
arresti. Si sa - se le indiscrezioni di fonte legale sono corrette -
che in questi giorni il giudice (Paola Belsito) ha restituito agli
uffici della procura il provvedimento chiedendo verifiche e
precisazioni. Con evidenza, gli argomenti proposti dall'accusa le
devono essere apparsi fragili, incerti, forse inconsistenti. Quel
che appare grave è che alla fase di apparente stallo giudiziario
corrispondono le frenetiche manovre di chi solleva polvere e sparge
nebbia in un clima di disinformazione, inquinamento, intimidazione
che meriterebbe un intervento energico di quella procura incerta. Ne
ha pagato il prezzo, per il momento, Adamo Bove, manager della
Telecom, già rispettato investigatore di polizia e capo della
sicurezza di Tim.
"La vita di Adamo - ha raccontato al Messaggero il fratello
Guglielmo, avvocato, anch'egli in Telecom - è cambiata nei primi
giorni di giugno quando alcuni articoli di stampa hanno associato il
suo nome a quello delle inchieste sulla spy story". A Repubblica,
uno strettissimo parente riferisce che "Adamo s'era convinto che
c'era chi voleva incastrarlo". A cominciare da giugno, Adamo Bove ha
la certezza di essere entrato in un gorgo di rappresaglia e
avvertimenti. Fonti Telecom spifferano che, dalla postazione di
Bove, fosse possibile estrarre, senza lasciarne traccia, tabulati
sui numeri in arrivo e in partenza delle utenze, la durata delle
chiamate, l'orario, la località o "marcare" le utenze per
riconoscere il momento in cui venivano intercettate dall'autorità
giudiziaria. Si lascia intendere che esistono documenti di questo
lavoro sporco perché qualche "sottoposto" ha conservato gli ordini
scritti di Bove. Appunti autografi su post.it. Sono indicazioni che
dovrebbero mettere in allarme la procura di Milano. A lume di
logica, sollecitarla a valutare meglio i comportamenti del manager.
Al contrario, i pubblici ministeri si avvalgono della collaborazione
di Adamo Bove. Il suo lavoro è "preziosissimo", dicono i pubblici
ministeri, per scovare i telefoni cellulari degli agenti del Sismi,
implicati nel sequestro di Abu Omar; per nascondere in Telecom
quelle intercettazioni agli occhi indiscreti e alle curiosità
infedeli. La fiducia che i magistrati ripongono in Bove è
incondizionata e dunque dovrebbe renderli vigili dinanzi alle
manovre calunniose che assediano il loro generoso collaboratore. Il
lusinghiero giudizio dovrebbe imporre domande su chi e perché
obliquamente lo intimidisce o ricatta. Deve "pagare" il lavoro che
ha svelato la complicità delle gerarchie del Sismi nel sequestro di
Abu Omar? O anche l'opposizione (o magari una iniziale acquiescenza)
agli abusi intercettatori in Telecom?
A luglio contro Adamo Bove giunge un nuovo, nero segnale. La procura
si chiede come mai nelle mani di un giornalista di Libero (indagato)
sia finita una lista di telefoni mobili spiati, tra cui le linee di
alcuni giocatori dell'Inter (Vieri, Ronaldo) e del banchiere Cesare
Geronzi. Primi giorni di luglio. Viene interrogato un funzionario
della Telecom che, secondo indiscrezioni di buona fonte, chiama in
causa Adamo Bove. E' una testimonianza che al manager provoca molte
difficoltà in Telecom, ma che non muta di una virgola l'ammirazione
di cui gode tra i pubblici ministeri. Che infatti ancora oggi,
smentendo ogni suo coinvolgimento nell'inchiesta, ne difendono
l'integrità morale e professionale. Al punto che i magistrati di tre
procure - Milano, Roma e Napoli - si dicono "certi" che, se Bove
sospettava di essere pedinato e intercettato, "pedinamenti e
intercettazioni possono esserci stati, perché troppo sapiente e
lucido era l'uomo e per nulla, come pure malignamente si è detto e
scritto, depresso".
I due quadri sono inconciliabili e sollecitano qualche perplessità
sull'inattività della procura di Milano. Se Adamo Bove è il
"tecnico" correttissimo che sostiene la procura, come è stato
possibile che i pubblici ministeri non si siano resi conti dello
spaventevole assedio che lo stringeva? Come è accaduto che non
abbiano compreso che in giro c'è chi è in grado - forse anche con
intercettazioni e pedinamenti - di manipolare le informazioni e
intimidire i testimoni: in una formula, inquinare le indagini? Come
può passare inosservato che Giuliano Tavaroli dica (Sole-24 ore,
ieri) che "è ancora troppo presto" per fare i conti con "i
delatori"? Quanto tempo occorrerà prima che la procura di Milano,
nella colpevole inazione del governo, faccia un convincente passo
per impedire che i miasmi venefici degli affari Telecom e Sismi
appestino ancora l'aria?
(24 luglio 2006)
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